A meno di due settimane dal voto i sondaggi disegnano uno scenario sempre più complesso, con un possibile esito “all’italiana” delle elezioni fissate per il prossimo 23 febbraio. Se le rilevazioni continuano ad indicare come primo partito l’Unione Cdu/Csu guidata da Friedrich Merz, attestata saldamente al 30% dei consensi, mostrano anche un risultato estremamente frammentato del voto, con l’evidente difficoltà di comporre una coalizione di maggioranza in grado di sostenere il nuovo esecutivo.
Vediamo i numeri: secondo partito – come rileva il sondaggio pubblicato ieri da Bild – è Alternativa per la Germania, attestata al 22% dei consensi. Percentuale che, secondo diversi osservatori, potrebbe essere anche più alta, considerato che parte degli elettori di AfD potrebbero non dichiarare il proprio voto in favore del partito di Widel. La Spd, partner necessario della Cdu/Csu in una Große Koalition, si attesta al 15,5%: i due partiti, dunque, non avrebbero la maggioranza per formare un nuovo governo. I liberali dell’FDP “ballano” intorno al 4%, risultato che non gli consentirebbe di superare lo sbarramento del 5%. Resterebbero i Verdi come possibile partner di coalizione, con il partito attestato al 13%. Le differenze programmatiche tra Cdu/Csu e Grünen sembrano, tuttavia, incolmabili. La Linke è al 6%, mentre il movimento di Sahra Wagenknecht dovrebbe superare di un soffio lo sbarramento con il suo 5,5%.
Se i risultati del voto di domenica 23 dovessero confermare le previsioni dei sondaggi il Bundestag somiglierebbe ad una macedonia politica, tanto da costringere il probabile cancelliere Merz a complessi giochi di equilibrismo politico. Salvo che si voglia puntare ad un governo di “salvezza nazionale” nella prospettiva di sterilizzare i voti di AfD. Un gioco pericoloso, come dimostrano i risultati ottenuti in Francia da Macron dopo il voto europeo: per ridurre la portata della vittoria del Rassemblement National l’inquilino dell’Eliseo ha sciolto il parlamento, ottenendo prima un governo durato solo tre mesi ed ora un esecutivo debole, regalando a Marine Le Pen il ruolo di arbitro delle sorti di questi esecutivi sostenuti da maggioranza raccogliticce e precarie.





