Dieci organizzazioni scientifiche italiane hanno inviato una lettera alle alte cariche dello Stato — Mattarella, Meloni, La Russa, Fontana — per esprimere preoccupazione sul ddl caccia, attualmente all’esame del Senato, che interviene sulla legge 157 del 1992 in materia di tutela della fauna selvatica.
Il provvedimento rischia di modificare in modo sostanziale il sistema di protezione costruito negli ultimi trent’anni. La lettera è sottoscritta da rappresentanti di società scientifiche e organismi di ricerca che si occupano di biodiversità, zoologia, etologia, biologia marina, biogeografia, ornitologia, antropologia ed erpetologia
Nel documento vengono evidenziate due criticità principali. La prima riguarda la compatibilità di alcune disposizioni con le direttive europee “Uccelli” e “Habitat”, che secondo gli estensori del testo potrebbe esporre l’Italia al rischio di una nuova procedura d’infrazione da parte dell’Unione europea. La seconda concerne il ruolo della comunità scientifica nei processi decisionali relativi alla gestione della fauna selvatica.
“La tutela della fauna selvatica non è una questione di parte e non riguarda esclusivamente il mondo ambientalista”, dichiara Luciano Di Tizio, presidente del WWF Italia: “Parliamo di un patrimonio indisponibile dello Stato e di un valore costituzionale che deve essere preservato nell’interesse di tutti i cittadini. Per questo è particolarmente importante che oggi sia una parte significativa della comunità scientifica italiana a lanciare un allarme sulle conseguenze di questa riforma”.
Viene inoltre ricordato che nel corso dell’attuale legislatura la legge 157 del 1992 è già stata modificata dodici volte attraverso diversi strumenti normativi. A giudizio degli scienziati il nuovo disegno di legge rappresenterebbe però un intervento di carattere più ampio, destinato a incidere sull’intero impianto normativo. Tra gli aspetti segnalati figurano l’estensione dei periodi di caccia oltre i limiti previsti dalla normativa europea, la revisione del ruolo dell’Ispra nella definizione dei calendari venatori, modifiche alla disciplina dei richiami vivi, l’ampliamento delle specie cacciabili, la possibilità di ridurre alcune aree protette considerate eccessive e l’estensione dell’attività venatoria in aree demaniali.

Particolare attenzione viene riservata al ruolo degli organismi tecnico-scientifici. Secondo i sottoscrittori della lettera, il loro progressivo ridimensionamento risulterebbe difficilmente conciliabile con il quadro della biodiversità nazionale. Nel documento vengono richiamati dati secondo cui il 28% delle specie di vertebrati valutate in Italia è considerato a rischio di estinzione, mentre tra gli uccelli nidificanti la quota delle specie minacciate raggiunge il 26%. La lettera cita inoltre i dati ufficiali dell’Ispra relativi alle stagioni venatorie comprese tra il 2017-2018 e il 2022-2023, dai quali emerge una stima di oltre 32 milioni di uccelli appartenenti a specie cacciabili prelevati nel periodo considerato.
Di Tizuio conclude sottolineando come “In un contesto caratterizzato dalla crisi della biodiversità e dagli impatti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici, servono più conoscenza scientifica, più monitoraggio e decisioni fondate sulle evidenze. Indebolire il ruolo della scienza significa indebolire la qualità delle decisioni pubbliche e aumentare il rischio di errori che potrebbero produrre conseguenze irreversibili sugli ecosistemi”.





