Buon compleanno, America. Anzi, buon compleanno America250, visto che oggi – 4 luglio – gli Stati Uniti celebrano i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. Ci saranno, com’è ovvio, bandiere, parate, discorsi solenni, padri fondatori a volontà, Washington, Jefferson, Franklin, il tè di Boston, Philadelphia, la libertà, la democrazia, la frontiera e tutto il repertorio che da due secoli e mezzo accompagna il grande racconto nazionale americano. Tutto giusto. O quasi. Perché a quanto pare, un fantasma europeo si aggira in questa ricorrenza. Non indossa il tricorno dei padri fondatori, ma la tiara. Sulla torta del 4 luglio, accanto alle solite candeline, bisognerebbe infatti aggiungere un personaggio che nessun manuale scolastico americano si sognerebbe di invitare alla festa: un papa. Un papa beato. Per giunta un papa nato banchiere col nome di Benedetto Odescalchi (1611-1689) e dal 1676 sua santità Innocenzo XI, 240mo pontefice della Chiesa Cattolica. Papa Odescalchi, comasco di origine, è stato beatificato nel 1956 anche in virtù della sua fama di uomo ascetico ma anche di determinato difensore della cristianità per il suo ruolo nella lotta contro gli Ottomani che assediavano Vienna nel 1683. Nel 2026 si festeggiano 350 anni dall’elezione di Papa Odescalchi al Soglio di Pietro e 70 dalla beatificazione.

Tuttavia, sulla sua figura non mancano alcune ombre come dimostrano le ricerche del trio di scrittori Monaldi & Sorti (Rita Monaldi, Francesco Sortie, negli ultimi anni, la figlia Theodora Maria Sorti) hanno disseppellito nel tempo documenti che ridimensionano la sua fama (tra cui i libri mastri di finanziamento ai protestanti). Quelle scoperte archivistiche – Monaldi&Sorti non sono dei “semplici” romanzieri ma dei veri e propri storici capaci di setacciare archivi come pochi… – hanno trovato spazio nel loro primo, imperdibile e tormentato romanzo: Imprimatur. Correva il 2002 e parallelamente alla fitta trama del libro (ambientato nella Roma nel 1683, negli stessi giorni del drammatico assedio mussulmano a Vienna) si è ben presto sviluppata una storia non meno intricata e misteriosa che meriterebbe ben altro spazio. Qui mi limito a dirvi che il libro, salutato inizialmente dalla critica come un capolavoro (e in effetti è davvero un gran libro…) è stato tradotto in 26 lingue e pubblicato in 60 paesi ma per molti anni non è stato reperibile proprio in Italia! Un caso-scandalo letterario probabilmente senza eguali nel mondo dell’editoria: chi voglia averne un’idea può cliccare qui e anche qui…
Con Imprimatur (da poco nuovamente in libreria con una nuova edizione) è iniziata una saga che ha richiesto ben sette romanzi, dei quali gli ultimi due Unicum Opus – in libreria da poche settimane – sono anche all’origine di questa puntata di È la Storia Bellezza: infatti dopo aver tanto peregrinato nell’Europa del Seicento e di inizio Settecento, Monaldi&Sorti son tornati a fare nuovamente i conti con Innocenzo XI e, con le loro ultime scoperte, lo fotografano più ancora di prima in una veste che la santità non dovrebbe indossare: quella di snodo finanziario, più o meno occulto, di una rete capitalistica anglo-olandese che ebbe molto a che fare sia con la nascita di New York sia con il finanziamento della Rivoluzione americana.
