Massimo Franco, editorialista del “Corriere della Sera” ci ha abituato ad una lettura attenta e intrigante delle vicende interne al Vaticano. I suoi libri fanno ormai testo per chi voglia approfondire tematiche complesse e indagare in un mondo fitto di segreti, dove i silenzi sovrastano i rumori e le dichiarazioni dei cardinali vanno passate al setaccio, le sfumature diventano sostanza e le espressioni spesso galleggiano tra il detto e il non detto, provocatrici di un ginepraio interpretativo tra gli stessi vaticanisti.
Da attento osservatore e meticoloso compulsatore di documenti, spulciando negli archivi e raccogliendo testimonianze dirette, Massimo Franco ci offre un affresco inedito del rapporto tra il Vaticano e gli Usa e spiega come sia stato possibile l’avvento al Soglio di Pietro di un papa statunitense, Leone XIV.
Un evento storico, fino a poco tempo fa impensabile, che rompe schemi consolidati e segna il tramonto dell’eurocentrismo di un Vaticano impoverito e diviso. Nel Conclave del 2025 sono emerse tre priorità: la pacificazione di una Chiesa divisa; il ritorno di una collegialità che nei pontificati di Francesco ma anche di Benedetto XVI era stata trascurata e compressa; e il governo anche finanziario di un’istituzione in crisi. “Ora che la centralità è stata sublimata al massimo livello – si legge nella parte introduttiva del saggio – la novità costringe a rileggere la storia dei rapporti tra Vaticano e Stati Uniti, tra il cattolicesimo e il protestantesimo al di là dell’Oceano Atlantico in modo diverso dal passato”.
Così, si dipana una lunga e tormentata storia di rapporti difficili, spesso controversi, punteggiati da pregiudizi, stagioni di conflitti e momenti di pace, con alterni supporti finanziari, a volte cospicui a volte inariditi, tra le due sponde dell’Oceano. Un filo sottile, corroborato da un flusso finanziario che non si è mai interrotto del tutto, che ha facilitato “una convergenza che le crisi economiche, la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda e la sua fine hanno confermato, insieme ad una sintonia basata su una visione delle democrazie e dell’Occidente durata fino all’inizio del terzo Millennio”. Vaticano e Stati Uniti sono apparsi a lungo due “Imperi paralleli” che, seppure con una visione diversa, condividevano un nemico comune: il comunismo e, sottolinea l’autore, “mostravano di avere una proiezione internazionale e una diplomazia mondiale uniche nell’Occidente contemporaneo”.
In questo lungo cammino, i dollari sono stati “una presenza costante”, a volte discreta, a volte meno. Ma spesso tale da influenzare alcune scelte. Da Pio XI nel Conclave del 1922, a Pio XII e al cardinale di New York Francis Spellman, il “cappellano della guerra fredda”, fino al cardinale di New York, Timothy Dolan, il peso numerico degli americani è stato minoritario; quello finanziario, molto più ingombrante. Nella ricostruzione storica di Massimo Franco spuntano personaggi chiave come la benefattrice di origine irlandese, Genevieve Brady, amica di Roosevelt e di Pio XI e XII. Tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, ha fatto arrivare sulla sponda del Tevere milioni di dollari. Oppure, come il citato cardinale Spellman , amico di Giulio Andreotti, eminenza centrale nel reperire fondi durante e soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale.
Fino all’asse saldatosi tra Vaticano e Casa Bianca tra Ronald Reagan e Giovanni Paolo II, il papa polacco che attraverso l’istituzione del Papal Foundation ha garantito una fornitura costante di finanziamenti fino ad oggi. Pagine interessanti vengono dedicate al complesso rapporto della Santa Sede con la Cina di Xi Jinping: due realtà che dal 1951, quando fu espulso l’ultimo nunzio apostolico dai comunisti di Mao Zedong e Zhou Enlai, non hanno mai ristabilito relazioni diplomatiche.
Ancor più interessanti sono le testimonianze inedite e i documenti dell’Archivio apostolico che Massimo Franco compulsa e intreccia per offrire al lettore la versione di una narrazione che porta a comprendere la natura di una progressiva convergenza tra le due entità su alcuni principi che, per esempio, avevano contribuito alla rielezione di Bush: “Proprio nei giorni del Conclave, si riunì a Washington l’assemblea plenaria della Trilateral Commission, considerato allora uno dei templi del capitalismo planetario. E mentre i cardinali si preparavano ad eleggere Ratzinger, nella capitale dell’impero parallelo i capi della “Chiesa laica” analizzavano il nuovo patto tra fede e politica negli Stati Uniti. I valori religiosi erano anche elettorali. Indirettamente, l’ha confermato un grande elettore di Benedetto XVI come il cardinale Camillo Ruini, allora presidente della Cei. “Esiste nel mondo, e in particolare negli Stati Uniti, un movimento di rinascita cristiana che va al di là delle frontiere delle Chiese, e che sottolinea un afflato cristiano del quale non si può non tenere conto”, disse l’illustre porporato a proposito dell’alleanza fra Benedetto XVI e i neoconservatori Usa.
