L’eco suscitata dall’uccisione del militante nazionalista Quentin Deranque da parte di attivisti dell’ultrasinistra ha fatto passare in secondo piano, nell’ultima settimana, alcune recenti novità verificatesi nel campo delle destre francesi, che rischiano di avere significative ricadute sul quadro politico interno e, di conseguenza, su quello europeo.
La prima di esse riguarda il Rassemblement National, e più specificamente lo scenario che emerge da un’inchiesta dell’Ifop, la maggiore società di sondaggi transalpina. Nel momento in cui la candidatura alle presidenziali della primavera 2027 di Marine Le Pen appare più che mai incerta, alla luce della condanna a cinque anni di ineleggibilità per l’uso illecito dei fondi destinati agli assistenti al Parlamento europeo comminatale in primo grado (il verdetto di appello sarà reso noto solo il 7 luglio), l’istituto demoscopico ha voluto sondare la risposta dei potenziali elettori al probabile cambio di portabandiera, riscontrando risultati inattesi. La sintesi di questi dati è stata offerta a Le Figaro dal direttore dell’Ifop, Jérôme Fourquet, con una frase: «Bardella [il sostituto] può riuscire in un tour de force: sedurre i più agiati conservando l’elettorato popolare».
Con una percentuale di intenzioni di voto che ormai tutte le rilevazioni fissano attorno al 35% al primo turno delle presidenziali e fanno salire oltre il fatidico 50% al ballottaggio – qualunque sia l’avversario ipotizzato – il RN parrebbe dunque, con la candidatura del leader trentenne, il cui primo libro autobiografico ha superato le 150.000 copie di vendita, avviato verso un clamoroso successo. Ma le insidie sul suo cammino non mancano.
Una viene dal suo stesso campo, nel senso che la sua scelta di modificare gradualmente ma sensibilmente la retorica “né destra né sinistra” e di apertura a temi sociali di Marine Le Pen virando verso posizioni conservatrici e proposte di convergenza in funzione anti-sinistra (e soprattutto anti-France Insoumise) alle formazioni moderate rischiano di dispiacere a molti degli elettori che il populismo lepenista aveva conquistato. I dati Ifop mostrano, ad esempio, che i votanti RN più anziani si riconoscono molto più nella storica capofila che nel suo delfino, e un’accentuazione della strategia di accostamento al centrodestra potrebbe deluderli. La crescita di consensi fra i giovani e le classi medio-alte potrà compensare queste eventuali defezioni?
L’altra incognita è costituita da un secondo elemento di novità del già affollato panorama dello scontro programmato per l’aprile del prossimo anno: la discesa in campo dell’attuale presidente dei Républicains (LR), Bruno Retailleau. Campione dell’ala destra del partito di lontane origini golliste, l’ex ministro dell’Interno cavalca da un paio d’anni le preoccupazioni di molti francesi in materia di sicurezza ed immigrazione, e anche se alla politica degli annunci non ha fatto seguire quella dei fatti, i suoi toni combattivi potrebbero almeno in parte frenare l’emorragia della base conservatrice verso il partito della fiamma tricolore, nei cui confronti il politico vandeano continua a tenere viva la minaccia del cordone sanitario, meglio noto come Front Républicain.
Un importante banco di prova della riuscita di questa sfida sarà costituito dalle imminenti elezioni comunali, che si terranno il 15 e il 22 marzo. Di fronte alle ambizioni del RN, che – invertendo una tendenza ereditata dai tempi in cui l’allora Front National era agli ordini del padre-padrone Jean-Marie Le Pen, esclusivamente interessato a proiettare la propria immagine sulla scena nazionale delle presidenziali – presenterà oltre 600 liste nell’insieme del paese, LR ha tratto dal cilindro una carta inedita, aprendo alla prospettiva di un’unione delle destre che escluda Bardella e i suoi. Per riuscirci, ha teso la mano addirittura ad Éric Zemmour e al suo Reconquête, un partito che fonda la sua propaganda sulla promessa di procedere al rimpatrio forzato di tutti gli immigrati clandestini e degli stranieri condannati a pene detentive (la famosa “remigrazione”), sulla denuncia della sostituzione etnica e su una dichiarata ostilità alla religione islamica. E non ha escluso convergenze e fusioni con le liste zemmouriste che riuscissero ad arrivare al secondo turno superando il 10%, a partire da quella parigina condotta da Sarah Knafo, che i sondaggi prevedono in grado di oltrepassare quella soglia. Senza che l’ala centrista alzasse barricate – il che la dice lunga sul timore dei Républicains di subire gravi danni dal processo di destrizzazione in corso nell’opinione pubblica francese.
