La Tunisia brucia ancora. Dopo gli attacchi jihadisti al museo del Bardo e su una spiaggia di Sousse, le proteste di piazza sconvolgono nuovamente la piccola repubblica. Da quasi una settimana proteste sempre più violente agitano il Paese nordafricano e l’anziano presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi punta il dito contro forze interne ed esterne e mette in guardia dalla minaccia jihadista che attende alle frontiere meridionali (ogni riferimento alla Libia è voluto) per approfittare della situazione. Il portavoce del ministero dell’Interno, Walid Louiguini, ha denunciato gli intrighi di Al Qaida nel Maghreb e ricordato che la Tunisia è uno dei principali Paesi “fornitori” di foreign fighter alle fila dello Stato islamico in Siria e Iraq. L’eventualità di una guerra civile in piena regola prende macabra forma.
La situazione è terribilmente seria ovunque. Oggi è stato decretato il coprifuoco notturno in tutto il Paese che attraversa la crisi peggiore dalla c.d “rivoluzione dei Gelsomini” di cinque anni fa. La misura è in vigore dalle 20 alle 5 del mattino su tutto il territorio dopo che anche ieri erano proseguiti fino a notte fonda i disordini a Kasserine e in molte altre città: da Sfax a Biserta, da Sousse a Kairouan fino alla periferia di Tunisi, nella cite’ Etthadamen, dove è stata saccheggiata una banca, con un bilancio di 16 arresti e 44 agenti feriti.
Il premier Habib Essid ha intanto annullato tutti gli impegni all’estero (era a Davos in cerca di aiuti dai magnati) e accorciato la visita a Parigi dove oggi è stato ricevuto dal presidente François Hollande, incassando un nuovo piano di sostegno di un miliardo di euro in 5 anni. Una modestissima boccata d’aria per un paese soffocato dalla crisi, con un tasso di disoccupazione al 30% (il 50 tra i diplomati e i laureati) e un debito ormai fuori controllo. Il miglior scenario possibile per i fondamentalisti e i terroristi.






