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Home Libri&LIBERI

Enigmi storici/ Un libro riapre (una volta di più) il caso Kennedy

di Fabio Andriola
16 Agosto 2026
in Libri&LIBERI
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Enigmi storici/ Un libro riapre (una volta di più) il caso Kennedy
       

Una squadra più bizzarra non la si poteva immaginare. Infatti si formò per caso e, a ben vedere, anche il termine “squadra” non è perfettamente calzante. Ma la storia da raccontare c’è tutta e una giornalista del mensile Usa The Atlantic, Kaitlyn Tiffany, l’ha raccontata in un libro pubblicato da poche settimane negli Stati Uniti. Il titolo è The Housewifes Underground(Crown, pp. 512, $ 24,98) e parla di tre donne americane che negli anni Sessanta, senza conoscersi e abitando a centinaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, si sono trovate ad essere la punta di diamante di un movimento di cittadini che spontaneamente iniziarono a fare le pulci alla versione ufficiale dell’attentato che portò alla morte del presidente John F. Kennedy, a Dallas (Texas), il 22 novembre 1963. Le protagonista di questa storia sono Shirley Martin, Maggie Field e Sylvia Meagher. Nomi che dicono poco o nulla agli storici eppure senza di loro centinaia di libri sui fatti di Dallas non sarebbero stati scritti o sarebbero stati pubblicati con molte meno notizie. Ovviamente, il sistema dei media e l’Accademia hanno guardato con sufficienza ed ironia a quel lavoro (che si andò a fondere con quello di altri “ricercatori indipendenti”): l’hanno snobbato ieri così come continuano a snobbarlo oggi. Del resto, trascurare incongruenze e retroscena – regolarmente liquidati come “complottismo” – è parte essenziale dell’approccio intellettuale dello storico accademico medio, ovunque.

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All’indomani dell’attentato di Dallas, il governo degli Stati Uniti istituì subito una commissione d’inchiesta per chiarire ogni dettaglio dell’accaduto: la presidenza fu assegnata al giudice Earl Warren, presidente della Corte Suprema, e gli vennero affiancati John J. McCloy, J. Lee Rankin, Richard Russell, il futuro presidente Gerald Ford, l’ex capo della CIA Allen Dulles, John Sherman Cooper e Hale Boggs. La Commissione lavorò celermente e in pochi mesi chiuse le indagini: il 24 settembre 1964, solo dieci mesi dopo la morte di Kennedy, Warren & C. erano già alla Casa Bianca a consegnare il loro rapporto finale di quasi 900 pagine al presidente Lyndon Johnson. Le conclusioni ufficiali sono note: Kennedy era stato ucciso da un solo attentatore, Lee Harvey Oswald, che aveva vari trascorsi comunisti (Urss, Cuba) ma anche un passato nei marines; aveva sparato con un fucile Carcano, di produzione italiana, comprato per posta, riuscendo a mettere a segno almeno tre colpi in pochi secondi da una distanza considerevole e con un bersaglio in movimento.

Una versione che non ha retto alla prova del tempo ma che faceva acqua da tutte le parti già nell’immediato tanto è vero che i dubbi e le contro-inchieste iniziarono subito. Poi, quando nel novembre successivo, vennero pubblicati gli atti della Commissione (documenti, interrogatori, perizie, testimonianze) i dubbiosi ebbero a disposizione una enorme massa di elementi per le proprie riflessioni e contro deduzioni. Era una miniera o un dedalo a seconda dei punti di vista: sotto il titolo Hearings Before the President’s Commission on the Assassination of President Kennedy videro la luce 26 volumi (per un totale di 18 mila pagine) stampati in 5.600 copie al prezzo complessivo di 76 dollari. La pubblicazione non era scontata e fu oggetto di dibattito all’interno della Commissione Warren: ad esempio, Richard Russell, presidente della Commissione per le Forze Armate del Senato, riteneva che si dovessero rendere pubbliche tutte le prove per dimostrare come si fosse giunti al verdetto. Al contrario, Allen Dulles, pensava invece che fosse uno spreco di denaro.

«Nessuno legge», disse l’ex direttore della CIA. Dulles finì in minoranza e il Congresso approvò lo stanziamento di un milione di dollari per la pubblicazione dei volumi (editorialmente un flop gigantesco) in nome della trasparenza. Se avessero immaginato cosa ne sarebbe scaturito probabilmente, gli uomini di Washington avrebbero seguito il consiglio di Dulles.