L’esito delle municipales, che per la prima volta sono state “nazionalizzate” dalle polemiche in corso – colpevolizzazione di Mélenchon e dei suoi per l’omicidio di Lione in cui sono implicati due assistenti di un suo parlamentare, rivolta degli agricoltori contro il governo per l’acquiescenza di fatto al trattato del Mercosur, voto-sanzione nei confronti dell’impopolare Macron, rapporti tesi tra le componenti dell’ex Front Populaire, con Hollande e Glucksmann in piena rottura con La France Insoumise –, appare cruciale sotto più di un punto di vista. E non solo per le destre.
Fra queste ultime, il risultato più importante riguarderà il successo o il fallimento dello sforzo del Rassemblement National di allargare il proprio insediamento territoriale. Oltre all’arduo tentativo di conquistare alcune città della fascia mediterranea (Nizza, Marsiglia, Tolone, Mentone) e dell’ex bacino minerario del Nord, feudo di Marine Le Pen, conterà molto l’elezione di un buon numero di consiglieri comunali in centinaia di amministrazioni medio-piccole un po’ in tutti i paesi. Se la scommessa riuscisse, costoro diverrebbero, pochi mesi dopo, l’ago della bilancia delle elezioni del Senato, dove il RN potrebbe riuscire, per la prima volta, a costituire un proprio gruppo parlamentare. Con tutte le conseguenze del caso, fra cui un ulteriore indebolimento della conventio ad exludendum ai suoi danni e un aumento di credibilità delle ambizioni di conquista dell’Eliseo.
In questa prospettiva, sarà rilevante per le destre anche quanto accadrà a sinistra. All’indomani del primo turno, infatti, si porrà per le liste della sinistra moderata (socialisti e Place publique in primo luogo) e per gli ecologisti di EELV il dilemma se fondersi, malgrado le polemiche degli ultimi tempi, con i candidati de La France Insoumise ancora in lizza o ascoltare i moniti di François Hollande e Raphaël Glucksmann ad innalzare verso la sinistra estrema la stessa barriere “repubblicana” utilizzata finora solo in funzione anti-RN. Se gli apparentamenti si verificassero, probabilmente susciterebbero nell’elettorato moderato e conservatore un riflesso simmetrico, spingendone una parte consistente ad abbandonare le residue remore e replicare, in Francia, ciò che dai tempi di Berlusconi accade in Italia: una convergenza di fatto verso una sorta di destra allargata al centro. Le proiezioni demoscopiche mostrano già una marcata propensione in questo senso in città importanti fin qui governate dalla sinistra, come Lione e Marsiglia, dove candidati “civici”, ma di fatto spostati piuttosto a destra, sono dati vincenti, e con ampio scarto.
Tutti questi segnali indicano che il contesto francese si presenta oggi come il laboratorio di nuovi scenari ed equilibri politici che si potrebbero definire post-populisti, destinati a modificare, e non di poco, le già agitate dinamiche politiche europee (si pensi all’ascesa costante, nei sondaggi, dell’Alternative für Deutschland in Germania, con la conseguente erosione dello storico elettorato cristiano-democratico). Converrà dunque tenerlo d’ora in poi sotto un’attenta osservazione, sostituendo l’analisi ai tradizionali e inefficaci esorcismi.
Marco Tarchi, Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2026





