Mestiere pericoloso quello dello storico, soprattutto perché imprevisti e passi falsi son sempre in agguato. Prendiamo un caso recentissimo, quello di Javier Rodrigo, Miguel Alonso e David Alegre, tre studiosi spagnoli che hanno appena consegnato alle stampe una ambiziosa e voluminosa opera: La guerra civile spagnola: una storia globale (Galaxia Gutenberg, pp. 640, € 30,00). Uno sforzo non comune anche perché c’era da coordinare il lavoro di una cinquantina di storici che hanno affrontato tutte le possibili (secondo loro) sfaccettature di un conflitto che ha segnato per vari motivi il Novecento e che fa ancora sentire la sua influenza, non solo in Spagna. Tra le difficoltà da affrontare c’era anche quella di arrivare in tempo per l’immancabile anniversario: infatti, il 18 luglio 2026 ricorrono i novant’anni dalla sollevazione militare guidata dal generale Francisco Franco, sollevazione che ha dato ufficialmente inizio alla guerra civile spagnola che si sarebbe poi conclusa nell’aprile 1939 con la vittoria franchista.

Neanche il tempo di godersi il libro sui banconi delle librerie, di leggere le prime recensioni e di organizzare le immancabili presentazioni, ed ecco che ti arriva il guastafeste: si chiama Gustavo Martín Asensio e da poche settimane ha pubblicato Marea Rossa: La strategia rivoluzionaria sovietica in Spagna durante la Seconda Repubblica (Espasa, pp. 400, € 23,65). Cosa ha fatto, in breve, Asensio? Ha smontato una volta di più la lettura propagandistica e prevalente che vuole la Guerra Civile spagnola come una lotta, sfortunata, degli alfieri della democrazia contro la barbarie fascista. Una tesi fortunata, alimentata per decenni dalla propaganda e che ora Asensio ribalta grazie ad una valanga di documenti sovietici, recuperati in quelle miniere ancora in gran parte inesplorate che sono gli archivi russi. In pratica, Asensio ha analizzato l’influenza e le strategie del Comintern, l’organizzazione creata nel 1919 da Lenin per promuovere la rivoluzione comunista mondiale, durante la guerra civile spagnola. Da subito, agenti sovietici presero il controllo del Commissariato di Guerra della Seconda repubblica spagnola sotto attacco e così fu anche per il servizio radiofonico estero del governo repubblicano di Madrid: lo scopo era quello di elaborare e diffondere un’interpretazione del conflitto che servisse agli interessi della politica estera sovietica. Tra le novità che porta Asensio c’è la dimostrazione che l’infiltrazione sovietica nei gangli della Spagna repubblicana, contrariamente a quanto sostenuto ancora oggi da una parte consistente della storiografia, non fu un effetto collaterale e accidentale ma il risultato di un’attenta pianificazione ed esecuzione che era iniziata molti anni prima.
Difficile trovare tracce di tutto questo nella Storia globale della guerra scoppiata giusto novant’anni fa che hanno coordinato Rodrigo, Alonso e Alegre e la spiegazione è semplice e ci riporta dritto dritto al cuore del problema: dietro, e al di là, del dibattito storiografico l’interpretazione sulla Guerra civile spagnola è, ieri come oggi, una questione eminentemente politica. Lo dimostrano le infami politiche sulla memoria dell’attuale governo di sinistra guidato da Pedro Sánchez (diretta conseguenza di quelle del suo predecessore José Luis Rodríguez Zapatero, al potere dal 2004 al 2011), politiche che non si fermano davanti a nulla neanche davanti ai morti. Una determinazione che molto spesso non poggia su una solida base parlamentare ma su una maggioranza risicata e composita. Un atteggiamento estremista che ricorda quello di altri governi di sinistra dalle basi d’argilla eppur decisi comunque a “fare la rivoluzione”. Si potrebbe fare l’esempio del governo di Salvador Allende in Cile (poi rovesciato dal golpe militare del generale Augusto Pinochet) ma anche, per restare in Spagna, all’ esecutivo che si insediò nel febbraio 1936 e che, a causa delle sue politiche rivoluzionarie e oltranziste, dovette fare i conti ben presto con la sollevazione militare di luglio.