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Delle 5.600 copie stampate, meno di mille furono vendute nei primi due anni, proprio come aveva previsto Dulles. Tra i pochi acquirenti c’erano però decine di persone, sparse un po’ ovunque, che non solo lessero e rilessero ogni parola dei 26 volumi ma dedicarono poi anni e, in alcuni casi, decenni della loro vita allo studio di queste testimonianze confuse e frammenti di prove dal significato incerto. Ed ecco che entrano in scena le protagoniste di The Housewifes Underground che ben presto trovarono il modo di andar ben oltre il contenuto della montagna di carta che avevano comprato. Shirley Martin, madre di quattro figli, regolarmente sposata, viveva in Oklahoma ed ha intervistato più di 50 testimoni dell’assassinio durante i suoi viaggi in auto con la famiglia; Maggie Field, anche lei madre di due figli e sposata, possedeva tre serie dei 26 volumi, una per ogni piano della sua casa di Beverly Hills; mentre Sylvia Meagher, ex dirigente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, divorziata, notò con disappunto che non c’era un indice dei documenti e quindi decise di crearne uno lei.

Sylvia Meagher è un personaggio un po’ più complesso rispetto alle sue compagne d’avventura. Recensendo il libro sul New York Times, James Wolcott ha sottolineato che «il fervore di Meagher affondava le sue radici nelle esperienze vissute all’OMS durante il culmine del maccartismo negli anni Cinquanta. Quando la Sottocommissione del Senato per la Sicurezza Interna convocò i suoi colleghi per presunte attività antiamericane, Meagher si rifiutò di collaborare. Molti dei suoi colleghi si avvalsero del Quinto Emendamento e, a suo parere, furono licenziati senza giustificazione. La crociata del senatore Joe McCarthy alla fine perse slancio e Meagher mantenne il suo posto di lavoro, ma, scrive Tiffany, “per il resto della sua vita, avrebbe nutrito sospetti nei confronti di qualsiasi discorso sul patriottismo e sulla lealtà”. Quel sospetto la portò a dubitare della versione ufficiale dell’assassinio di Kennedy, che suggeriva che Oswald fosse stato motivato da un radicalismo di estrema sinistra».

Non tutti potevano vederlo ma gli Stati Uniti, già poco l’assassinio del Presidente, erano in preda ad una febbre diffusa che si autoalimentava e cresceva anche senza l’ausilio di social, telefonini, web e altro: negli anni Sessanta, gli appassionati dei retroscena di Dallas comunicavano tra loro tramite una “catena di Sant’Antonio telefonica” e si tenevano aggiornati sugli ultimi sviluppi abbonandosi a servizi di rassegna stampa. Dovevano trovare spazio per i loro archivi in continua espansione, per non parlare dei 26 volumi. La ricca Maggie Field di Beverly Hills arrivò persino a comprarsi una fotocopiatrice per casa, cosa inaudita per l’epoca. Nell’ottobre 1965, a un anno dalla presentazione del Rapporto Warren e a 11 mesi dalla pubblicazione degli atti dell’inchiesta, Meagher ospitò il primo incontro di quelli che sarebbero poi diventati noti come i Warrenologi, o più semplicemente i “critici”: «L’incontro si rivelò acceso, segno di future divergenze – scrive ancora Wolcott – ma si formò una rete di contatti. Ben presto, i Warrenologi iniziarono a divulgare le proprie scoperte in trasmissioni radiofoniche notturne.

Sebbene Meagher fosse ricercata come “fonte esperta” da CBS, Esquire e dal Times di Londra, le altre donne del sottobosco delle casalinghe venivano invece spesso liquidate come membri di un club per cuori solitari, recluse e perdenti. Divennero facili bersagli della condiscendenza della stampa e del disprezzo delle autorità, derise come una congrega di eccentriche, squilibrate, dilettanti e patetiche ficcanaso in cerca di attenzioni, che ricordavano la signora Kravitz, la vicina impicciona di Vita da strega». Ora però il libro della Tiffany rende giustizia a tutte e a tutti questi affamati cercatori di verità che saranno stati spesso anche ingenui o sprovveduti ma che si scontravano – come spesso accade a quanti vengono liquidati frettolosamente come “complottisti” – contro una “verità ufficiale” sfacciatamente artefatta e, nonostante questo, difesa a spada tratta per anni da giornalisti, politici e istituzioni. Ricorda niente?

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Chi si occupa di Storia sa bene che, alla fine, su certi temi finisce comunque come ad un derby: ci sarà sempre qualcuno trattato come un visionario se dice che Gesù è morto in croce; e sulla sponda opposta troverà dei tizi che, con fare altezzoso, sosterranno come se fosse la cosa più normale del mondo che Nostro Signore in realtà sarebbe morto di freddo. Mutatis mutandis anche le eroine di The Housewifes Underground hanno vissuto la propria improvvisa passione – perché di tornaconti economici non si può certo parlare – circondate dallo scetticismo, secondo Tiffany anche per il fatto di essere donne. Sia come sia, poiché il tempo è galantuomo, dopo qualche anno sono arrivati anche i riconoscimenti, impliciti ed espliciti: «Meagher, in particolare, era ampiamente riconosciuta come un’autorità in materia di prove, persino dagli agenti federali – ha scritto Ash Carter, recensendo il libro su Air Mail – “Si ritiene che sarebbe utile per future consultazioni”, scrisse un agente dell’FBI in un promemoria in cui raccomandava l’acquisto dell’Indice tematico di Meagher sul Rapporto Warren e sulle udienze e prove.

