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Home Società&Tendenze

Lingua italiana/ Stiamo perdendo la battaglia delle parole?

di Antonio de Felip
1 Giugno 2026
in Società&Tendenze
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Lingua italiana/ Stiamo perdendo la battaglia delle parole?
       

Narra un’antica leggenda della Val d’Ossola: “Dopo aver creato tutte le cose, il Buon Dio cominciò a dare loro dei nomi e disse loro: siete vive perché avete un nome. Il vostro nome è la vostra anima. Non fatevi togliere il nome perché sareste morte. Non fatevi cambiare il nome perché sareste schiave di chi ve lo ha cambiato”.

La parola è anche una sorta di segno magico: le parole cambiano la realtà, cambiano il mondo. Dare il nome alle cose, ai luoghi, agli animali significa dichiarare, affermare il proprio possesso, il proprio diritto ordinatore, di più, la propria signoria su di essi. Carl Schmitt, con lucida chiarezza, ci ricorda che: “Una conquista territoriale ha un effetto costitutivo solo quando chi attua la presa di possesso riesce a imporre un nome.” Non è banale ricordare che non è per nulla ininfluente chiamare un certo arcipelago Falkland Islands o Islas Malvinas.

Le parole non sono semplici insiemi di suoni, ma ovviamente ben di più. Non solo le parole ci permettono di comunicare, ma danno significato e senso alla comunicazione. E, ancor di più, ci forniscono un segno di valore, o di disvalore, implicito o esplicito, sui concetti comunicati. Noi pensiamo con le parole e nel nostro pensare assumiamo anche l’implicito contenuto, di significato e di valore, delle parole stesse. Chi domina le parole, domina il mondo. E viceversa: chi domina il mondo può dominare le parole. Il racconto 1984 di George Orwell lo dimostra con estrema chiarezza: per dominare il mondo occorre dominare il significato delle parole. L’aveva capito, ancora prima, Lewis Carrol: “La questione è”, disse Alice, “se si può dare alle parole tanti significati diversi…” “La questione è”, ripeté Humpty Dumpty, “chi è che comanda”.  

Ecco perché la Rivoluzione liberal-mondialista, i Signori del Caos, gli Apologeti della Perversione sono così impegnati a inventare nuove parole portatrici di un significato implicito, spesso non percepito come giudizio di valore. Oppure a modificare il senso di parole che originariamente ne avevano un altro, magari più neutro o semplicemente descrittivo. O ancora a proibire, pena conseguenze anche penali o comunque di stigmatizzazione sociale, l’uso di termini che potrebbero veicolare concetti non graditi al regime.

Pervertendo il significato delle parole, introducendo nuovi termini che s’incaricano di trasmettere non solo un concetto, ma anche un giudizio di valore, impedendo l’uso di altre parole, giudicate offensive, si influenza non solo la comunicazione, ma anche il significato della stessa. Di più: si influenzano le idee, il modo di pensare, i valori stessi, le mentalità collettive. Con le parole si cambia il mondo. Negli ultimi anni, le centrali della sovversione hanno lavorato intensamente per cambiare il senso delle parole, introdurre parole-concetti, parole-valori, caricando di significato positivo o negativo alcune parole chiave, obliterando altre presenti nel nostro lessico ma sgradite ai signori del caos e dell’infero, usando altre come clave per squalificare, minacciare, ridurre al silenzio gli avversari. Basti pensare a termini quali “fascista”, “razzista”, “sovranista”, “populista”: non sono delle definizioni, sono delle minacce squalificanti, ignorando ogni doverosa e oggettiva analisi storica e politica.

Come siamo arrivati, passo dopo passo, a questo allontanamento delle parole dalla verità, quello che Ida Magli definì “la forma più radicale di lavaggio del cervello che i governanti abbiano imposto ai propri sudditi” e “l’obbligo di acquisire, attraverso norme linguistiche, un sistema non corrispondente alla realtà.”? Certamente, c’entra il principio della “rana bollita” di Chomsky: una rana buttata in acqua bollente schizza subito fuori, ma cotta lentamente in acqua inizialmente fredda si lascia quietamente bollire. E’ il nostro caso. Solo qualche lustro fa, ci saremmo indignati per la distorsione linguistica che subiamo oggi. Ma la causa principale è stata la sistematica, organizzata, strategica conquista, da parte della sinistra, prima marxista poi liberal, di tutte le agenzie “datrici di senso”: scuola, università, case editrici, stampa, televisioni, cinema: con tale totalitaria potenza di fuoco, le è stato facile imporre parole, significati, divieti. Così, lentamente ma inesorabilmente, le parole hanno subdolamente insinuato nel “sentire comune” dell’opinione pubblica anche un significato di valore: in molti casi, l’implicita positività del termine (ad esempio, “gay”) viene imposta dalla pressione sociale e culturale e con la minaccia di stigmatizzazione dei dissenzienti.

Prendiamo un esempio di “invenzione delle parole” relativamente recente: il termine “femminicidio”. Come se “omicidio” non comprendesse anche l’uccisione di donne. Qualche lustro fa non esisteva. Una leggenda metropolitana, che non siamo riusciti a verificare, ci dice che sia stato inventato vent’anni fa da un giornalista di Repubblica. Se non è vera, è veritiera. E “femminicidio” è un termine densissimo di un falsificante significato ideologico: ha lo scopo precipuo di demonizzare il grande nemico dei tempi moderni, il Grande Satana del Politicamente Corretto: l’Uomo Bianco, Europeo, Eterosessuale, Cristiano oggi considerato colpevole di ogni delitto e dedito allo sterminio sistematico delle donne. Quante volte l’abbiamo sentito nei telegiornali: “ennesimo femminicidio…”. Femminicidi ovviamente dovuti all’imperante ideologia “maschilista”, orribile perversione intrinseca all’uomo bianco eterosessuale.