A salvaguardia dell’interpretazione “classica” della guerra civile spagnola, che come dimostra Asensio è “figlia” di precise direttive sovietiche, operano ancora oggi strutture ben organizzate, perfettamente funzionali al potere politico e scarsamente contrastate dal fronte liberal-conservatore. Anche qui, niente di nuovo, né in Spagna né altrove. Eppure, come dimostra il lavoro di Asensio, penne e cervelli non mancherebbero. Ma, in assenza di un coordinamento cultural-editoriale-accademico, sono costrette a marciare in ordine sparso come dimostra, tra gli altri, il caso clamoroso di Pio Moa, lo storico che sta alla Spagna e alla sua Guerra civile come Giampaolo Pansasta alla Guerra civile italiana del 1943-45: entrambi provenienti da sinistra (Moa addirittura dal terrorismo…), entrambi baciati da uno strepitoso successo editoriale, entrambi messi all’Indice dal sistema giornalistico-editoriale-accademico egemonizzato da una sinistra intollerante perché dogmatica, “condannata” di buon grado ad essere dogmatica perché senza quei “dogmi” tutto crolla: il potere culturale e quello politico. E invece, tutto sommato, la baracca ancora regge soprattutto grazie alla cecità congenita del fronte opposto – in Spagna e altrove… – che sembra incapace di qualsiasi azione/reazione non estemporanea.
Eppure basterebbe guardare cosa fanno gli altri. Senza andare troppo lontano, restiamo con il solito trio Rodrigo-Alonso-Alegre, “guarda caso” animatori del “gruppo di ricerca” PERPETRATE, costituitosi in seno all’Università autonoma di Barcellona per studiare «le figure degli autori delle violenze franchiste durante la Guerra Civile Spagnola e il dopoguerra. Con l’obiettivo di ampliare la nostra comprensione della formazione e dell’evoluzione delle forme e degli obiettivi della violenza franchista, adotterà un approccio multidimensionale nei confronti degli attori intermedi che hanno svolto i compiti delle principali agenzie repressive del regime, nonché dei beneficiari di tali processi. PERPETRATE si propone di approfondire la nostra comprensione delle logiche, delle forme e della tempistica della violenza perpetrata dalla dittatura franchista».
Un approccio monodimensionale – condito dall’immancabile supercazzola – che tende a fissare il solito principio secondo il quale violenza, prevaricazione e torti stavano e stanno da una sola parte, quella del MALE, alla quale si è contrapposto il fronte del BENE sul quale non vale la pena di indagare troppo. Anche per non doversi attardare su certe ardite inversioni logiche, la più clamorosa delle quali è quella che vede le teste pensanti di PERPETRATE sostenere che la “rivoluzione” portata avanti dalle sinistre consorziate nel Fronte Popolare spagnolo (ben sei partiti, altro che il nostro ipotetico “campo largo”…) che aveva vinto le elezioni del 16 febbraio 1936 era stata la “reazione” alla “controrivoluzione fascista”. Insomma, nel tradizionale scontro tra Rivoluzione e Reazione in Spagna ci sarebbe stata prima la Reazione e poi la Rivoluzione che Francisco Franco si incaricò di stroncare. Ad una interpretazione “classica” che vede negli eccessi rivoluzionari del fronte repubblicano spagnolo (già prima dell’alzamiento militare) il primo passo verso quel processo rivoluzionario che si ispirava al bolscevismo del ’17 e che si scontrò con la “controrivoluzione” (il colpo di stato militare appoggiato-tollerato da settori conservatori di diversa estrazione e il cui denominatore comune non sarebbe stato il solito fascismo, bensì proprio l’opposizione ai rivoluzionari) per gli storici di PERPETRATE il rapporto causa-effetto va semplicemente invertito.
Ma tutto il bel castello interpretativo – che già non faceva i conti con i libri e le argomentazioni di vari storici (oltre a Moa, ad esempio È la Storia Bellezza si è occupata recentemente anche delle sorprendenti ricerche di Miguel Platón sulle effettive proporzioni della repressione franchista) – crolla di fronte alle ricerche d’archivio come quella di Gustavo Martín Asensio che ha il merito non tanto di aver retrodatato l’inizio della crisi che portò alla Guerra civile spagnola ma di aver fornito nuove e decisivi riscontri a quello che altri, prima di lui, hanno sostenuto basandosi oltre che su documenti non provenienti dagli archivi russi anche sulla cronologia. Che può essere utile rivedere a partire dal 1898 quando, di fatto, la Spagna smette di avere un impero nelle Americhe con la perdita di Cuba in seguito alla sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti. La divisione tra gli spagnoli si acuì in quel momento: da una parte i democratici auspicavano riforme, dall’altro le destre e i conservatori invocavano un “uomo forte” per curare i mali della nazione. Come spesso accade, servivano probabilmente entrambe le cose, ma non ne arrivò nessuna.
