Non abbiamo ancora finito di indignarci per il trattamento mediatico riservato al caso Nowak, che dobbiamo voltare pagina e occuparci di qualcosa di più raccapricciante. Un quarantenne irlandese aggredito a Belfast da un trentenne proveniente dal Sudan. Un video, diffuso inizialmente sui social, riprende un rifugiato sudanese (arrivato da Parigi via Dublino) mentre seduto sul petto di un uomo a terra, coltello alla mano, prova a decapitarlo. Secondo alcuni resoconti alla povera vittima sarebbero stati cavati gli occhi.
E’ stato fortemente criticato da Tommaso Cerno il racconto de Il Corriere della Sera «Belfast, scoppia la protesta anti-immigrati: veicoli in fiamme e strade bloccate dopo un accoltellamento attribuito a un rifugiato» è il titolo del post. Un titolo maldestro (dà fastidio il termine “attribuito”) che ha lo scopo di indurre il lettore a pensare che non vi fosse certezza circa l’esecuzione della tribale esecuzione. «Il focus non è il gesto in sé ma la protesta dei manifestanti irlandesi. È quella la violenza che angoscia la redazione di via Solferino. La vittima è un irlandese bianco? No, sono gli immigrati. Contro di loro? Auto in fiamme e strade bloccate. Il motivo? Un puro fatto di cronaca nera. Un accoltellamento come se fossimo in presenza di una lite finita con tanto di arma bianca. Quasi un caso di omicidio preterintenzionale. Peccato che fosse il raccapricciante tentativo di sgozzare e decapitare nel modo più efferato e cruento possibile un irlandese. Ormai basta un post su facebook o su X e tutti conoscono tutto».
Se i disordini sono di sinistra, per esempio per Floyd, sono reazioni legittime. Se scoppiano dopo che un sudanese ha cercato di sgozzare un bianco sono invece incitamento all’odio, organizzati da teppisti di estrema destra. Fabio Dragoni afferma che «i media dem hanno trasformato il terribile accoltellamento in Irlanda del Nord in disordini di bianchi razzisti» (Se per la sinistra la vittima è sempre lo straniero, 11.6.26, Libero).
Invece, Federico Punzi su atlanticoquotidiano evidenzia che il grave atto terroristico dell’accoltellamento si è verificato a Belfast e non a Southampton. (Belfast: si avvicina il punto di non ritorno, 11.6.26, atlanticoquotidiano.it) «Siamo a Belfast, Irlanda del Nord, il posto in Europa che più di recente ha vissuto una vera guerra civile, con tanto di guerriglieri e attacchi terroristici. Qui l’esasperazione per l’immigrazione fuori controllo si somma alla rabbia mai del tutto sopita delle opposte fazioni che si sono combattute per decenni prima della pacificazione degli Accordi del Venerdì Santo e che hanno imbracciato le armi contro lo Stato – e chissà quante se ne trovano ancora negli scantinati».
Bollate come estremiste e razziste le manifestazioni pacifiche di Tommy Robinson a Londra, non avevano ancora visto la violenza dei gruppi di unionisti britannici e nazionalisti cattolici irlandesi, che stanno iniziando a convergere contro il nemico comune. La protesta ha così assunto i connotati di una caccia al migrante.
La situazione nordirlandese è particolarmente esplosiva. Le rivolte stanno diventando un un fenomeno che vediamo crescere quasi ovunque in Europa occidentale. Interi quartieri off-limits, dove la polizia non entra, o al massimo negozia, non reprime. Lo Stato mantiene la pace sociale abbassando l’asticella, accettando il ricatto piuttosto che affrontare il problema. E la rabbia monta ogni volta che la politica e i media mainstream si preoccupano più del linguaggio (i “discorsi d’odio”) che della brutalità nelle nostre strade, ogni volta che bollano come razzista o di estrema destra chi denuncia il problema, che si chiedono chi se ne avvantaggia politicamente anziché discutere le soluzioni, che accusano di “alimentare le divisioni” per il solo fatto di parlarne, prendendosela persino con Elon Musk perché non censura i video su X. «Per anni un dibattito onesto sui fallimenti dell’integrazione e del multiculturalismo è stato negato, chi metteva in guardia demonizzato. Il vuoto di politiche e di parole rischia ora di essere riempito dalla violenza. Ma la reazione dei soliti noti non è l’autocritica, non vedono le loro responsabilità politiche, ma la prova del razzismo bianco, quindi raddoppiano la loro retorica anti-razzista e le politiche liberticide. Le immagini che giungono dal Regno Unito – scrive Punzi – sono una finestra sul nostro futuro, un futuro non troppo lontano, quasi presente, purtroppo. Possiamo ancora cambiarlo, ma occorre agire ora. Le politiche di remigrazione, laddove una vera integrazione è fallita, sono l’unica opzione pacifica e legale».
Anche Il Sussidiario.net si è occupato del grave atto di Belfast (Gianfranco Lauretano, Razzismo a rovescio/ Dal caos di Belfast al liceo di Cesena, i cortocircuiti che devono aprirci gli occhi, 11.6.26, Il Sussidiario.net). Intanto i disordini non sono solo a Belfast, gli scontri si sono diffusi in altre zone del Paese, come in Scozia, a Glasgow e a Edimburgo. Naturalmente le autorità inglesi hanno immediatamente assunto la difesa degli stranieri, stigmatizzando la protesta, definita inqualificabile e razzista: “scioccante e inaccettabile” è la dichiarazione che il premier inglese, Starmer, ha dato della reazione all’accoltellamento. I movimenti di destra e il partito di Nigel Farage, Reform UK, hanno cavalcato gli scontri prendendo le difese dei manifestanti. «È chiaro che le violenze sono inammissibili, ma è altrettanto evidente che esse si presentano come l’unico sbocco ritenuto percorribile per dar voce a un vasto disagio sociale che non può essere più contenuto nel buonismo europeo e in quella ideologia che vede come indiscutibile l’istituzione di una società multietnica, che sta invece miseramente fallendo. Con l’arrivo quasi forzato e incontrollato di milioni di stranieri nei Paesi europei sta producendo la chiusura delle etnie nei propri recinti e un preoccupante livello di divisione sociale e incapacità, ormai, di integrazione, a cui la politica sembra non voler prestare orecchio: da qui le proteste e gli scontri».
La società inglese è radicalmente frammentata: interi quartieri di Londra, cioè zone grandi come Bologna o Torino, sono governati dalla sharia, il cosiddetto Londonistan; e numerosi sindaci anche di grandi città festeggiano l’investitura in consiglio comunale con cerimonie da moschea. “Un vasto senso di colpa sta attraversando le istituzioni britanniche, eredità evidente del periodo coloniale, per cui avviene una sorta di razzismo rovesciato, che striscia nella mentalità e permea le prese di posizioni pubbliche che porta a privilegiare i diritti degli stranieri”.