La storia arriva da Unicum Opus (pp. 1280, € 22,00), il nuovo volume che contiene due distinti romanzi (però collegati come vedremo tra loro) che chiude la lunga serie iniziata ventiquattro anni fa. La ricetta anche in questo caso non cambia: romanzi storici straordinariamente accurati, costruiti su una mole impressionante di carte d’archivio (e spesso con qualche scoperta-scoop), con lo strepitoso abate Atto Melani (Pistoia 1626 – Parigi 1714) – castrato, diplomatico, agente segreto del Re Sole, Luigi XIV di Francia, e gran tessitore di trame nei conclavi romani – a fare da protagonista e da filo rosso. Suo acerrimo antagonista fu proprio lui: Innocenzo XI Odescalchi. E per uno di quei curiosi appuntamenti del destino, anche Atto Melani, come l’America e papa Odescalchi, festeggia in questi mesi una ricorrenza: il IV centenario della sua nascita, celebrato in Italia e Francia con “Atto400”, un programma che terminerà a fine 2027 e che vede al centro la recente scoperta del suo archivio di oltre 3300 lettere di re, ministri, principi e cardinali che svelano i segreti della politica sotterranea, archivio perduto da 120 anni e ritrovato da Monaldi & Sorti nella Biblioteca Labronica di Livorno, dove viene esposto fino al 30 agosto in una mostra curata dagli stessi scopritori.
Unicum Opus è un oggetto curioso già per la sua collocazione editoriale: una novità narrativa italiana pubblicata da Rizzoli direttamente in BUR, marchio che il lettore associa soprattutto ai classici in tascabile e alle riedizioni dei bestseller. Una rarità, quasi un’anomalia nel panorama editoriale, tanto più per un’opera che rifiuta la forma consueta del romanzo singolo. Siamo infatti di fronte ad un cosiddetto tête-bêche: due romanzi in uno, stampati “testa-coda”, che il lettore può iniziare da qualunque lato. Due copertine, due ingressi, due romanzi “siamesi”, Unicum e Opus, autonomi ma intrecciati: la chiusura, attesa da quasi un decennio, della saga in sette titoli (oltre ad Imprimatur sono usciti nel tempo: Secretum, Veritas, Mysterium e Dissimulatio) con al centro sempre Atto Melani. Ma il vero protagonista sotterraneo è il denaro: quello che attraversa i confini confessionali, finanzia guerre e compagnie coloniali, trasforma la fede in geopoliti
La tesi della trama, ricostruita anche in appendice al libro nel capitolo The Odescalchi files, è di quelle che spostano le quinte della storia americana. E qui, naturalmente, viene il bello. Perché Unicum Opus non è solo la chiusura narrativa di una serie. È anche il punto d’arrivo di un’indagine condotta in oltre quindici archivi, tra Parigi, Amsterdam, Utrecht, Monaco, Stoccolma, Madrid, Svizzera, Stati Uniti e Italia, resa possibile anche dalla digitalizzazione di milioni di documenti e dall’uso di software capaci di leggere antiche grafie manoscritte, come la piattaforma Transkribus, sulla quale in autunno Monaldi & Sorti relazioneranno all’Università di Passau, in Germania. Insomma, non il solito “si dice”, ma un lavoro (faticoso come attesta, tra le altre cose, l’interessante analisi dei due autori sulle difficoltà spesso incontrate nei ricchi ma poco disponibili archivi diocesani italiani) che pretende di riportare in superficie ciò che polvere, agiografi e propaganda avevano tenuto convenientemente sottotraccia.
E allora partiamo dall’inizio, perché l’inizio non è Philadelphia nel 1776. È l’Europa del Seicento, cioè il più grande mattatoio religioso del continente.Nel 1611 nasce Benedetto Odescalchi, futuro Innocenzo XI, in una ricchissima famiglia di mercanti-banchieri comaschi. Gli Odescalchi non sono provincialotti con qualche sacchetto di monete nascosto in cantina. Sono una potenza finanziaria, con filiali e agenti in Olanda, Germania, Spagna, Polonia e in diverse città italiane. Appartengono a quel mondo di mercanti-banchieri della Valtellina e dell’Italia settentrionale che viveva precisamente sul confine — geografico, politico, religioso ed economico — tra Lombardia cattolica ed Europa protestante. Poi nel 1618 scoppia la Guerra dei Trent’anni, l’ultima grande guerra di religione tra cattolici e protestanti, dodici milioni di morti e un continente messo a ferro e fuoco. E qui, come spesso accade nella Storia con la maiuscola, mentre i predicatori predicano e i soldati muoiono, qualcun altro fattura. Gli Odescalchi hanno una filiale importante a Genova, dove passa un traffico bellico intenso con Olanda e Germania. Cattolici e protestanti si massacrano in nome della fede, ma i mercanti d’armi, molto più ecumenici dei teologi, vendono a tutti. Gli Stati, Chiesa compresa, non hanno ancora industrie militari in grado di controllare davvero la produzione e la distribuzione delle armi. I fornitori fanno quindi il doppio gioco, armando una parte e l’altra, con una semplicità che oggi definiremmo cinica e che allora probabilmente chiamavano “buon senso commerciale”.