Non sfuggono alla penna dell’editorialista del “Corriere” le inquietanti vicende legate allo scandalo dei preti pedofili, scoppiato a Boston alla vigilia della seconda guerra irachena. Una ferita non ancora cicatrizzata che aveva lasciato lividi morali sull’episcopato e aveva profondamente intaccato la credibilità della Chiesa cattolica facendo sborsare all’episcopato oltre due miliardi di dollari in risarcimento, costringendo Benedetto XVI a chiedere scusa ripetutamente e pubblicamente, durante il suo viaggio a Washington.
Sia pure con alterne vicende e reciproci sospetti, il rapporto tra il Papa tedesco e l’America di Bush ebbe sempre un filo d’intesa sui temi etici, dall’aborto all’eutanasia. Un fronte sul quale si era invece spezzato il rapporto tra il cattolicesimo dei Democratici Usa e l’episcopato. Un divorzio che nel terzo millennio aveva assunto i caratteri di un “fenomeno strutturale”. Scrive Massino Franco: “Candidature alla Casa Bianca come quelle di Hillary Clinton e poi, nel 2024, di Kamala Harris avevano ufficializzato la frattura, perché in Vaticano erano bollate come emblema di un laicismo allo stato puro, antireligioso e dunque anche anticattolico. I presidenti Usa del partito democratico avevano preso i voti della maggioranza dei cattolici con Barack Obama e, successivamente, con Joe Biden. Ma senza costruire in parallelo un rapporto culturale, prepolitico con vescovi guerrieri forgiati dall’ortodossia di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI.”
La situazione cambia con l’avvento di Bergoglio. La sua elezione è stata figlia di un trauma: le dimissioni drammatiche di Benedetto XVI, accerchiato dalla Curia. Ma anche Francesco era in sé un trauma: la risposta radicale della Chiesa che sentiva di essere a rischio di implosione, per riparare ad un’immagine segnata dalle liti e dagli scandali romani. Oscuramente, le sue origini hanno posto una sfida anche sul piano geopolitico. Gli Usa sono passati da un papa tedesco e filoamericano a un pontefice che, non riconoscendo il proprio impero, implicitamente tendeva a non riconoscerne alcuno. Era un esponente del Sud del mondo. Di un estremo Occidente che in realtà era altro: una sorta di “Occidente alternativo” a quello conosciuto, “sudista”, australe, e poco tenero con quel Nord tutto capitalismo, competizione e culto della ricchezza.
Un pregiudizio che, con caratteri diversi, avrebbe accolto sul versante atlantico anche l’elezione del successore di Bergoglio, il cardinale Prevost, nonostante le sue origini americane, e l’essere il primo pontefice americano nella storia della Chiesa. La preoccupazione che potesse essere una sorta di clone di Papa Francesco aveva raffreddato la Casa Bianca e insospettito le truppe di Donald Trump. Forse, frutto di una lettura condizionata dalle categorie del passato e poco incline a cogliere le novità di cui sorprendentemente il Vaticano e il Concistoro erano forieri. Ma Leone XIV, annota il saggista, non era figlio della “Deep Church” evocata e demonizzata dai Maga. Dottrinalmente, aveva dimostrato e avrebbe confermato di osservare un’ortodossia più vicina a quella di Benedetto XVI che di Francesco. Su questioni teologiche e di etica sessuale era su posizioni sicuramente conservatrici.
Difficile dire se Robert Prevost sia il “papa giusto” per i settori del conservatorismo statunitense, a prescindere dalle esternazioni offensive e irrequiete di Donald Trump. Di certo, è l’acuta riflessione di Massimo Franco, rappresenta il male minore per quei settori rispetto ad un pontefice argentino considerato oltre Atlantico, e non solo, antiamericano e antioccidentale, un terzomondista. Comunque, è indubbio che il tema dei soldi e delle finanze americane sia rimbalzato in modo inusuale nelle stesse Congregazioni preparatorie del Conclave. A svelarlo è stato, con un candore stupefacente, l’arcivescovo di Tokyo e presidente della Caritas Internationalis, quella che distribuisce aiuti ai poveri in tutto il mondo per conto della Chiesa.
Il cardinale Tarcisio Isao Kikuchi fu intercettato dai giornalisti mentre stava entrando nella riunione quotidiana, quando gli fu chiesto se ritenesse che la politica potesse influenzare il Conclave. Il porporato giapponese sorrise: “La politica nel Conclave? No, non penso. Ma forse i soldi…” replicò.
Massimo Franco, Papi, dollari e guerre, Solferino 2026. Ppgg. 326 , euro 22.00