Nel 1917, l’eco della Rivoluzione russa giunge anche nella penisola iberica e uno sciopero generale viene brutalmente represso dall’esercito. L’instabilità politica, anche se la Spagna è fuori dalla Prima guerra mondiale, è paragonabile a quella di altre nazioni europee: il primo ministro Eduardo Dato Iradier viene assassinato nel 1921; ebbe cinque successori in due anni finché nel 1923 il generale Miguel Primo de Rivera rovesciò l’ultimo di loro. Per il re Alfonso XIII di Borbone de Rivera era “Il suo Mussolini” ma sei anni dopo arriva la terribile crisi finanziaria del 1929 che rivela, tra le altre cose, che tra de Rivera e il dittatore italiano qualche differenza in effetti c’era. Infatti, il “duce” spagnolo perde rapidamente l’appoggio dell’esercito mentre il fronte repubblicano prende forza e nelle elezioni del 1931 dimostra di essere maggioranza nel Paese. Nell’aprile 1931 Alfondo XIII abdicò anche per scongiurare una guerra civile. Inizio così il cosiddetto “biennio socialista” con il solito corredo di intemperanze contro le istituzioni cattoliche e militari oltre che contro la proprietà privata e le classi borghesi. Nel 1933 gli spagnoli ne avevano già abbastanza e alle elezioni diedero la maggioranza al raggruppamento di destra CEDA, guidato da José María Gil-Robles. Il nuovo governo si ritrovò a dover fare i conti con i sindacati e i partiti di sinistra la cui mobilitazione culminò nel 1934 con la sollevazione delle Asturie, repressa duramente dall’esercito e dove si distinse un certo generale Francisco Franco, veterano della guerra coloniale in Marocco, che affrontò gli scioperi dei minatori nelle Asturie con bombardamenti e artiglieria (oltre mille morti). Era convinto di essere in guerra e si comportò di conseguenza: «Questa guerra è una guerra di frontiera e i suoi fronti sono il socialismo, il comunismo e tutto ciò che attacca la civiltà», disse.

Le successive elezioni portarono al potere, all’inizio del 1936, il Fronte Popolare, un’alleanza di partiti di sinistra il maggiore dei quali, il Partito socialista operaio spagnolo (PSOE) aveva come leader Francisco Largo Caballero che annunciò senza mezzi termini «la dittatura del proletariato [e] la repressione delle classi capitaliste e borghesi». Questo a febbraio: a luglio, come sappiamo, l’esercito intervenne ancora una volta sotto la guida di un pugno di generali tra i quali, ancora, Francisco Franco (che ci avrebbe messo qualche settimana ad assumere un ruolo guida). In risposta, i democratici, veri e presunti, si mobilitarono per difendere la Repubblica. Iniziava così la Guerra civile spagnola.
Le diverse interpretazioni alle quali abbiamo accennato si innestano su questi avvenimenti ma, evidentemente, offrono letture diverse. In particolare, la documentazione pubblicata da Asensio nel suo Marea Rossa rivela che, dietro le quinte, a soffiare sul fuoco dell’oltranzismo repubblicano, prima e soprattutto dopo il 1936, c’era la longa manus del Comintern di Mosca, decisa non tanto a combattere il fascismo e a “difendere la repubblica democratica” quanto a creare una spaccatura tra le potenze capitaliste e quelle “imperialiste”, ostacolando così la formazione della temuta alleanza militare “interamente imperialista e interamente capitalista” contro l’URSS. In altri termini, Stalin e il Cremlino temevano un’alleanza tra dittature (Germania, Italia) e democrazie (Gran Bretagna e Francia) in chiave antisovietica. La Guerra di Spagna le vide invece contrapposte e questo servì a scongiurare il pericolo per un po’. Infatti, nel 1939 le paure di Stalin ripresero corpo e aprirono la strada al sorprendente accordo con la Germania di Hitler (Patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939).