Nel 1626 Benedetto Odescalchi, quindicenne, è apprendista a Genova, dove lo zio Papirio gli insegna l’arte della mercatura. E che arte… La famiglia si arricchisce enormemente proprio grazie alla guerra e ai commerci “trasversali” con quelli che, almeno sulla carta, sarebbero i nemici della fede cattolica. È uno di quei casi in cui la Storia, se la si guarda da vicino, si rivela per quello che è quasi sempre: poco edificante ma molto interessante. Tra i principali soci degli Odescalchi ad Amsterdam ci sono i Bartolotti, grande famiglia calvinista di origine bolognese. È qui che la vicenda comincia a cambiare scala. Non siamo più soltanto nel commercio d’armi europeo. Siamo dentro la grande finanza olandese del Seicento, quella che prepara lo spostamento del baricentro economico del mondo da Sud a Nord, da Roma, Madrid e Parigi verso Amsterdam e Londra. Come si legge in Unicum
Opus, tra Odescalchi e Bartolotti si forma un legame organico: gli Odescalchi anticipano la liquidità, i Bartolotti operano sui mercati, commerciano in metalli preziosi, muovono capitali. Nelle carte della filiale Odescalchi di Norimberga compaiono persino partite di barili d’oro e d’argento. Altro che libretti edificanti sul futuro papa povero e ascetico: qui siamo nel cuore pulsante della finanza internazionale del Seicento. I Bartolotti, guarda caso, sono coinvolti in una delle operazioni decisive della storia americana: il lancio della WIC, la West India Company, la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali. Una compagnia coloniale, certo. Ma anche molto di più. Un progetto militare, commerciale, religioso e ideologico con l’obiettivo di colpire il dominio spagnolo e cattolico nelle Americhe, portando nel Nuovo Mondo il sigillo della potenza calvinista olandese.
Alla foce del fiume Hudson, la WIC fonda nel 1624 Nieuw Nederland e due anni dopo New Amsterdam. Quella città, conquistata poi dagli inglesi, diventerà nel 1665 New York. Sono sempre gli olandesi della WIC ad acquistare dalle popolazioni native l’appezzamento di terra che oggi chiamiamo Manhattan. E dalla stessa matrice coloniale nasceranno o prenderanno forma anche luoghi destinati a diventare nomi familiari nella geografia americana: Brooklyn, Hoboken, Connecticut, Delaware, New Jersey. Ora, fin qui potremmo anche limitarci a dire: bene, gli olandesi hanno avuto un ruolo fondamentale nella nascita di New York. Lo sapevamo. Il punto, però, è un altro. La fondazione di New York e l’acquisto di Manhattan furono un atto di fede: di fede protestante. «La WIC è un progetto di conquista militare ed economica, ma anche un disegno religioso e profetico. È un’operazione politico-ideologica a fondo perduto: non a caso sul lungo periodo il valore delle azioni WIC si azzererà», commentano Monaldi & Sorti. Obiettivo della WIC è scacciare gli altri grandi colonizzatori delle Americhe: i cattolici spagnoli. Sulle navi della compagnia e nelle colonie risuonano le arringhe messianiche dei predicatori calvinisti, e il Nuovo Mondo sarà lo strumento della volontà divin
Secondo i documenti d’archivio rinvenuti da Monaldi & Sorti, la WIC non sarebbe mai decollata senza i Bartolotti, cioè senza i soci d’affari degli Odescalchi. Al momento di raccogliere i capitali per varare la compagnia, la propaganda delle autorità olandesi è fortissima. Vengono organizzate vere e proprie campagne promozionali nelle città, quasi un roadshow finanziario ante litteram. Ma gli investitori non si fidano. Le azioni restano in gran parte invendute. A quel punto intervengono i Bartolotti con un finanziamento segreto, nascosto nei libri contabili dietro sigle in codice decifrate solo in tempi moderni. La compagnia viene presentata come una public company, ma in realtà sarebbe stata una creatura politico-finanziaria garantita da un gruppo ristretto di grandi capitalisti.
