C’è qualcosa di irresistibilmente comodo nel “coraggio” quando diventa obbligatorio. Da qualche tempo, «Free Palestine» appartiene a questa categoria: non più soltanto uno slogan politico, legittimo come qualunque altro, ma una specie di certificato morale da esibire in pubblico. Lo gridano cantanti, attori, influencer; lo si espone sui social, sui palchi, nelle università. E chi non lo pronuncia abbastanza forte rischia immediatamente di dover spiegare perché.
È capitato a Ed Sheeran. Macklemore ha gridato «Free Palestine» durante un concerto del tour di Sheeran ed è stato successivamente escluso dalle date americane per decisione del promoter e di alcune venue. Altri artisti si sono ritirati per solidarietà. Sheeran, che sostiene di aver tentato di mediare e di non aver deciso l’esclusione, è finito ugualmente sul banco degli imputati. La sua colpa? Non avere trasformato il proprio palco nella tribuna politica che altri pretendevano diventasse.
Peccato che Sheeran sia un imputato piuttosto scomodo.
Da anni spende una parte considerevole del proprio denaro in beneficenza. Finanzia attraverso la propria fondazione scuole, educazione musicale e progetti per giovani svantaggiati. E proprio mentre veniva implicitamente sottoposto all’esame di coscienza sulla Palestina è emerso un dettaglio curioso: secondo Robert Kraft, Sheeran gli aveva chiesto di eguagliare una sua donazione di due milioni di dollari destinata agli aiuti umanitari per i palestinesi.
La vicenda potrebbe – e dovrebbe – finire qui: da una parte, c’è l’obbligo contemporaneo di dichiararsi; dall’altra, ci sono due milioni di dollari.
Naturalmente gridare uno slogan non significa essere ipocriti. Macklemore stesso ha annunciato una donazione di un milione di dollari per organizzazioni che assistono i palestinesi, e questo gli fa onore. Il problema è un altro: perché mai dovremmo considerare moralmente sospetto chi aiuta senza sentire il bisogno di trasformare il proprio concerto in un comizio?
E soprattutto: quanto costa, oggi, dire «Free Palestine» negli ambienti nei quali dirlo è diventato la norma?
Spessissimo, nulla. Nessun prezzo personale, nessuna rinuncia, nessun rischio. Si pronuncia lo slogan davanti a un pubblico che applaudirà, lo si pubblica davanti a seguaci che in larga parte approveranno, si riceve il plauso del proprio ambiente culturale. In questi casi sarebbe almeno prudente non chiamarlo automaticamente «coraggio». Il coraggio, per definizione, comincia dove esiste qualcosa da perdere.
Ed è qui che una parte dell’attivismo contemporaneo rischia di trasformarsi in una grande ipocrisia: si scambia il costo simbolico di una dichiarazione per il costo reale dell’azione. Si pretende dagli altri una professione pubblica di virtù proprio quando quella professione, nel proprio ambiente, è diventata socialmente conveniente.
Se davvero vogliamo utilizzare la categoria del coraggio, allora la domanda può essere posta brutalmente: questi artisti sarebbero altrettanto disposti a salire su un palco in Israele e a gridare davanti a quel pubblico, con la stessa sicurezza, «Free Palestine»? Sarebbero disposti a sostenere le proprie convinzioni anche davanti a persone ostili, accettando contestazioni, fischi e conseguenze professionali? Se sì, quello sarebbe almeno un gesto che comporta un costo. Gridare ciò che il proprio pubblico vuole sentirsi dire è una cosa diversa.
È uno dei paradossi dell’attivismo contemporaneo. Abbiamo inventato la solidarietà certificata. Non basta più fare qualcosa: bisogna essere visti mentre si sta dalla parte giusta. L’indignazione deve essere pubblica, riconoscibile, possibilmente fotografabile. Un hashtag aiuta. Una bandiera ancora di più. Uno slogan pronunciato davanti a cinquantamila persone è perfetto.
Il vecchio precetto evangelico secondo cui la mano sinistra non dovrebbe sapere ciò che fa la destra avrebbe oggi scarsissime possibilità di diventare virale. E qui la causa palestinese c’entra solo fino a un certo punto. La sofferenza dei palestinesi è reale e proprio per questo meriterebbe qualcosa di meglio della sua trasformazione nell’ennesimo accessorio identitario dell’Occidente benestante. Quando una parola d’ordine diventa un must, ripeterla non richiede più necessariamente coraggio.
C’è poi un dettaglio che dovrebbe interessare soprattutto chi dice di preoccuparsi dei palestinesi: due milioni di dollari comprano medicine. Uno slogan no. Questo non significa che le parole siano inutili. Significa semplicemente che esiste ancora una differenza fra testimoniare il bene e farlo.
Ed Sheeran sembra aver scelto soprattutto la seconda strada. Non pretende che gli altri facciano lo stesso. Sarebbe elegante concedergli la medesima libertà. Perché una società nella quale bisogna pronunciare le parole giuste per dimostrare di essere persone giuste non è necessariamente diventata più morale.
È diventata soltanto più conformista.





