A meno che non si vogliano sostenere estremismi che portano a soluzioni assurde, si deve riconoscere un fatto: che la realtà è una, anche se può essere guardata da diverse prospettive. Ed essa non è immobile: essa proietta se stessa, dà dei segnali, interagisce con gli esseri umani che con essa si interfacciano. Ciò è innegabile . Vale come principio scientifico (l’osservatore influenza il fenomeno); e senza dubbio vale come principio di analisi sociale, quando cioè si vuole studiare il rapporto fra l’individuo – o fra gli individui – e la realtà, nella sua complessità.
Per comprenderla, la realtà va prima di tutto osservata, senza preconcetti, lasciando che la mente e il cuore – i due “organi” della comprensione umana – producano, interagendo, i loro output. È la realtà la base da cui partire per comprendere i problemi e per elaborare teorie che consentano la soluzione di quei problemi ; se avviene il contrario, cioè se la teoria precede l’osservazione e l’individuazione del problema, allora si forzano i dati, cioè la realtà (cioè a dire, si dà della realtà una interpretazione volutamente errata), per adattarla alle teorie. Questo è il principio del pensiero scientifico moderno, che ha consentito agli esseri umani – dell’Occidente – di progredire in ambito tecnologico e culturale come nessun’altra civiltà.
Il metodo sopra descritto vale anche quando si guarda il mondo attorno a noi, quando si osservano i fenomeni “umani”, sociali, politici che ci circondano. A essi, si deve guardare senza preconcetti, e basandosi su unico principio: gli esseri umani capiscono gli esseri umani meglio di chiunque altro. È questo principio, che potremmo chiamare “uniformità costitutiva”, che deve guidare l’osservatore. È solo tramite l’applicazione dell’osservazione basata su tale principio che i decisori – indicando con questo termine coloro che hanno potere decisionale all’interno della società, in primis i legislatori – possono procedere alla formulazione di soluzioni reali.
Ciò però non avviene, o, almeno, non sempre. E il paradosso è che non avviene proprio in quegli ambienti decisionali – e ci si riferisce, se si vuole guardare al mondo politico, agli ambienti di area sinistra – i quali, per storia, ispirazione, cultura, dovrebbero fare propri i principi “illuministici” di cui sopra; i quali, per storia ecc., dovrebbero appunto andare oltre narrazioni precostituite per affrontare i problemi con approccio pragmatico e con la mente aperta. Un approccio basato, è bene ricordarlo, sulla tolleranza e sull’apertura a soluzioni non previste, a visioni diverse. Niente di più lontano dall’attuale atteggiamento delle classi intellettuali e dirigenti della sinistra (italiana ed europea).
Sì, perché se è vero che ci sono state fasi nelle quali la “destra” è stata ideologizzata, è altrettanto vero che mai come in questa fase storica si assiste, a sinistra, a una radicalizzazione esasperata ed esasperante di ideologie preconfezionate, innaturali, forzate e prive di qualsiasi contatto con la realtà; una radicalizzazione che rende i sostenitori di tali ideologie del tutto intolleranti nei confronti della critica, al punto che lo scontro con chi si oppone a tali visioni porta spesso i sostenitori delle medesime a negare persino la legittimità umana dell’avversario. Eppure – e ciò rende evidente il fanatismo a cui si ha fatto cenno – i dati, i fatti mostrano che buona parte di ciò che si sostiene negli ambienti di sinistra è falso, perché disconfermato dalla realtà. Eppure, ancora, a fronte di questa falsificazione, palese, i sostenitori del pensiero di sinistra – usiamo questa etichetta ampia – si attaccano a questo pensiero come un bambino al giocattolo rotto, e diventano intolleranti; diventano odiatori di tutti coloro che sono, direttamente o indirettamente, coinvolti nella soluzione dei problemi che loro stessi hanno creato con la loro ideologia.
Così, tanto maggiore è l’evidenza dell’erroneità delle loro posizioni, tanto maggiore è l’odio di coloro che si rifanno alle ideologie del mondo di sinistra. E questo odio traspira, e lo si respira: è l’odio verso l’autorità, in qualsiasi forma essa si manifesti, sia essa la scuola (che è stata, proprio da tali ideologie, completamente svuotata della sua “autorità” e ridotta a una fucina di mediocrità, non più in grado di formare la classe dirigente del futuro) o la polizia.
È l’odio verso la tradizione occidentale, verso la religione; in generale, è l’odio verso la regola, poiché la regola, base assoluta della convivenza civile fra esseri umani, impegna, comporta delle responsabilità, comporta un dovere verso gli altri, verso la società. E gli eventi, i fatti – cioè, la realtà – per quanto gravi (si pensi al recente terrorismo in Val di Susa o a Bologna), sono insufficienti ad aprire gli occhi agli odiatori; i quali, anzi, si rafforzano nei loro falsi convincimenti: non è forse vero che ci sono fette consistenti del mondo politico e intellettuale che, più o meno apertamente, approvano ciò che è avvenuto, per citarli ancora, in Val di Susa o a Bologna?
Un fenomeno non nuovo, certo: anche al tempo degli attentanti rossi, i brigatisti venivano accolti come eroi nelle case borghesi degli intellettuali e venivano spalleggiati dal mondo di sinistra; si sperava, però, che quei fatti avessero aperto gli occhi, che gli odiatori di allora si fossero assopiti, non avessero passato il testimone; e invece non è stato così: il loro spirito ha continuato a permeare la sinistra e buona parte del mondo intellettuale, al punto che non è esagerato dire che la vera emergenza, oggi, non sono i terroristi rossi – che ci sono – ma sono soprattutto i sostenitori dei medesimi.






Il tema del rapporto tra realtà, metodo scientifico e ideologia è molto stimolante. È innegabile che ogni analisi seria debba partire dai fatti e dall’osservazione pragmatica dei problemi, evitando di forzare i dati per adeguarli a teorie preconcette: è un principio guida valido per la scienza come per la buona politica.