La sua instancabile etica del lavoro era leggendaria (anche se sembra meno sovrumana una volta saputo che era dipendente dalle anfetamine)». La credibilità acquisita presso l’FBI e importanti organi di stampa (oltre all’ostinazione a non considerare mai l’ipotesi che il caso potesse essere chiuso una volta per tutte) venne confermata già a fine anni Sessanta: il procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison (immortalato da Kevin Costner nel celebre film di Oliver Stone JFK del 1991) attinse a piene mani dal loro lavoro e quando anche il Congresso degli Stati Uniti si convinse a riaprire le indagini, furono invitate nel 1977 a condividere le loro scoperte con la Commissione speciale della Camera sugli assassinii, un evento impensabile 13 anni prima che ha attivato il processo che ha portato alla progressiva declassificazione di innumerevoli documenti governativi: l’ultima tornata è stata l’anno scorso con l’amministrazione Trump.

Inevitabilmente, come capita ad ogni pioniere, i primi “warrenologi” si sono prima divisi e poi si son visti via via superare da chi aveva più mezzi ed energie: ad esempio Maggie Field si schierò a favore di Garrison e delle sue tesi che invece non convincevano la rigorosa Meagher: racconta Tiffany che «un acceso scambio di battute al telefono tra le due a proposito di Garrison pose fine alla loro amicizia». Intanto però, il mondo andava avanti e le conoscenze sui fatti di Dallas avanzavano rapidamente per i nuovi documenti e le nuove inchieste: «Grazie a queste rivelazioni e al lavoro investigativo di Epstein, CBS News e Max Holland, tra gli altri, ora abbiamo una comprensione molto più completa dell’evento rispetto a 60 anni fa – osserva ancora Ash Carter – Sappiamo, ad esempio, che gli avvocati della commissione che hanno redatto il Rapporto Warren non hanno mai visto le foto dell’autopsia. Che l’agente speciale James Hosty ha distrutto un biglietto minatorio che Oswald aveva consegnato all’ufficio dell’FBI di Dallas. Che alla CIA era stato ordinato di “sbarazzarsi” di Fidel Castro e che per farlo aveva arruolato la mafia. Che Oswald aveva 11 secondi, non sei, per sparare tre colpi».

Al di là dell’immagine romantica di un pugno di casalinghe dedite a smascherare la versione ufficiale dell’assassinio di JFK (un soggetto perfetto per una prossima serie Netflix), tra i recensori del libro e nella autrice stessa emerge la tentazione a buttarla sul sociologico: Shirley Martin, Maggie Field e Sylvia Meagher hanno davvero involontariamente inaugurato l’era dei teorici della cospirazione, dai complottisti dell’11 settembre agli anti vaccinisti dell’era Covid? Si può trascurare il fatto che, anche non volendo considerare valide le conclusioni alle quali i “ricercatori indipendenti” sono giunti, tuttavia queste ricerche spesso consentono la diffusione di notizie e documenti altrimenti nascosti o perduti.

Per non parlare della pressione che certi movimenti d’opinione possono esercitare per costringere le autorità costituite a riaprire casi che si sperava di aver chiuso per sempre. Da questo punto di vista, Tiffany apre una linea di credito alle sue “casalinghe” e ai loro compagni di strada per la loro “energia democratica”: «Credevano ancora in un possibile futuro in cui il paese in cui vivevano potesse assomigliare di più a quello che era stato loro promesso». Ognuno di loro aveva il proprio campo di interesse, e il lavoro di alcuni è stato sicuramente di qualità superiore a quello di molti altri. Ma per tutti, il presupposto di partenza era lo stesso: il Rapporto Warren era una «frode deliberata, palese e dimostrabile», ideata per insabbiare una cospirazione di vasta portata. E oggi chi può dargli, francamente, del tutto torto?

La loro “guerra” contro la Commissione Warren non riguardava solo le traiettorie dei proiettili e i modelli di fucile. Era soprattutto una battaglia per i cuori e le menti dei loro concittadini. Una battaglia civile, vinta non solo perché, ormai da decenni, la stragrande maggioranza degli statunitensi – e non solo – è convinta che John Kennedy sia stato vittima di una cospirazione (ordita da chi? Qui le ipotesi abbondano…). Quella battaglia è stata vinta anche perché ha dato un modello ai giornalisti, comitati di cittadini e ricercatori indipendenti che nel mondo d’oggi (Italia inclusa), sfidando lo scetticismo e il conformismo dei media, tengono viva l’attenzione sulle tante ombre delle loro storie nazionali.

Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/

Tags: John KennedyKaitlyn Tiffanystoriastoria americana
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