A sostenere il progetto sovietico – nel suo libro Asensio dedica alcuni capitoli su come venne organizzata la manipolazione delle narrazioni pubbliche, l’impiego strategico della propaganda, la costruzione della memoria – c’era in Spagna una classe dirigente social comunista che non vedeva l’ora di scatenare una rivoluzione sul modello di quella bolscevica del ’17: «Abbiamo un partito, la gioventù (socialista) unificata, l’UGT e la CGTU (due importanti sindacati spagnoli, NdR) fuse, la reale prospettiva di creare un unico partito rivoluzionario del proletariato, abbiamo la possibilità di un grande sviluppo delle Alleanze dei Lavoratori e del consolidamento del Fronte Popolare». Così il leader del Partito Comunista Jesús Hernándezspiegò a Mosca il piano rivoluzionario della sinistra per porre fine alla «democrazia borghese» della Seconda Repubblica. Il rapporto che Hernández presentò al Presidium dell’Internazionale Comunista è datato 22 maggio 1936, cioè due mesi prima del colpo di stato militare contro quella stessa democrazia che, dal febbraio 1936, era governata da chi in realtà sognava di imitare i Soviet russi: «Abbiamo una linea chiara e una chiara comprensione dei nostri obiettivi; ci ispiriamo alla traiettoria del grande partito di Stalin; abbiamo il sostegno positivo della nostra grande Internazionale Comunista – continuava Hernández – La lotta è attualmente tra fascismo e antifascismo, tra rivoluzione e controrivoluzione, una lotta che non è né finita né ancora decisa». Ripetiamolo: questo veniva detto e scritto ben prima della sollevazione militare. La spiegazione secondo Asensio è semplice: nella primavera 1936 la Spagna era nel pieno sviluppo di un piano di ingerenza del Comintern avviato per lo meno nel 1931.
Il rapporto di Hernández non è certo l’unico documento compromettente e sconcertante per la sinistra spagnola che ancora oggi si presenta come l’irriducibile baluardo democratico contro la “destra golpista”. Secondo Asensio negli archivi russi sono conservati centinaia di migliaia di documenti relativi all’ex URSS e alla sua strategia in Spagna. Tra i più interessanti c’è una lettera riservata di quattro pagine inviata al Comitato Esecutivo del Comintern, questa volta da un socialista, Graciano Antuña – segretario generale della SOMA (i minatori asturiani) e della federazione regionale del PSOE – che ebbe un ruolo di primo piano nei preparativi, nel finanziamento e nell’attuazione del tentativo di colpo di stato del 1934. Antuña, nell’ottobre 1934, spiegava al Comintern: «Una volta accettata la necessità della violenza per la rivoluzione attraverso l’insurrezione armata al fine di instaurare la Dittatura del Proletariato, come ha fatto per il Partito Socialista Operaio Spagnolo, non sarà facile scalzarlo dalla sua posizione attuale». Hernández e Antuña erano solo due dei leader della sinistra spagnola completamente organici al progetto del Comintern che Asensio delinea chiaramente: la strategia consisteva nel mantenere la facciata di una difesa democratica, addestrando, preparando e pianificando al contempo gli elementi necessari ad assorbire i poteri della Seconda Repubblica attraverso il Fronte Popolare. La Spagna sarebbe stata, di fatto, il primo esperimento in Europa (dopo i fallimenti di analoghi progetti negli anni Venti in Germania, Italia e Polonia) di una “Repubblica Democratica” in stile sovietico. Uno scenario sventato solo dal colpo di stato militare del 18 luglio 1936.
