Il vertice di Parigi, convocato in fretta e furia da un Macron che tenta la carta della politica estera per coprire il disastro di quella interna, avrebbe dovuto testimoniare – nelle intenzioni dei partecipanti e, più ancora, della stampa mainstream – la volontà e la capacità di reazione dell’Unione Europea allargata alla Gran Bretagna allo “schiaffo” tirato dal vicepresidente Usa J. D. Vance alla conferenza di Monaco di Baviera dello scorso fine settimana.
Tuttavia, come recita il vecchio adagio, “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” e così il vertice di Parigi ha finito – paradossalmente – per mostrare con freddezza fotografica proprio quella crisi evocata da Vance a Monaco. Crisi in primis dei numeri: dei 27 Paesi membri della Ue solo 7 erano all’Eliseo (tra questi anche la minuscola Danimarca, strappata al suo letargo post-storico dalle ambizioni trumpiane sulla Groenlandia).
Insieme al padrone di casa, dunque, si sono ritrovati all’Eliseo i leader di Germania, Gran Bretagna, Italia, Polonia, Spagna, Olanda e Danimarca, insieme al presidente del Consiglio europeo, alla presidente della Commissione europea e al segretario generale della Nato. Pochi ma compatti?
Non proprio. L’incapacità di assumere una posizione unitaria e le evidenti divisioni sul “tema manifesto” dell’incontro – l’invio di truppe europee in Ucraina come garanti di Kiev – confermano l’evanescenza dell’alternativa europea alla linea Trump del confronto diretto con Mosca. Qualche anno fa Macron parlo di “morte celebrale” della Nato, oggi probabilmente si può parlare di “morte celebrale” dell’Unione Europea.





