Non sarebbe stato eccessivo da parte dell’Italia che ha adottato misure drastiche per fronteggiare, contenere e battere il coronavirus attendersi che l’Unione europea facesse altrettanto. Che si adeguasse cioè alla logica di severa emergenza  che ha colpito il nostro Paese. Nulla di più lontano dalle aspettative che era lecito nutrire. È  come se, al di fuori del nostro Paese, s’immaginasse che il contagio contempla barriere, limiti, confini. E, dunque, tanto nell’ambito comunitario al di là di esso, ma sempre nell’area continentale, non si è minimamente posto il problema di considerare, almeno per una volta, l’Europa unita nella disgrazia e, dunque, adottare il solo intellegibile provvedimento che avrebbe avuto un senso: sigillarla, considerarla interamente in pericolo, farne una sorta di ideale nazione a sua stessa difesa con tutti gli Stati partecipi di una tragedia i cui effetti nessuno oggi è in grado di prevedere, come imprevedibile è il tempo dell’attesa che il morbo faccia il suo corso e s’inabissi nel nulla dal quale è venuto fuori.

L’Europa è davvero un’espressione geografica, economica, saltuariamente politica (e soltanto grazie alle istituzioni giuridiche che supportano il mercato comune), blandamente legata ad un interesse strategico-militare non diversamente da quello che era sessant’anni fa, insomma.

Chi pensava che l’evoluzione europea dopo i Trattati di Maastricht, di Amsterdam, di Lisbona e le numerose concertazioni dalle quelli sono venute fuori istituzioni rappresentative ancorché  dotate di scarsi effettivi poteri, fosse nell’ordine delle cose, si sbagliava di grosso. E ancor più l’errore si è manifestato in questa tragica circostanza fin dal primo momento, quando abbiamo assistito al surreale spettacolo di un Continente che si divide, si lacera, nega sostanzialmente la sua unità scagliandosi i membri accuse vergognose circa le responsabilità innanzitutto e poi sulle misure da assumere per contenere il morbo.

Abbiamo forse definitivamente capito che in assenza di una cultura riconosciuta, pur diversamente vissuta dai suoi vari popoli,  dell’Europa non può neppure immaginarsi una sua forma identitaria. E, dunque, il supporto al necessario spirito di coesione che dovrebbe essere a fondamento di tutte le decisioni politiche, economiche, sociali e burocratiche non può che essere un’utopia vagante tra un convegno e l’altro. Se neppure nel momento peggiore della storia europea, dopo la fine della seconda guerra mondiale, si è stati capaci di indire una conferenza organizzativa tra capi di Stato e governi dell’Unione, con l’auspicabile partecipazione di chi è fuori ma non per questo è meno “europeo”, vuol dire che l’ordine finanziario a cui soggiacciono le istituzioni comunitarie è il principio dal quale normativamente discente questa “cosa” che per comodità chiamiamo Europa, una sorta di espediente retorico per legittimare interessi che non possono essere che comuni, ma per il solo fatto che di essi e su di essi quasi mai si raggiunge l’unanimità di valutazione e di decisione. Ciò  significa che la finzione può reggere soltanto fino a quando essa è funzionale al soddisfacimento di alcune necessità materiali  legate dal principio della interconnessione su cui si fondano le politiche ed i rapporti globali.

La prova della debolezza europea la tocchiamo con mano in questi malsani giorni. Nessuno degli Stati – a parte l’Italia forse – vuole una “zona rossa” continentale che significherebbe anche l’attuazione di una politica d’insieme motivata dallo spirito di solidarietà e dalla acquisizione delle conoscenze da mettere in comune. Tutti – a parte ovviamente l’Italia che in in questo momento sopporta il carico maggiore della sofferenza abbattutasi sul Continente – ritengono che con ricette “differenziate” si possa venire a capo del gigantesco problema. Un errore che potrebbe davvero aprire le porte ad una semi-apocalisse, per come ci fanno capire scienziati, immunologi, virologi e medici vari.

