L’anno prossimo i romani saranno chiamati a votare per il rinnovo del Consiglio comunale e per il sindaco. L’unica cosa certa, al momento, è che la Raggi si proporrà per un secondo mandato. Tutto qui? Ci sembra francamente poco. Il destino di Roma meriterebbe ben altra analisi: riflessioni e dibattiti più approfonditi. In verità qualcosa si sta muovendo. Ma è come una goccia nel mare della indifferenza.
Ci ha provato Rutelli con la proposta di creare una squadra di almeno cento esperti a sostegno del futuro sindaco, indipendentemente dal colore del partito cui appartenga. Una sorta di club dei saggi, un nucleo tecnocratico, rodato nelle esperienze individuali e, si spera, pronto ad un impegno collettivo per condurre la Città Eterna fuori dalla crisi in cui è precipitata. La proposta non è peregrina. Anche se sconta una certa idiosincrasia a restituire alla Politica, nella sua versione alta, nobile e foriera di idee e progetti, il ruolo che le compete. Dell’ex sindaco di Roma apprezziamo l’iniziativa di forgiare nuovi amministratori. L’impreparazione della classe dirigente attuale ha raggiunto livelli spaventosi. Mentre i partiti, ridotti ad oligarchie ristrette intorno alle figure dei rispetti capi, non riescono più a selezionare i migliori. Le scelte sono, quasi sempre, al ribasso.
Eppure, ci sono stati momenti in cui Roma è riuscita a trovare un minimo di filo conduttore per non disperdersi nel groviglio dei suoi problemi. Prendiamo il Giubileo del Duemila. Forse l’ultimo grande momento in cui alla carica di entusiasmo per un appuntamento storico della Cristianità, dovuto alla tenacia di un grande Pontefice, Karol Wojtyla, si è unita una fattiva collaborazione interistituzionale. A fare da collante tra Comune, Provincia, Regione e Vaticano fu una Agenzia, l’Agenzia per il Giubileo, appunto. A venti anni di distanza, crediamo si possa riconoscere che quella fu una esperienza positiva, i cui effetti realizzativi si riscontrarono in ogni settore: dalla costruzione di nuove opere e infrastrutture, alla sperimentazione di forme di accoglienza per milioni di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo (memorabile la Giornata della Gioventù), alla garanzia di ordine pubblico. Il richiamo dell’evento che aprì il terzo Millennio potrebbe aiutarci ad orientare il dibattito sul futuro della Capitale su almeno tre punti.
Primo punto. Roma non è, né mai sarà, una città come le altre. Ha una sua specialità. Non foss’altro per la duplicità della sua dimensione di metropoli e di sede dello Stato del Vaticano. Roma è speciale anche per la sua conformazione urbanistica: il centro storico più grande del mondo, la rilevante estensione dell’agro romano, le originalità archeologiche e culturali che, nelle mille sfaccettature, ne fanno un unicum. Caratteristiche che, senza una pianificazione strategica appropriata, è difficile condurre a sistema. Impresa impossibile se, come è accaduto negli anni scorsi, non si elabori una Idea di Capitale. La si vuole esaltare nella dimensione universale, come è nella sua natura, oppure si preferisce sminuirla nella competizione, questa sì tipicamente provinciale, con Milano, la cui vocazione è di tenore del tutto diverso?
Secondo punto. Non basta aver definito Roma la “Capitale d’Italia”, inserendola in Costituzione, se poi non si fa nulla per renderla tale. Per le funzioni di capitale si richiedono attenzioni legislative e capitoli finanziari specifici. Come avviene per ogni capitale europea. Fondi e risorse che non si limitino a tappare i buchi di bilancio aperti dalle sciagurate amministrazioni che si sono avvicendate al suo capezzale. Ci vuole qualcosa di straordinario. Ma ci vuole, anche, un segno di continuità che non ingessi l’amministrazione, mortificando il primo cittadino a ruolo di questuante alla porta del governo di turno.
Terzo punto. Il sistema delle infrastrutture e della mobilità è a livelli drammatici. La città metropolitana è un ente inutile e fallimentare. L’idea che bastasse sopprimere la Provincia per far girare meglio gli ingranaggi burocratici e risparmiare qualche milione di euro si è rivelata mendace. L’area metropolitana richiede ben altri e diversi indirizzi. Nel 2001 fu presentato dalla Provincia di Roma uno studio delle tre Università pubbliche (Sapienza, Tor Vergara, Roma Tre) sul sistema del trasporto pubblico nell’area metropolitana di Roma. Uno studio complesso, ancora attuale, la cui lettura andrebbe consigliata ad ogni amministratore. In quel volume venivano individuate criticità e potenzialità del tessuto romano e del suo hinterland. Dati, grafici, analisi scientifiche, valutazioni tecniche e ambientali per progettare finalmente una Capitale di livello metropolitano. Si ipotizzava, fra l’altro, la realizzazione di metropolitane di superficie per collegare le nuove polarità esterne al perimetro urbano di Roma. Il prof. Carlo Merli, curatore della ricerca e coordinatore del comitato scientifico, scriveva: ”Non pensiamo di essere gli inventori della metropolitana! Ma dobbiamo rimarcare con forza che o si porta la quota del trasporto pubblico in sede separata almeno ai livelli delle grandi città europee (circa il 30%), sognando quelli delle città asiatiche (circa il 50%), oppure il problema del traffico non si risolverà mai, se non si vuol deprimere la mobilità”. A studi fatti, l’attuale rete metropolitana andrebbe quintuplicata. Senza una adeguata e moderna legge speciale per l’area metropolitana, sarà molto difficile farlo. Dovremmo aspettare ancora molto tempo. E tempo proprio non ce n’è più.