“In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti” stabilì nel 1968 Andy Warhol, una profezia che da allora non ha mai smesso di avverarsi. L’ultima in ordine di tempo a reclamare il suo quarto d’ora è la tizia che, sbucata fuori da un talent show, pochi giorni fa si è scagliata contro l’inno nazionale. Secondo la medesima il Canto degli Italiani, con quell’invocazione rivolta solo ai fratelli, sarebbe espressione di una cultura maschilista e non inclusiva che non rappresenterebbe tutte le identità di genere e quindi nemmeno “tutte le persone che vivono in Italia”.
Per rimediare ad una così palese ingiustizia la brava cantante aveva pensato di sostituirsi al povero Goffredo Mameli e cambiare il testo a suo piacimento, immaginiamo con un nuovo incipit pienamente inclusivo: “Fratelli, sorelle, persone queer, persone transessuali, persone non binarie, persone nere (per seguire la sua stessa elencazione) d’Italia, l’Italia s’è inclusa….”. Senza dimenticare il Tricolore, definito “anacronistico”, da sostituire con “una bandiera di pace … una bandiera di inclusività” (sappiamo quale). Una trovata più ridicola che irriverente, subito schiantatasi contro il muro dell’art. 292 del Codice Penale.
Sarebbe stata la solita inutile fuffa da social destinata a durare, per l’appunto, un quarto d’ora se qualcuno non si fosse subito accodato rincarando la dose. E questa volta non una semi sconosciuta musicante in cerca di fortuna, ma nientepopodimeno che un magnifico rettore. Il Prof. Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Perugia, in un articolo sul Fatto Quotidiano intitolato “Fratelli d’Italia, il triste inno nazionalista fuori dalla storia“ definisce il Canto degli Italiani (il professore forse non sa che Fratelli d’Italia è l’incipit, non il titolo) un “inno di morte e alla morte“, il cui “immaginario è militarista, la ricerca del martirio martellante” e nel quale “la persona umana non conta nulla: conta solo il destino della nazione. Una nazione tipicamente vittimista e lamentosa […] modellata su una famiglia rigidamente patriarcale: nella quale contano, e dunque vengono menzionati, solo i maschi: delle sorelle, nessuna traccia”.
Oltre a maschilismo, patriarcato, nazionalismo e militarismo nella preziosa collezione del professore non poteva mancare la xenofobia, secondo lui innalzata dall’inno “a caratteristica essenziale della nazione italiana: Scipione che batte Cartagine è immagine della eterna lotta degli italiani contro gli stranieri (gli africani, nella fattispecie)”.
Non è uno scherzo, ha scritto proprio così: secondo lui il console romano Publio Cornelio Scipione Africano che nel 202 AC sconfisse i Cartaginesi nella seconda Guerra Punica altro non sarebbe che il simbolo della lotta (ovviamente razzista) degli italiani contro gli africani ed in quanto tale sarebbe stato immortalato da Mameli nel suo inno. Di fronte ad affermazioni del genere sarebbe inutile ricordare al professore che i Cartaginesi non erano neri africani sfruttati dai bianchi, ma un popolo di origine fenicia stabilitosi sulle coste nell’odierna Tunisia per via dei commerci via mare, che erano poi la ragione del conflitto con Roma. Cartagine era in guerra per la supremazia nel Mediterraneo, non per liberarsi da un odioso colonialismo razzista, ma in una narrazione così rozza e manipolata la storia diventa un dettaglio trascurabile.
Se non ci si può meravigliare che l’aspirante cantante di un talent show non sappia cosa sia il Risorgimento, chi fossero e cosa abbiano fatto Giuseppe Mazzini e Goffredo Mameli, cosa fosse lo spirito mazziniano con i suoi concetti di dovere, sacrificio e amor di Patria, trasfusi nell’inno nazionale, e non ne abbia nessun rispetto non si può che restare di stucco nel vedere il rettore di un’università fare altrettanto.
Il quale rettore (lasciamo perdere la cantante), evidentemente, non si rende conto che il suo grossolano disprezzo per l’Italia e per la sua storia non fa altro che confermare quello che Goffredo Mameli scrisse nella seconda strofa dell’inno: “Noi siamo da secoli/Calpesti, derisi/Perché non siam popolo/Perché siam divisi.”
Se poi si provasse ad applicare la sciocca esegesi praticata dal professore e dalla cantante ad alcuni testi sacri della sinistra si otterrebbero risultati sorprendenti. Prendiamo, ad esempio, l’Internazionale, amatissima icona dei comunisti di tutti i tempi: “Compagni, avanti, il gran partito/Noi siamo dei lavorator”. Bene, ma solo maschi? E le compagne dove sono? E le lavoratrici? Siamo al solito stereotipo patriarcale dell’uomo che lavora e della donna che deve stare a casa? Oltretutto mancano anche queer, transessuali e persone non binarie.
Chiaro esempio, dunque, di “cultura maschilista e non inclusiva” confermata nella seconda strofa: “Così la vita rinnovata/All’uom darà pace ed amor”. Perché pace e amore solo all’uomo? E alle donne e a tutti gli altri niente?
Per non parlare del tormentone Bella Ciao, che già con quel “oh bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!” evoca un atteggiamento poco rispettoso nei confronti della donna, svilita da un richiamo da cat calling che ne mortifica la dignità.
Anche il verso “O partigiano, portami via/ché mi sento di morir” appare poco rispettoso del ruolo della donna, intrappolata in una logica patriarcale secondo la quale per uscire da una brutta situazione deve implorare il partigiano-uomo dal quale dipende. Non è da meno la conclusione della storia: se il partigiano morirà per la libertà la donna lo dovrà seppellire, cioè al maschio la gloria e alla donna solo la fatica di scavare la fossa. E poi, anche qui, perché solo la bella e il partigiano? E queer, transessuali e persone non binarie dove sono? La resistenza era forse binaria e non inclusiva, poco rispettosa delle identità di genere?
Se poi volessimo cercare un testo che parla di accoglienza e integrazione dovremmo rivolgerci alla tanto vituperata Faccetta Nera, bestia nera (è il caso di dirlo) di tutti gi antifascisti da bava alla bocca. Eppure il testo non lascia spazio ad equivoci: la bella Abissina (quindi nera e africana) schiava tra le schiave viene liberata, si ritrova sotto l’imperio di leggi più civili di quelle che la tenevano in schiavitù e viene portata (non certo su un gommone di trafficanti) a Roma dove viene degnamente accolta (non in uno squallido centro di accoglienza mal gestito) e integrata: “Ti porteremo a Roma liberata/Dal sole nostro tu sarai baciata/Sarai in Camicia Nera pure te/Faccetta nera, sarai romana/la tua bandiera sarà quella italiana” tanto da ritrovarsi a marciare e a sfilare con tutti gli altri, senza discriminazioni o disuguaglianze: “Noi marceremo insieme a te/E sfileremo avanti al Duce e avanti al Re”.
Chi di esegesi e sottocultura ferisce…





