La pubblicazione delle foto di Noam Chomsky, intellettuale della sinistra radicale statunitense, con Jeffrey Epstein sull’aereo privato di quest’ultimo (e non solo lì) non deve indurre a dare sfogo all’immaginazione circa i gusti sessuali del linguista americano (anche perché il medesimo linguista – e chi lo conosce non stenta a crederlo – ha dichiarato di aver incontrato Epstein per discutere con lui di finanza e capitalismo, non per partecipare a qualche orgia); una lettura di questo genere sarebbe capziosa e molto improbabile. No, semmai deve indurre gli estimatori di Chomsky, e le persone di sinistra in generale, a diventare, finalmente, maturi, a crescere, a uscire dall’adolescenza.
“Un comunista non può avere la Ferrari”, rispondevano i vecchi comunisti a chi faceva notare loro che vivevano nel privilegio? Che i comunisti abbiano la Ferrari, è un dato di fatto; fate una ricerca, e vedrete che buona parte di coloro che votano a sinistra (almeno dagli anni Ottanta in poi) appartengono ai ceti più elevati. Che c’è di male, se un comunista ha la Ferrari? E cosa c’è di male se un comunista (pauperista, anticapitalista, immigrazionista, come appunto Chomsky) frequenta coloro che rappresentano, che incarnano il capitalismo? Niente, si dirà. Anzi, una giustificazione frequente è: conosci il tuo nemico. Per conoscere il nemico (il capitale), il comunista deve frequentarlo. Risposta degna di un adolescente, non certo di un adulto. Semmai, sarebbe ora che il mondo intellettuale (di sinistra) abbandonasse certe posizioni irrealistiche, da comitato studentesco; forse sarebbe ora se si riconoscesse un fatto, e cioè che chi ha potere, denaro, prestigio, posizione, frequenta certi ambienti, punto e basta. Che poi non sia uno snob e frequenti anche gli ambienti “popolari”, questo è un altro paio di maniche.
Ma pensare che una persona – come Chomsky e come migliaia di altre persone nella sua situazione – lodata per i suoi meriti, famosa nel mondo, frequenti soltanto coloro i quali sono oggetto della sua difesa intellettuale (i deboli, la working class, ecc.), è semplicemente ridicolo e irrealistico. Perché una persona studia, fatica, costruisce, si impegna, si dedica alla scienza, al lavoro, alla carriera? Per sentirsi in colpa se entra in un ristorante proibitivo o se frequenta il jet set? Se così fosse, allora questa persona sarebbe, diciamolo apertis verbis, un cretino: la gente combatte per stare meglio, non peggio. Che poi una persona dell’élite (usiamo questo brutto termine) decida di dedicare la sua influenza per difendere le classi più deboli, questo è un altro discorso: ciò è encomiabile sul piano morale, umano e sociale; e forse è anche intelligente, se si vuole fare un ragionamento più cinico, sul piano economico, poiché, a lungo andare, se il divario sociale aumenta, gli effetti ricadono su tutti. Ma che si continui, a sinistra, a santificare le classi più deboli, quasi che essere poveri sia una garanzia di dignità ed essere ricchi sia una certezza di infamia, è semplicemente il riflesso di un malcelato senso di superiorità e di colpa, legato, fra l’altro, almeno nei Paesi di tale religione, al Cattolicesimo (dove il povero è il rappresentante di Cristo e il ricco è immondo; discorso diverso vale nel mondo protestante, per non parlare dei Paesi atei come la Cina): è la convinzione della propria superiorità “umana” (in quanto ricchi) e il senso di colpa che induce gli appartenenti all’élite a trattare il “popolo” (che brutte parole) come bambini indifesi da difendere.
L’uomo è uomo in ogni caso: l’uomo è santo o peccatore che sia ricco o povero, e solo l’impossibilità materiale impedisce a tanti poveri di fare del male – e se lo fanno, vengono perdonati più degli altri, quasi che la povertà fosse una condizione a priori e una scusa. Chi grida all’ipocrisia vedendo Chomsky sull’aereo di Epstein ha ragione; ma non ha ragione perché è sbagliato sul piano umano ciò che si vede (l’uomo tende al meglio, l’abbiamo detto); è sbagliato perché Chomsky ha sempre, nei suoi interventi, bollato i capitalisti come i “cattivi” e il popolo come i “buoni”, ha sempre tentato di “sembrare uno del popolo” (maglione largo, occhiali qualunque, partecipazione a marce per la pace, e via dicendo), non essendolo, quasi si vergognasse; perché invece, come tanti altri, non ha voluto compiere la sua azione politica e intellettuale senza ipocrisie, dicendo chiaramente alla “gente”: io non sono voi, non vivo nelle case in cui vivete voi, non frequento le persone che frequentate voi; e proprio perché non sono come voi posso fare sentire la mia voce più di voi. Cosa c’è di male, in questo? Un avvocato che persegua gli interessi di un povero, deve diventare povero per poter fare il suo lavoro? Qual è la differenza con un intellettuale? È ora che gli intellettuali crescano.



