Il “Corrierone” ha provveduto con largo anticipo, in questi giorni tanto sereni e privi di problemi morali e sociali per tutti gli italiani, ad annunziare l’imminente ricorrenza della c.d. festa della “Liberazione, che, se non vado errato, dovrebbe cadere il 25 prossimo. Lo ha fatto presentando trionfalisticamente “i versi di impegno civile” “mai pubblicati” di un poeta salernitano, Alfonso Gatto (1909 – 1976).

Il giornalista, autore dell’altisonante articolo “Una Resistenza ritrovata”, alla lettura ci irrigidiamo nel più doveroso degli “attenti!”, lamenta amareggiato che “non sono tanti quelli che al suo nome reagiscono con quel sussulto di ammirazione che si dovrebbe a una voce “dalla freschezza immediata” e dalla dolcezza spesso pascoliana”. Viene presentato come “professore di liceo” a Bologna, pittore oltre che partigiano comunista, collaboratore de “L’Unità” fino all’uscita dal partito nel 1951.

Pur “personalità complessa e forse non ancora adeguatamente apprezzata”, non ebbe, per rispetto della verità, la prova iniziale della raccolta di poesie Isola (1932), ma fu, come ci dimostra nel volume Italia fascista in piedi (1961) e nel successivo più dettagliato Intellettuali sotto due bandiere. Antifascisti in camicia nera (1978), Nino Tripodi, attivo nel regime, tanto da contare “ben 16 riviste, arricchite dal suo nome e dal suo ingegno” e un alloro per “una composizione narrativa” nei “Littoriali”.

Ripercorriamo nelle pagine di Tripodi l’effettivo e reale percorso del presunto e preteso campione di limpidezza e di coerenza democratiche. Il titolo, conquistato a Roma nel 1935, “gli apre la strada per farsi complimentare e sistemare. Ricevuto da Mussolini a Palazzo Venezia gli chiese di metterlo in grado di realizzare la sua più grande aspirazione, che era quella di lavorare sul serio per propagandare l’idea fascista. Raccomandato pure da Ciano, trovò aperta la casa editrice Valsecchi, e, successivamente, a Milano la rivista Casabella. Funzionario della direzione generale della stampa italiana presso il Ministero della Cultura Popolare, con uno stipendio per quegli anni insolito, fu attribuita a lui, tra le quotidiane veline trasmesse ai giornali per orientarli secondo la bussola del regime, la seguente “Non vi è bisogno della violenza per imporre l’idea fascista: la verità inconfutabile è destinata a farsi strada da sola ….]. E a lui risale la non lusinghiera vicenda (per uno che doveva poi appartenere alla sinistra italiana) di avere denunciato, in un articolo apparso sul Bargello di Firenze, nel 1937, lo scrittore e commediografo Ugo Betti per alcune poesie che il Gatto definiva socialistoidi. Da tale accusa il Betti si difese tenacemente, scrivendo al Bargello che ne pubblicò la lettera: “Informo subito, a scanso di ogni equivoco, il signor Gatto e i suoi amici letterati, che il sottoscritto è fascista, fascista sul serio e senza eclissi, volontario di guerra, decorato di medaglia di bronzo al valore militare, magistrato. Inattaccabile, egregio signor Gatto”.

Delle idee di quegli anni, non certo dei principi morali di Gatto, ammesso che li abbia mai posseduti, reca prova un articolo apparso su L’Italia Letteraria dopo un discorso di Mussolini a Milano; “ […] Il Duce parla : l’orizzonte è nel giro rapido dei suoi occhi. Non può che vedere come le sue parole diventino l’attenzione stessa del popolo che lo ascolta: l’unità è assoluta, inamovibile: una vera distesa della Patria […]. […] Mussolini determina l’intelligenza del popolo, ne coglie l’ansia e vi affida in modo aperto le conclusioni già definite […]”.

In sintesi, senza esagerazione o acrimonia, Nino Tripodi può giudicare “quella del poeta Alfonso Gatto una plastica immagine di intellettuale italiano pronto a cantare chi abbia in mano il timone del potere”.

Intelligentibus pauca verba” per ieri e per oggi.