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Home Società&Tendenze

Non firmare non è difendere il fascismo. È difendere la forma politica della libertà

di Pierfranco Bruni
16 Giugno 2026
in Società&Tendenze
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Non firmare non è difendere il fascismo. È difendere la forma politica della libertà
       

Da dove si inizia quando l’ideologia prende il sopravvento? Dal tentate di condizionare la cultura e i libri. Quindi l’editoria. La politica del giuramento!  Quando la democrazia abiura se stessa si corre velocemente verso il controllo spregiudicato della cultura. La Fiera Più libri più liberi ha trasformato la libertà in dogana. Per esporre, per esistere nello spazio pubblico della cultura, l’editore deve firmare. Non un contratto commerciale, ma un giuramento ideologico: dichiararsi antifascista. Apparentemente innocuo. Politicamente eversivo. Perché qui non è in gioco l’antifascismo: è in gioco la libertà. Dichiararlo in forma politica, senza metafore: firmare è un atto illiberale. È la negazione stessa del principio liberale per cui  ogni sua articolazione pubblica, non chiede conto delle idee, ma garantisce lo spazio perché le idee si combattano. Quando l’accesso alla piazza è subordinato a una professione di fede, la piazza cessa di essere pubblica. Diventa di regime. Di un regime che si autoproclama migliore proprio perché impone l’abiura.

Una certa cultura burocratico del XXI  non brucia i libri: li condiziona. Non chiude le case editrici: le patenta. Non mette all’indice: mette sotto condizione. È la violenza di una idea che si fa procedura, la discriminazione che si fa regolamento, la censura che si fa “adesione volontaria”. Questa è la Supponenza Ideologica delle sinistre di oggi: la pretesa di una parte politica di farsi “etica di stato”, di trasformare i propri valori, per quanto condivisibili, in dogana dell’agibilità culturale. È cultura controllata perché controlla l’accesso. È cultura pianificata perché pianifica chi può parlare. È cultura monopolizzata perché il monopolio non è più economico, ma morale: solo chi è certificato ha diritto di parola. Il resto è zona grigia, sospetto, margine da rieducare.

E qui penso al mio Cioran diventa ghigliottina: “Quando tutti devono dichiararsi innocenti, l’innocenza è già morta”. Quando tutti devono dichiararsi antifascisti per vendere un libro, l’antifascismo è già morto. Resta il rito civile, la liturgia editoriale, l’auto-da-fé democratico. La censura classica taglia. Questa aggiunge. Obbliga ad aggiungere la postilla, la premessa, il timbro. È censura produttiva: non ti impedisce di stampare, ti impone cosa stampare prima di stampare. È la censura preventiva dell’anima. Politicamente, è un colpo di Stato dolce contro la Costituzione materiale. L’art. 21 non dice: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, purché firmino prima l’antifascismo”. Dice: liberamente. Il modulo è la negazione della libertà perché trasforma un diritto in concessione. E ogni concessione è revocabile. Oggi firmi l’antifascismo. Domani firmerai l’atlantismo, l’europeismo, l’ambientalismo, il gender. Il meccanismo è inaugurato: la cultura sotto condizionale ideologica.

Non firmare, allora, non è difendere il fascismo. È difendere la forma politica della libertà. È dire che in democrazia non si fanno liste di proscrizione al contrario: non si elencano i buoni per escludere i cattivi. Perché il giorno dopo i buoni decideranno che tu non sei abbastanza buono. L’operazione è politicamente raffinata: ammantare di antifascismo un dispositivo illiberale. Chi si oppone al modulo viene accusato di opporsi all’antifascismo. È il ricatto perfetto. È la truffa lessicale su cui si reggono i totalitarismi morbidi. Ma l’antifascismo vero, quello di Camus, di Silone, di Salvemini, nasceva proprio contro_ lo Stato etico, contro il giuramento, contro l’obbligo di adesione. Nasceva per difendere il diritto dell’individuo a non essere schedato nell’anima. Pretendere oggi la firma è tradire quell’antifascismo. È usare il cadavere del fascismo per legittimare il vivente conformismo ideologico.

Scriveva Guénon: “Lo spirito tradizionale non può morire, ma può ritirarsi interamente dal mondo esterno e allora sarà veramente la ‘fine di un mondo’”. Il modulo è il segnale che lo spirito della libertà si sta ritirando. Perché dove c’è obbligo di dichiarazione, non c’è più spirito: c’è apparato. Che fare, dunque? Disobbedire. Non firmare è, oggi, l’atto politico più antifascista e più liberale che si possa compiere. È rifiutare la pianificazione delle coscienze. È spezzare la catena per cui la cultura diventa filiale del Ministero della Verità. La soluzione non è trattare. Non è firmare con riserva. È rompere il tavolo. È costringere la Fiera, il sistema a scegliere: o la libertà senza aggettivi o la maschera ideologica di fatto. Perché una cultura “più libera” che chiede il certificato di libertà è come una pace che chiede la guerra preventiva. Una contraddizione che uccide.

La cultura deve essere libera perché rischiosa. Deve essere libera perché tragica, perché contraddittoria, perché non allineata. Deve poter contenere Dostoevskij e Céline, Heidegger e Levi, Pasolini e Brasillach, senza che nessuno chieda prima la tessera dell’anima. Firmare è un atto illiberale perché trasforma il cittadino in suddetto, l’editore in concessionario, il libro in pratica da bollare. È illiberale perché sostituisce il conflitto delle idee con la certificazione delle idee. È illiberale perché uccide il dubbio, e senza dubbio non c’è né democrazia né cultura. C’è solo amministrazione. Siamo liberi. Fino in fondo. Il Cavaliere di Dürer non firmava lasciapassare. Attraversava la Morte e il Diavolo senza chiedere permesso. La cultura, se vuole salvarsi, deve tornare a cavalcare. Senza moduli. Senza paure. Senza padroni. Il resto è supponenza. Il resto è fine. È in gioco la libertà della cultura e quando la cultura viene a essere condizionata non è più tale perché è ricatto. Al ricatto si risponde con la libertà del pensiero. Non può essere condizionabile.

Tags: antifascismocensuraRoma
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