Sono all’incirca una sessantina, fino ad oggi, le città italiane in cui si è dedicato uno spazio pubblico (strada o altro) al ricordo di Sergio Ramelli, lo studente diciottenne massacrato a colpi di chiave inglese nel 1975 a Milano, “colpevole” di aver scritto un tema scolastico sgradito alla sinistra extraparlamentare e, probabilmente, ad un suo insegnante. Crimine particolarmente odioso perché perpetrato da un gruppo di otto studenti universitari di medicina. Ovunque la sinistra non ha perso l’occasione di esprimere il suo dissenso contro la decisione delle amministrazioni comunali interessate, ma in nessun altro luogo si arrivati al parossismo registrato a Verbania. Non si può che riflettere ed esprimere qualche considerazione su quanto sta avvenendo.
C’è prima di tutto un aspetto politico importante ed attuale: alcuni degli ex-sindaci della città hanno rivendicato ad un’unica cultura politica, la loro, il diritto di trasmettere la memoria storica, che passa anche attraverso la toponomastica. Si tratta di un’appropriazione inaccettabile. La storia d’Italia è cominciata svariate decine di secoli prima della proclamazione della Repubblica Italiana ed è auspicabile che proceda nel futuro, la cultura che ha dominato nel paese negli ultimi decenni non può pretendere di esserne l’unica interprete. Nel caso specifico di Sergio Ramelli non si può neppure chiamare in causa l’antifascismo, quello previsto dalle norme transitorie della Costituzione, perché Ramelli è nato nel 1956, undici anni dopo la fine della guerra civile, e non gli è mai stata imputata alcuna forma di apologia, casomai il suo ricordo dovrebbe essere collegato a quello delle vittime del terrorismo e da tutti condiviso.
C’è anche chi ha rievocato per l’occasione le “violenze fasciste degli anni ’70”, rischiando di cadere nel ridicolo. La nostra città, anche nei momenti di massima tensione, non è andata al di là di gesti di intolleranza e di momenti paragonabili a quelli raccontati nei film dedicati a Don Camillo e Peppone. L’unico episodio conservato nella memoria è l’assalto e la devastazione dell’Albergo Intra, nei primi anni Sessanta, per impedire lo svolgimento di un convegno della Giovane Italia, l’associazione giovanile legata al Movimento Sociale Italiano. Si è invece preferito ricordare uno sparo contro una sezione del PCI, la bravata di un ragazzo “difficile” nato in un ambiente marginale, un minorenne che ha pagato il suo gesto con due anni di detenzione all’Istituto Ferrante Aporti di Torino e che la magistratura non ha mai collegato ad una inesistente militanza politica. Senza dimenticare che quel ragazzo, morto lo scorso anno, dopo aver lasciato l’Italia ha poi servito per tutta la vita i nostri vicini francesi vedendosi riconoscere di averlo fatto “avec fidélité et honneur”.
Resta la mobilitazione, sul web e in piazza, della “pancia” dell’”antifascismo militante”, quella che un po’ idealizza e un po’ rimpiange il clima degli anni Settanta che, per lo più, non ha vissuto. Considerato che il giudice Guido Salvini, il magistrato che ha condotto le indagini che hanno smascherato gli assassini di Ramelli, uomo di sinistra, non ha nascosto le coperture e le omertà offerte dal mondo progressista che hanno impedito a lungo di conoscere la verità sulla vicenda ed ha confessato l’emozione che l’inchiesta gli ha provocato, chiedo a mia volta a chi fa appello di continuo all’etica e alla morale in politica di cogliere la propria incoerenza.
Franco Franzi – segretario cittadino del Fronte della Gioventù di Verbania nei giorni dell’agonia di Sergio Ramelli






Sono Stufo e Stanco di vedere ancora e ancora quanta cattiveria gente che si dichiara di sinistra hanno verso un ragazzo che puro d’animo scrisse un suo pensiero.
Sergio VIVE perchè rappresenterà sempre non solo la volontà di aver voluto esprimere quello che pensava un ragazzo della sua età, ma VIVE per ricordarci quanto questa povera Italia non faccia che coltivare mostri di animo cattivo che dicon essere di sinistra che il diavolo se li porti.
VVRAI SEMPRE SERGIO NEI CUORI DEI GIUSTI