Settimana scorsa Rai 3 ha mandato in onda in prima serata “Albatross”, il film sulla vita di Almerigo Grilz, figura leggendaria del Fronte della Gioventù degli anni 70, uscito per pochissimi giorni nelle sale lo scorso luglio. Mi sarei aspettato che avremmo fatto a sportellate tra redattori per scrivere una recensione, invece mi trovo solingo a cimentarmi. “Albatross” è stata una occasione mancata o comunque un’occasione che andava sfruttata, andasse come andasse? Questo è il quesito che emerge dopo la visione del film, rivedibile su Raiplay.
Il film evidenzia due aspetti fondamentali che lo hanno pesantemente condizionato: il primo l’assoluta mancanza di mezzi per realizzarlo, il secondo, la costante preoccupazione di non dare l’impressione di essere troppo di destra.
Una delle prime scene del film rappresenta uno scontro di piazza tra le opposte fazioni, girato in un contesto molto modesto, tra stradine anonime, in cui due gruppuscoli di estremisti si affrontano a cazzottate, senza farsi del male. Da notare che il gruppo dei “Fascisti” brandisce spranghe che io nella mia realtà di missino in decine di cortei non ho mai visto esibire. I “Rossi” invece hanno solo bandiere, delle chiavi inglesi non c’è traccia. Eppure nella realtà degli anni 70, aste di bandiere e chiavi inglesi erano ben in vista nelle sfilate comuniste; ne seppe qualcosa Peter Walker, giovane di destra che aggredito dal servizio d’ordine del Movimento Studentesco, durante un corteo, morì un mese dopo per le lesioni riportate, nel 1973.
La figura limpida di Almerigo comunque emerge ugualmente; giovane idealista, leale anche con gli avversari che non vede come nemici, a differenza loro. Ha un grande culto per l’amicizia, e le figure di Fausto e Gian, i suoi fedelissimi, sono ben tratteggiate, perfino la scelta degli attori risulta adeguata. Appare amante della vita e sempre a caccia di emozioni, costantemente in viaggio. Versatile, eccelleva nel disegno, nella creatività, con doti di fine politico che non mise mai a frutto.
Dettagliata anche la descrizione della sede del Fronte, dove sono ben esibite copie del Candido e della Voce della Fogna, ormai di difficile reperibilità. Così come le riviste di quell’epoca che campeggiano nell’edicola al centro di Trieste, segno di un certo rispetto per i particolar .
Il pezzo forte del film avrebbero dovuto essere i vari reportage in giro per il mondo, la storia della prima spedizione in Afghanistan, come i tre fondatori di Albatross, erano riusciti ad arrivarci, quali pericoli avevano dovuto affrontare, quali difficoltà avevano dovuto superare, anche burocratiche. Ricordo che ad un ritorno da un loro viaggio, appena arrivati in Italia, a Milano, Marco Valle e Paola Frassinetti che avevano ospitato Fausto e Gian, mi chiamarono per visitarli, perché si erano presi l’epatite, per fortuna in modo lieve.
Le location per girare le scene dei vari reportage, sono state un po’ rabberciate, fosse stato un film hollywodiano, avremmo visto paesaggi spettacolari e scene d’azione ripetute ed emozionanti. La parte più interessante riguarda i flash delle varie spedizioni, in Birmania, Libano, Thailandia, Iran, e infine il fatale Mozambico, dove il colloquio notturno tra un guerrigliero africano ed Almerigo è il momento più poetico del film.
Il film è anche breve, il ricorso a scene originali avviene principalmente nei titoli di coda, con le foto di Almerigo in bella vista. Un’occasione mancata, ci potrà essere sempre il modo di farne un remake, però era importante rompere un tabù, far conoscere a tutti che il mondo della destra giovanile degli anni 70 aveva grandi spunti di nobiltà. L’immagine della sinistra rappresentata dal film rimane sempre la stessa: incapace di confrontarsi con gli altri, ideologizzata, stantia nei suoi veti, con la solita dose di cattiveria nell’animo.