Tra questi, appunto, i partner del futuro Innocenzo XI. Nel volume, ne raccontano la miscela di messianismo calvinista, avventura coloniale e calcolo finanziario i Bentvueghels, un gruppo di pittori nordici attivi a Roma, che alternavano pennelli e tele con fiumi di vino e riti d’osteria. Sono loro, nelle pagine di Monaldi & Sorti, a spiegarci come ben più di 250 anni fa l’America non era ancora una nazione ma era già una promessa escatologica. Proprio per questo la WIC ha qualcosa di economicamente irrazionale e politicamente dirompente. Le sue azioni finiranno per valere quasi nulla, ma malgrado questo la compagnia compra Manhattan, battezza luoghi, fonda insediamenti: disegna una geografia mentale a qualunque costo, a dispetto di ogni logica economica e commerciale. E allora la domanda inevitabile è questa: dietro la nascita della Grande Mela c’è anche il denaro di una rete ambigua e trasversale, cattolico-protestante, legata al futuro papa? I capitali degli Odescalchi hanno contribuito, indirettamente o direttamente, alla grande operazione calvinista che fonda New York? La risposta dei documenti citati in Unicum Opus è inequivocabile: sì. E così, il 4 luglio americano acquista una sfumatura che neppure il più fantasioso sceneggiatore di Hollywood avrebbe osato immaginare. Ma sarebbe ancora poco, perché la storia non si ferma a Manhattan…
Benedetto Odescalchi, dopo Genova, fa anche esperienza militare in Germania (negata dagli agiografi ma documentata dagli storici tedeschi), poi torna in Italia, eredita i beni di famiglia e comincia la sua carriera in Curia. Nel 1645 diventa cardinale, giovanissimo. Più tardi sarà tra i “papabili” nei conclavi del 1667 (che vide l’elezione di Clemente IX Rospigliosi) e del 1670 (il conclave che fa da scenario a Unicum e che si conclude con l’elezione di Clemente X Altieri) per poi finalmente essere eletto papa nel 1676. Da Roma, però, sembra che Papa Odescalchi non smetta di seguire i propri interessi economici. E qui la vicenda si complica ulteriormente. Secondo la ricostruzione di Monaldi & Sorti, infatti Odescalchi usa una rete di prestanome, con base anche a Venezia, per mantenere rapporti con importanti finanzieri calvinisti: i Neufville, i Deutz, gli eterni Bartolotti. Come schermo sarebbero stati usati il fratello Carlo Odescalchi e i cugini Rezzonico, comaschi anche loro ma ben collocati a Venezia come procuratori di borsa e promotori finanziari. Gli autori hanno trovato persino, in una biblioteca di Dublino, le prove dell’ospitalità offerta dai Rezzonico a leader calvinisti francesi particolarmente ostili alla Chiesa cattolica. Il che, per un futuro papa, non è esattamente un dettaglio da santino…
La “rete Odescalchi” non era neutra, non poteva esserlo: certe frequentazioni non consentono concrete prese di distanza. Nell’Olanda calvinista del Seicento, denaro e potere sono infatti la stessa cosa. Fare affari con i grandi capitalisti di Amsterdam significa entrare nella loro politica, condividerne almeno in parte gli obiettivi, sostenerne le mosse. E infatti i documenti scoperti nel 2025 negli archivi di Amsterdam dal trio di storici e scrittori mostrerebbero che il cluster finanziario Odescalchi era in contatto con i finanziatori dell’operazione che nel 1688 caccia gli ultimi Stuart dal trono inglese e con loro il cattolicesimo politico dall’Inghilterra da quel momento sotto il controllo del nuovo sovrano, Guglielmo III (1650 – 1702), che non ha caso è un Orange-Nassau, la Casa regnante olandes