La prova peggiore della disunione europea l’ha offerta l’altro giorno la signora Christine Lagarde, presidente della Bce, con le sue improvvide uscite circa gli stanziamenti finanziari in favore dell’Italia e più complessivamente la “filosofia” alla quale si ispira nel fornire aiuti in vista dell’emergenza oggi e della ricostruzione domani. Dire che se una signora del genere rappresenta l’Europa è lecito replicare che non si può essere europei. Ed alla vergogna che la Lagarde ha dispiegato vestendo i panni non di una delle più alte autorità dell’Unione, ma di una francese del milieu bottegaio di una regione di periferia del suo Paese, è ancor più vergognoso che nessuno dei governanti le abbia chiesto di togliere il disturbo.

È vero, negli ultimi giorni molti Paesi hanno assunto misure restrittive contro il coronavirus. Ma se si va a guardare nazione per nazione c’è da restare allibiti dalla disparità di provvedimenti riassumibili in due categorie, sostanzialmente: quelli severi per come la situazione richiede, ed al massimo della  severità annoveriamo la nostra di nazione, con l’accordo di tutte le forze politiche al di là di marginali e comprensibili differenze; quelli blandi o permissivi come i provvedimenti adottati dalla Francia il cui presidente Macron non ha avuto il buon senso, tra l’altro, di chiudere prioritariamente la metropolitana di Parigi, ricettacolo di tutte le infezioni e consente che si svolgano domani e poi, per il secondo turno, tra quindici giorni, le elezioni municipali, cui è interessata anche la città di Parigi. Un atteggiamento  che fa trasalire e ci ricorda cosa disse a Macron il dottor  François Salachas, medico all’ospedale Pitié-Salpetrière, in visita al nosocomio il 27 febbraio scorso: “Signor presidente, lei può contare su di noi, ma l’inverso resta da provare”. La  frase è stata riesumata ieri dai giornali francesi, mentre Macron guarda al risultato di domenica. E spera di vincere in tutta la Francia. Ma tra due settimane  sarà la Francia a perdere se il comportamento del suo presidente dovesse continuare  ad essere così blando di fronte ad una catastrofe  che non si sconfigge con le parole e le facili rassicurazioni.

Per quanto la Francia e la Spagna stiano progressivamente chiudendo lo stretto indispensabile, ma i ristoranti non si toccano (soltanto l’Italia ne ha decretato la  chiusura), la Germania, la Danimarca, l’Irlanda, oltre alla Francia, non hanno ritenuto di limitare i trasporti, mentre il  Regno Unito non ha preso alcuna misura paragonabile  a quella degli altri paesi. Non sono stati cancellati  concerti e i grandi eventi e le scuole continuano a essere aperte. Secondo gli esperti misure restrittive “potrebbero fare più male che bene” a questo punto del contagio. Boris Johnson ha ammesso che la diffusione del coronavirus sarà «la crisi sanitaria peggiore della nostra generazione», ma, nonostante la lodevole consapevolezza,  non se l’è sentita di chiedere altro ai suoi compatrioti se non di restare il più possibile chiusi in casa con scuole, uffici, aziende, fabbriche, e quant’altro spalancato. In attesa che il coronavirus abbia più facile accesso…

Altri Paesi, tranne la Danimarca che è stata molto più drastica nell’imporre misure restrittive, a quanto risulta in questo momento, oltre a chiudere totalmente o parzialmente le scuole, ben poco hanno decretato. Risulta bizzarro il caso della Slovenia  che ha attuato due soli provvedimenti: chiusura delle scuole e chiusura delle frontiere con l’Italia. Chissà se a Lubiana sanno che il balzo del morbo da Vienna e da Zagabria è uno dei giochi più facili attualmente in vigore.

Il Dubbio, 14 marzo 2020