Lo squallido episodio dell’Istituto Superiore di Istruzione Secondaria Carlo Volontè di Luino, dove qualche giorno fa uno studente è stato zittito e minacciato di essere preso a sberle dalla presidentessa della locale sezione ANPI solo per avere espresso un’opinione diversa da quella autorizzata dalla organizzazione dei (presunti) partigiani, pone almeno due questioni rilevanti.
Ci si dovrebbe chiedere, innanzitutto, per quale motivo le scuole debbano diventare luoghi di propaganda politica di bassissima lega dando gli studenti in pasto alle improbabili narrazioni e al pessimo esempio di personaggi inadeguati, ben al di sotto del livello minimo di decenza comportamentale e culturale. “E adesso io vorrei prenderti a sberle” ha urlato la signora Ester Maria De Tomasi a Samuel Balatri, studente diciannovenne dell’ISIS Volontè e militante di FdI, che alla fine di un incontro organizzato nell’ambito delle celebrazioni per l’80° anniversario della liberazione, aveva osato ricordare che sarebbero esistite “più Resistenze”, tra le quali quella comunista che mirava a sostituire una dittatura con un’altra. Una conclusione oramai accettata e condivisa dalla storiografia più seria e autorevole basti pensare, ex multis, all’importante opera di Claudio Pavone, storico ed ex partigiano, “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza”.
Ma di fronte a gente che, come è successo a Luino, spiega la liberazione in questi termini: “Immaginate di mangiare nuggets ogni giorno e di non riuscire ad andare in bagno. Al quinto giorno riuscite ad andare in bagno, quella è la stessa sensazione di liberazione che hanno provato gli italiani dal regime fascista” citare fonti storiografiche ci porta inevitabilmente al Vangelo di Matteo (7, 1-29): “non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe”.
Incurante, o forse ignara, del disvalore del suo comportamento la signora Ester invece di cercare di sopire e troncare, magari scusandosi, ha rincarato la dose facendo ricorso al consueto ciarpame retorico: il ragazzo sarebbe solo un “provocatore” che “non doveva parlare”; “È stata una cosa concertata, una cosa da squadrista, è salito con l’arroganza, un comportamento vergognoso”; “Se mi vogliono attaccare sono felice che nell’80esimo della Liberazione quella gente lì mi attacchi”; “una persona che rappresenta ideologicamente quelli che hanno voluto le camere a gas e i forni crematori”.
Come è evidente in questo florilegio di retorica parolaia, checchè ne pensi la signora dell’ANPI, di idee non se ne vedono proprio, e il fatto che in queste occasioni le scuole diventino un teatrino di propaganda sottoculturale nel quale si esibiscono a piacimento personaggi impreparati e improponibili che non hanno niente da insegnare a nessuno, e avrebbero casomai molto da imparare, dovrebbe fare riflettere chi di dovere e non dovrebbe restare senza conseguenze. Sull’episodio il locale deputato di FdI ha presentato una sacrosanta interrogazione parlamentare che si spera non rimanga inascoltata.
La seconda questione riguarda invece il ruolo equivoco dell’ANPI, veicolo di propaganda politica intollerante e faziosa finanziata col danaro pubblico. Qualificata come Associazione Combattentistica, ogni anno fa man bassa dei contributi statali erogati dal Ministero della Difesa che, sulla base della legge 448/2001, vengono parametrati al numero di iscritti. L’ANPI con i suoi 153.000 iscritti (2024) fa la parte del leone: 804.500 euro dal 2015 al 2022, 92.500 euro nel 2024, più del doppio di quanto percepito, ad esempio, dall’Associazione Nazionale Alpini. A ciò vanno aggiunte le generose erogazioni degli enti locali (generosissime nelle regioni rosse) e quelle ad organizzazioni collegate, come la Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane (€ 60.750) o la Federazione Italiana Volontari della Libertà (€ 68.550).
Solo che nell’ANPI i combattenti, o quanto meno quelli che hanno visto la guerra civile, sono oramai pochissimi, dato che i più giovani di allora, se ancora vivi, viaggiano oramai verso i 100 anni. Oggi per ottenere la qualifica di “partigiano” non si deve certo combattere, basta versare la quota associativa minima di 10 euro, 5 per studenti e disoccupati.
Naturalmente ad ogni tentativo di ridurre questo utilizzo, alquanto discutibile, del danaro pubblico si levano grandi cori di protesta: “Questa proposta [la diminuzione dei contributi] rappresenta un attacco diretto alla memoria storica del nostro paese. I finanziamenti pubblici sono essenziali per mantenere vivo il ricordo della Resistenza e per educare le nuove generazioni sui valori dell’antifascismo” ha dichiarato recentemente l’ANPI commentando le voci secondo le quali sarebbe allo studio il taglio degli stanziamenti.
Come poi i “partigiani” contemporanei intendano “educare le nuove generazioni”, e quindi spendere il fiume di danaro pubblico che incamerano ogni anno, ce lo ha mostrato la signora Ester Maria De Tomasi da Luino, triste sineddoche della sua organizzazione. Anche in questo caso se il governo di “destra” ci fosse dovrebbe battere un colpo.





