Il mandato di arresto emesso dalle autorità belghe nei confronti di Dimitris Avramopoulos ricostruisce un quadro articolato dell’inchiesta sul Qatargate, delineando quella che gli investigatori definiscono un’organizzazione criminale attiva all’interno del Parlamento europeo con l’obiettivo di orientarne le decisioni politiche a favore del Qatar e, in parte, del Marocco.
Secondo il documento giudiziario, la rete non si limitava agli eurodeputati coinvolti nell’indagine. Le autorità belghe sostengono infatti che «altri individui, con o senza legami con le istituzioni europee, sarebbero attivi nell’ambito di questa organizzazione criminale o si muoverebbero intorno ad essa», descrivendo un sistema più ampio di relazioni, incarichi e attività di influenza.
Al centro dell’inchiesta figura l’ex eurodeputato italiano Antonio Panzeri, indicato come il principale organizzatore del meccanismo attraverso il quale il Qatar avrebbe trasferito denaro, sia in contanti sia attraverso organizzazioni non profit. Secondo l’accusa, le risorse erano destinate a persone in grado di incidere sulle decisioni del Parlamento europeo, con l’obiettivo di evitare iniziative che potessero danneggiare l’immagine dell’emirato o, al contrario, favorirne gli interessi politici.
Uno degli elementi ritenuti centrali dagli investigatori è il ritrovamento di ingenti somme di denaro contante durante le perquisizioni. Il mandato sottolinea che tali evidenze «possono essere correlate al ritrovamento di ingenti somme di denaro contante nell’abitazione di Panzeri e nell’abitazione condivisa da Giorgi e Kaili», rafforzando, secondo la procura federale belga, l’ipotesi dell’esistenza di una struttura organizzata di corruzione.
Nel documento compare anche il nome dell’ex commissario europeo Dimitris Avramopoulos. Gli investigatori sostengono che «sembra aver goduto di uno status privilegiato ed essere stato pagato dall’associazione Fight Impunity» e che sarebbe stato «l’unico membro del Consiglio onorario dell’AITJ ad aver ricevuto un compenso».
A sostegno di questa ricostruzione viene citata la testimonianza di Simona Rousso, ex segretaria e coordinatrice di Fight Impunity. Secondo quanto riportato nel mandato, Rousso avrebbe dichiarato che Avramopoulos era l’unico membro onorario retribuito dell’organizzazione, con un compenso di circa 4.500 euro mensili. Sempre secondo la testimonianza riportata dagli investigatori, l’ex commissario avrebbe dovuto partecipare a conferenze internazionali, svolgendo tuttavia un’attività ritenuta limitata rispetto al compenso percepito.
Il mandato dedica inoltre particolare attenzione agli impegni assunti da Avramopoulos al termine del proprio incarico nella Commissione europea. Per ottenere l’autorizzazione a svolgere nuove attività professionali, l’ex commissario aveva dichiarato che non avrebbe utilizzato informazioni sensibili acquisite durante il mandato né svolto attività di lobbying nei confronti della Commissione europea. Le autorità belghe ritengono che tali condizioni rappresentino un elemento rilevante nell’ambito delle verifiche in corso.
Parallelamente all’inchiesta giudiziaria, diversi media internazionali hanno approfondito le implicazioni politiche ed etiche del caso. Testate come Politico, Follow the Money e Le Soir hanno analizzato il ruolo di Fight Impunity e le relazioni sviluppate da alcuni ex e attuali rappresentanti delle istituzioni europee con i Paesi del Golfo, evidenziando possibili conflitti d’interesse e criticità nei meccanismi di controllo.
Tra i casi maggiormente discussi figura anche quello dell’ex vicepresidente della Commissione europea Margaritis Schinas. Secondo un’inchiesta di Follow the Money, Schinas sarebbe stato il commissario europeo ad aver trascorso il maggior numero di notti nei Paesi del Golfo durante il proprio mandato. La stessa indagine riferisce che, in occasione di un viaggio negli Emirati Arabi Uniti, il soggiorno in una struttura di lusso sarebbe stato interamente finanziato dal Paese ospitante e che la permanenza sarebbe stata prolungata oltre gli impegni istituzionali.
Le ricostruzioni giornalistiche sottolineano inoltre come Schinas, pur essendo responsabile del portafoglio dedicato alla “Promozione dello stile di vita europeo”, abbia evitato pubbliche critiche sulle violazioni dei diritti umani in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, arrivando invece a definire gli Emirati un «faro di ispirazione».
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla gestione della comunicazione da parte della Commissione europea. Politico ha descritto momenti di forte tensione nella sala stampa di Bruxelles, quando la presidente Ursula von der Leyen ha evitato di rispondere alle domande dei giornalisti sui rapporti tra Schinas e il Qatar, alimentando le polemiche sulla trasparenza delle istituzioni europee.
Per quanto riguarda Avramopoulos, la stampa internazionale concentra l’attenzione soprattutto sulle accuse formulate dalla magistratura belga. Oltre agli aspetti economici relativi ai compensi ricevuti da Fight Impunity, il dibattito si focalizza sull’ipotesi di partecipazione a un’organizzazione criminale e sulla presunta violazione delle restrizioni etiche previste per gli ex commissari europei.
Mentre in Grecia il confronto pubblico si è spesso concentrato sulla legittimità fiscale e amministrativa dei compensi percepiti, le principali testate europee approfondiscono il presunto ruolo di Fight Impunity quale possibile strumento utilizzato per costruire una rete di influenza all’interno delle istituzioni dell’Unione europea. Un’impostazione che riflette il diverso approccio con cui il caso viene affrontato sul piano nazionale e internazionale.
Le accuse riportate nel mandato rappresentano la ricostruzione della procura federale belga e sono tuttora oggetto di procedimento giudiziario. Tutti gli indagati mantengono la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.