La chiave di volta del piano di Mosca per la Spagna ha un nome e un cognome: dal 1932 in poi, fu l’agente del Comintern in Spagna, l’italo-argentino Vittorio Codovilla, a coordinare l’opera di infiltrazione secondo i dettami della cosiddetta “strategia delle costellazioni” sviluppata nel 1926 dal finlandese Otto Kuusinen, segretario del Comintern: «L’errore sta nel credere che il comunismo sovietico abbia mai agito in modo trasparente – ha detto Asensio al quotidiano spagnolo El Confidencial – C’è la propaganda pubblica del Comintern e poi c’è l’incapacità di vedere che il suo modus operandi, fin dall’inizio, consisteva nel creare tutta una serie di reti e organizzazioni di facciata. Kuusinen aveva stabilito che, per conquistare i compagni di viaggio – in russo venivano chiamati poputchiki, coloro che percorrono la strada con noi senza avere la tessera del partito – bisognava creare tutta una serie di “sistemi solari”». Una serie di pianeti che ruotano attorno al sole; il sole, ovviamente, è Mosca. Questi pianeti sembrano indipendenti, ma ruotano attorno a Mosca, dipendono da Mosca e sono finanziati e diretti da Mosca in modo assolutamente chiaro. E la chiave per il successo di tutto ciò è la grande flessibilità: in ogni paese bisogna trovare il modo culturalmente appropriato per implementarlo, con volti locali e utilizzando slogan accattivanti: la fratellanza dei popoli, la pace, ecc. Una strategia che è stata messa in pratica fino agli Ottanta come sappiamo…
La nascita della Seconda Repubblica nel 1931 fornì quindi un quadro ideale per questo duplice approccio: la facciata democratica e liberale dei partiti politici per il consumo pubblico, affiancata al vero obiettivo della rivoluzione operaia tramite anche l’eliminazione (legale, politica e se necessario anche fisica) di tutti gli avversari. Ciò portò alla creazione di una costellazione di organizzazioni di stampo sovietico che si estendevano ben oltre il Partito Comunista stesso. Questo rende necessaria una correzione al vecchio mantra del basso numero di iscritti al PCE (Partito Comunista di Spagna) prima del 18 luglio 1936. La penetrazione ispirata da Mosca fu molto maggiore ma attuata soprattutto attraverso organizzazioni fiancheggiatrici come il Soccorso Rosso Internazionale, gli Amici dell’Unione Sovietica(che in Spagna divenne la seconda organizzazione più grande d’Europa, dopo la Francia, con oltre ventimila membri) e la Federazione Operaia Culturale e Sportiva. Ovviamente poi ci furono anche infiltrazioni in settori come i sindacati, le organizzazioni giovanili e l’esercito stesso.
Tuttavia, l’aspetto più significativo dell’azione di Codovilla e del Comintern in Spagna fu il pieno controllo del PSOE di Francisco Largo Caballero: un’operazione non difficilissima visto che, come abbiamo già visto, Caballero era un estremista di suo e i socialisti spagnoli avevano già un proprio “slancio rivoluzionario” come ha dimostrato l’insurrezione armata del 1934, organizzata in risposta alla schiacciante vittoria della destra alle elezioni generali del 1933. Ricorda Asensio che «nel PSOE c’era tutta una serie di leader che, dopo l’insurrezione armata, finirono a Mosca finanziati dal Soccorso Rosso Internazionale». In Marea Rossa, lo storico spagnolo pubblica, tra le altre cose, anche un rapporto che prova il sostegno finanziario del Comintern al PSOE diventato così il perno dell’azione sovietica in Spagna. Nel 1935, dietro diretta ispirazione di Mosca, il PSOE organizzò nelle Asturie una grande manifestazione per commemorare le vittime della repressione dell’anno precedente. In quell’occasione, proprio il Comintern consigliò l’usò dell’espressione di “Fronte Popolare di Spagna”, la stessa denominazione usata l’anno dopo per il cartello delle sinistre alle elezioni. Era una delle applicazioni pratiche della strategia staliniana fissata dal Settimo congresso del Comintern, tenutosi a Mosca dal 25 luglio al 20 agosto 1935: ufficialmente l’Unione Sovietica abbandonava la promozione della rivoluzione internazionale e “ripiegava” sulla politica dei “fronti popolari” (alleanza di tutti i progressisti e social comunisti contro “fascisti”, conservatori e reazionari) in ogni nazione. A che cosa avrebbero, comunque, potuto portare quei “fronti popolari” poi si è visto, in Spagna e altrove… Ma, conclude Asensio, quella strategia rappresentava in realtà solo un cambio di tattica. Tra i documenti che pubblica ci sono infatti anche le prove che allo stesso VII Congresso del Comintern furono distribuite istruzioni militari segrete che ordinavano di proseguire l’infiltrazione degli eserciti borghesi “al duecento per cento”, mentre ufficialmente il segretario del Comintern, il bulgaro Georgi Dimitrov, continuava a predicare il frontismo popolare nei suoi discorsi pubblici. La tradizionale doppiezza leninista che avrebbe gettato la maschera pochi mesi dopo. Giusto novant’anni fa…
Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/





