È nata la nuova Casta. La Casta degli oligarchi. La guida Luigi Di Maio. È composta da Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Nicola Zingaretti, irrilevanti altre figure che pure si sono spese per il SI al referendum. La riduzione dei parlamentari, cavallo di battaglia, demagogico e populista, del Movimento Cinque Stelle, ha sancito un ordine politico del tutto inedito nella storia parlamentare del nostro Paese. Cinque o sei leader politici avranno ora il potere assoluto di formare le Camere a loro piacimento, scegliendo i più fedeli ed affidabili da candidare e da eleggere, escludendo, seppure il proporzionale dovesse essere introdotto, la possibilità del ripristino delle preferenze. Quattrocento deputati e duecento senatori agli ordini dei suddetti, dunque, con tanti saluti alla rappresentanza popolare e territoriale più vaste di cui tanto si è discusso nei decenni passati e, soprattutto, alla partecipazione, cardine ideologico di alcune formazioni politiche come i Fratelli d’Italia, almeno stante la loro sedicente provenienza. Partecipazione politica, la cui concretizzazione avviene nel processo formativo delle istituzioni rappresentative, che è stata annullata di fatto dalle segreterie dei partiti le quali hanno riportato in auge la vecchia partitocrazia, il potere assoluto delle formazioni politiche perfino nella scelta dei rappresentanti del popolo.
I grillini, antesignani della lotta alla casta, che elettoralmente contano poco o niente, ridotti al lumicino, come il voto regionale ha dimostrato, ed annichiliti dalla loro stessa incoerenza ed incapacità politica, sono dunque i vincitori di una contesa dal carattere squisitamente antipolitico dimostrando tutta la loro vitalità quando si tratta di demolire le istituzioni democratiche e parlamentari puntando sulla falsificazione dell’inefficienza del Parlamento e dell’irrilevanza del lavoro dei rappresentanti eletti dal popolo. Meno si è, meglio si sta. Una regola che più populista non la si potrebbe immaginare ha dunque sbaragliato la ragione ed il sonno istituzionale è ripreso.
Di Maio e compagnia cantante hanno potuto ottenere questo strepitoso risultato referendario grazie a vassalli e valvassori di destra e di sinistra. Il Pd, incerto fino all’ultimo, ha fatto prevalere le ragioni coalizionali e di potere nella sua sciagurata scelta; la destra, rappresentata da Lega e FdI, non si capisce che cosa abbia ottenuto posto che ha regalato agli avversari pentastellati più che una vittoria, la resurrezione. Se le cose fossero andate diversamente, oggi parleremo del M5S al passato e c’interrogheremmo sulle cause che hanno prodotto una così repentina caduta delle stelle. Invece sono stati salvati, a quale prezzo fatichiamo a comprenderlo.
La Meloni e Salvini non hanno offerto una briciola di spiegazione del loro atteggiamento: si sono accodati alla peggiore propaganda antiparlamentare sperando che la vittoria facile è meglio di una sconfitta onorevole soprattutto se maturata difendendo principi che dovrebbero essere iscritti nella loro storia. Se lo mettano bene in testa: non hanno vinto un bel niente, non possono rivendicare il risultato uscito dalle urne, tantomeno hanno il diritto di iscriversi tra i riformatori.
Il referendum ha sancito che il Movimento Cinque Stelle, pur respinto dalla politica e ripudiato dai suoi stessi elettori che due anni fa ne decretarono il trionfo che sembrò travolgente, ha la capacità di attrarre ancora una parte consistente di elettorato quanto più la proposta che agita va nel senso di demolire la “buona politica”. Ed è davvero singolare che chi dovrebbe combattere la battaglia opposta vi si allei oggettivamente, offrendogli la possibilità di rinascere ogni volta che agonizza.
La stagione delle riforme, comunque, è lontana. Non si è mai visto che un processo costituente incominci dalla destrutturazione del Parlamento e dalla legge elettorale. Quest’ultima – lo capiranno la Meloni e Salvini a loro spese – sarà inevitabilmente proporzionale. Ed innescherà in quello che chiamiamo ancora centrodestra una guerra fratricida le cui ombre già s’intravedono tra i contendenti principali dai quali è ovviamente esclusa Forza Italia ridotta ai minimi termini e non più rilevabile come soggetto politico decisivo in nessuna aggregazione. Per di più il proporzionale sarà senza preferenze: non le vuole nessuno proprio per evitare che in qualche situazione il servitorame eletto sfugga di mano. E, dunque, i partiti che festeggiano la vittoria referendaria come una grande conquista in realtà hanno chiuso al popolo la possibilità di scegliersi i suoi rappresentanti, oltre che limitare, con la necessaria istituzione di collegi vastissimi, una effettiva proiezione dei territori nelle aule parlamentari. Ed in alcune regioni sarà perfino problematico mettere insieme i numeri per fare un quoziente e dunque un deputato o un senatore.
Chissà se Di Maio, Zingaretti, la Meloni e Salvini gliel’hanno spiegato al popolo cui si sono rivolti che il deficit rappresentativo è uno dei problemi che emergeranno con maggiore evidenza dopo le prossime elezioni a proposito delle quali c’è qualcuno che le vorrebbe subito perché questo Parlamento sarebbe ormai delegittimato. Non lo è affatto. La nuova legge entrerà in vigore con la prossima legislatura, dopo aver eletto il nuovo capo dello Stato. Intanto si continuerà a lavorare nelle due Camere sapendo che nei fatti e nella percezione popolare conteranno poco o niente poiché sono state sconfessate oggettivamente dal voto popolare cui si aggiunge l’attivismo del governo di emanare decreti con forza di legge.
Quanto agli aspetti elettorali della tornata regionale, non si può dire che il centrodestra abbia vinto la partita, come pure si sostiene. I pronostici erano tutt’altri. Sono state sbagliate le candidature: due in particolare, Fitto in Puglia e Caldoro in Campania, regione dove FdI e la Lega hanno ottenuto percentuali risibilissime a dimostrazione che nel Sud una classe dirigente è ancora tutta da costruire. La Meloni giustamente si gode il trionfo marchigiano, ma dovrebbe anche spendere qualche parola sulla sua ostinazione nell’imporre la candidatura pugliese e sull’avallo data a quella campana. Non c’era proprio niente di meglio in giro dopo le pessime prove date dai due candidati nelle competizioni passate?
Comunque la sarabanda non è finita. Trascorreremo i prossimi mesi a sentire litanie stantie sulla legge elettorale. Si rassegni il centrodestra: la faranno Zingaretti e Di Maio come più gli converrà, con l’appoggio di frattaglie a cui verranno garantite manciate di seggi. E le stelle non resteranno a guardare inventandosi altre iniziative demenziali e populiste, mentre i loro occasionali ed oggettivi alleati, nella contesa che è stata decisiva per le sorti della democrazia repubblicana, si prenderanno tutto il tempo per insolentirci con una sola giaculatoria: elezioni anticipate e ritorno al maggioritario. Non avranno niente di tutto questo. Il benservito in politica viene onorato sempre.