Gli assegni di allora si chiamavano lettere di cambio. Ed è proprio seguendo quelle lettere di cambio che gli autori di Unicum Opus hanno rintracciato i rapporti tra i prestanome di Innocenzo XI e fornitori di vettovaglie e cannoni agli invasori dell’Inghilterra cattolica. Qui siamo nel cuore della Glorious Revolution, la rivoluzione che porta Guglielmo d’Orange sul trono inglese, prepara la nascita della Bank of England nel 1694 e cambia per sempre la storia dell’Occidente. Perché da quel momento il mondo non gira più attorno al vecchio asse cattolico e mediterraneo Venezia-Italia-Spagna. Il centro si sposta definitivamente verso il Nord Europa, verso Amsterdam e Londra, verso le borse, le banche, i prestiti agli Stati, la finanza di carta (i Deutz, partner di Innocenzo XI, sono i pionieri dei moderni fondi di investimento, garantiti però da piantagioni basate sugli schiavi). Tramonta l’età del fiorino d’oro e dei banchieri toscani. Nasce un sistema più veloce, più spietato e immensamente più efficiente: quello dei futures, dei rischi, delle scommesse, del debito pubblico, del credito organizzato, dei mercati finanziari capaci di muovere eserciti, flotte, colonie e rivoluzioni. Ed è qui che rientra l’America…
Quando le colonie del Nord America vogliono scrollarsi di dosso il dominio inglese, cercano appoggi in Europa. Austria, Prussia e Francia si mostrano prudenti, se non fredde. Ma in Germania viene firmato un trattato segreto tra il negoziatore americano William Lee e l’olandese Jean Neufville. Neufville diventa così uno dei banchieri della Rivoluzione americana, fornendo armi e capitali freschi a George Washington, Benjamin Franklin e agli altri padri della patria. Ma chi sono i Neufville? Lo abbiamo visto: sono parte di quella stessa grande costellazione finanziaria calvinista che si intreccia con la “rete Odescalchi” attraverso Amsterdam, Venezia, Londra e i vari prestanome. Ecco allora che la vicenda del papa-banchiere non riguarda soltanto la nascita di New York, ma anche la Rivoluzione americana vera e propria. George Washington regalerà a Jean Neufville un proprio celebre ritratto dipinto da John Trumbull, oggi al MoMA di New York. Nelle lettere ai Neufville, il primo presidente Usa si dirà profondamente debitore della loro benevolenza verso il suo Paese e verso di lui, sia come uomo sia come cittadino degli Stati Uniti d’America. Che non è proprio una cartolina di spiccia cortesi
Poi, come spesso accade, chi finanzia i rivoluzionari non sempre viene ripagato con puntualità. I Neufville finiranno male, travolti dal fallimento. Il figlio ed erede di Jean morirà in manicomio. Ma intanto la nascita dell’America è avviata. E la stirpe dei Neufville mette radici proprio a New York, restando legata agli interessi americani fino al Novecento. Uno degli epigoni, Lawrence Neufville, (1913 – 1997), sarà persino una figura da romanzo di spionaggio (culturale): agente speciale della CIA in Europa, impegnato a reclutare intellettuali, scrittori e artisti nella guerra ideologica contro l’Unione Sovietica.
Dalla Manhattan olandese alla Guerra fredda, passando per un papa comasco. Se non è una storia da raccontare il 4 luglio, francamente non so quale lo sia. E a rendere questa vicenda così unica c’è il fatto che a svelarla è un romanzo-inchiesta che ha resuscitato carte dimenticate negli archivi e nelle biblioteche, grafie difficili da decifrare, conti che qualcuno aveva coperto con sigle opache e che qualcun altro, secoli dopo, si è messo pazientemente a sciogliere. Come viene ricordato più volte nella trama stessa del doppio volume di Monaldi & Sorti, ciò è anche il promemoria di quanto possa essere complicato e oscuro il retrobottega del potere.
Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/





