Sto leggendo i Diari dal carcere di Gianni Alemanno; un documento utile, perché svela dall’interno una realtà spesso ignorata o deformata: quella della detenzione in Italia. Lì dentro, tra sofferenze vere, errori e colpe gravi, si riflette anche un fallimento collettivo; quello di un sistema incapace di includere ed educare chi arriva da fuori. In molte strutture, la maggioranza dei detenuti è composta da stranieri, spesso mai realmente integrati – non solo per responsabilità personali, ma anche per carenze strutturali e per una retorica dell’accoglienza più attenta all’immagine che alla sostanza. È quindi legittimo porsi una domanda: perché non consentire a questi detenuti di scontare la pena nei Paesi d’origine, attraverso accordi bilaterali stabili, anche se a carico dello Stato italiano? Il piano rimpatri è una buona iniziativa, se attuata davvero; ma ha un costo elevato, e senza intese operative con i Paesi coinvolti rischia di restare più una dichiarazione politica che una soluzione concreta. Alleggerire il sistema penitenziario significa anche investire sulle condizioni di lavoro degli agenti e sulla funzione rieducativa delle strutture e nello Stato.
Proprio in queste ore, il governo ha dato il via libera a un piano da 750 milioni di euro per l’ampliamento e la ristrutturazione delle carceri. L’obiettivo è creare quasi 10mila nuovi posti entro due anni, rafforzare l’organico della polizia penitenziaria e incrementare i rimpatri dei detenuti stranieri. Ma ormai, l’ago della bilancia non è solo politico; anche i cittadini elettori osservano con crescente attenzione. Un cambio di passo che si accompagna a pene più severe per chi aggredisce agenti, maggiori poteri ai direttori degli istituti e una stretta sull’abuso della custodia cautelare. Provvedimenti che segnano una discontinuità rispetto a un passato spesso bloccato da contrapposizioni ideologiche. Ma questa riflessione ne apre un’altra, più urgente: la sicurezza urbana. È sotto gli occhi di tutti – e delle cronache online – l’aumento delle violenze da parte di bande giovanili composte da stranieri o figli di immigrati non integrati. Aggressioni, accoltellamenti, vandalismi, strafottenza verso i tutori dell’ordine, autisti, insegnanti e funzionari pubblici. Segnali di un disagio che esplode dove l’inclusione è fallita.
Non si tratta di generalizzare, ma di riconoscere che l’integrazione non si costruisce con l’attivismo, bensì facendo comprendere fin da subito che esistono regole da rispettare già al primo ingresso nel territorio italiano. Un punto che non dovrebbe imbarazzare certa politica, ma diventare il fondamento su cui costruire percorsi di cittadinanza compatibili con la convivenza civile. Senza senso di appartenenza, anche la seconda generazione rischia di perdersi.
Allo stesso tempo va ribadito che i diritti civili non hanno colore politico: sono trasversali. Quando una parte della destra li sostiene con coerenza – come nel caso di Alessandra Mussolini – dimostra maturità e consenso. All’interno della comunità LGBTQ, non sono pochi coloro che votano centro o destra, spinti da esigenze di chiarezza, sicurezza e pragmatismo; pur rimanendo forte, per molti, il richiamo a sinistra per la storica – e forse unica- tutela dei diritti.
Il governo Meloni – pur tra limiti e contraddizioni – ha segnato una rottura con un passato in cui il dissenso veniva spesso delegittimato nel nome del politicamente corretto, e chi esprimeva opinioni fuori dal coro rischiava etichette e ostracismo. È una realtà che va riconosciuta.
Oggi il dibattito pubblico appare più aperto, anche se resta molto da migliorare. Non dovrebbe esserci imbarazzo nell’affrontare temi scomodi, e anche l’opposizione – pur non sempre ascoltata – ha oggi maggiori spazi per esprimersi. È comunque un passo avanti, soprattutto se si considera che si tratta della prima esperienza di governo per una forza politica nata nell’alveo della destra nazionale. Ma perché questo cambiamento si traduca in un’evoluzione concreta, serve tornare tra la gente: riportarla al voto, ascoltare i bisogni reali e offrire risposte credibili. Servono stipendi dignitosi, politiche attive e un dibattito pubblico meno ipocrita e più aderente alla realtà quotidiana del Paese.