Poi, a dimostrazione della devastante egemonia culturale della sinistra e del femminismo, l’obbrobrio lessicale si è tragicamente trasformato anche in obbrobrio penale, con la legge “contro i femminicidi”. Questa legge è stata approvata in via definitiva all’unanimità qualche mese orsono: una triste dimostrazione della resa della destra su un tema valoriale così importante.  

Nell’acclamazione esaltata dei politici di ogni schieramento e dei media mainstream, sono state poche le voci di coloro che hanno denunciato l’aberrazione etica ancor prima che giuridica di tale legge che, di fatto, introduce pene differenti a seconda che la vittima sia un uomo o una donna. Roberto Pecchioli ha descritto: “l’obbrobrio giuridico, ideologico e culturale in nome del quale l’omicidio è più grave se la vittima è una donna”. Così il giurista e docente Daniele Trabucco: “Dunque le vite umane non sono uguali davanti alla legge. Se infatti la vita umana è il bene giuridico protetto dalla norma penale, ma la pena per l’uomo che uccide una donna è più grave della pena per la donna che uccide un uomo, ne deriva, logicamente e oggettivamente, che la vita di un uomo è un bene giuridico che vale meno della vita di una donna”.

Parallelamente è partita la demonizzazione del concetto di “patriarcato” e del relativo termine, senza che nessuno osasse ricordare che “patriarcato” è la definizione di una ancestrale struttura familiare e sociale che ha dato forma alla nostra società europea ed è alla base delle nostre civiltà. Eppure, la potenza del cretinismo femminista è riuscita a caricarla di una valenza negativa.

Ecco un altro esempio di corruzione verbale ai fini d’inquinamento ideologico e mentale: in italiano esiste la regola del cosiddetto “maschile sovraesteso”, sempre rispettato, cioè l’uso del genere maschile per includere anche quello femminile; questo sia al singolare (il consumatore, il funzionario, il presidente), sia al plurale (i ciclisti, i medici, i consiglieri d’amministrazione), in particolare per i gruppi misti: ad esempio “fratelli” per indicare contemporaneamente fratelli e sorelle o “tutti” per maschi e femmine.  Poi l’irrompere di un femminismo becero, violento, intimidatorio che ha occupato e corrotto menti, redazioni, università e ovviamente la politica ha imposto il disfunzionale, inestetico, cacofonico raddoppio del termine: non sia mai che l’odiato maschile possa includere anche il femminile. Così, siamo al profluvio di “tutte e tutti”, “cittadine e cittadini”, “compagne e compagni”, “lavoratrici e lavoratori”, “studentesse e studenti”. Abbiamo udito Luciano Buonfiglio, Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano pronunciare un orribile “atlete e atleti”. Ovviamente il primo termine deve essere, obbligatoriamente, quello femminile. Il malvezzo del raddoppio femminista ha contagiato anche i piani alti della politica. Così, la Conferenza dei diplomatici italiani, con la presenza del Presidente della Repubblica e del Ministro degli Esteri è stata ufficialmente definita “Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori” e ciò nonostante la categoria dei diplomatici non sia stata ancora toccata dalla massiccia femminilizzazione che invece ha afflitto le categorie, ad esempio, dei docenti e dei magistrati. La perversione linguistica ha toccato anche il mondo del business: una pubblicità della Simest, società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti si rivolge a “imprenditrici e imprenditori”. In un comunicato dell’Usigrai, sindacato dei giornalisti di sinistra, abbiamo letto un orribile “Giornaliste e giornalisti”. Che tristezza poi sentire un padre domenicano (un domenicano!) in una messa rivolgersi ai fedeli con uno sciagurato “Sorelle e fratelli”, dimostrazione di una chiesa conciliare divenuta consapevole complice delle nequizie della moderna correttezza politica. Non solo mancato rispetto delle regole linguistiche, ma anche del senso del ridicolo.

A questo punto ci permettiamo di offrire un consiglio a Giorgia Meloni: se vuole completare la sua rivendicata ed esibita “transizione antifascista” e convincere i suoi avversari di essersi completamente convertita alla vulgata resistenziale trionfante dovrebbe rinominare il suo partito Sorelle e Fratelli d’Italia.

Anche il web è stato ammorbato da questa perversione linguistico-femminista. Google, da sempre asservito alla più miserabile politically correctness, ha cambiato la struttura del suo traduttore, raddoppiando la traduzione e anteponendo quella del termine femminile. Esempio: digitate “beautiful” e otterrete, “bellissima, bellissimo” anziché “bello, bellissimo”, come traduce, invece, il più civile traduttore Reverso.

Oltre a “femminicidio”, consideriamo anche termini come, “maschilismo”, “sessismo”, “specismo”, “omofobia”, “xenofobia”, “islamofobia”, oppure “gay”, “LGTB”, “queer”, “gender”: solo qualche decennio fa non esistevano, sono neologismi imposti dal potere per meglio veicolare un implicito significato valoriale e ideologico. E vanno considerate anche le parole “santificate”, come l’ingannevole “migrante”, l’alberghiero “accoglienza”, il fusionista “integrazione”.

Poi ci sono le “parole proibite”, come “negro”, “zingaro”, “clandestino” e altre. E qui siamo alla dittatura linguistica: c’è uno scandaloso documento ignoto alla pubblica opinione, la “Carta di Roma”, redatta dalla Federazione Nazionale della Stampa (il sindacato dei giornalisti, in mano alla sinistra) e imposta dall’Ordine dei Giornalisti come parte integrante del “Testo Unico dei doveri del giornalista”, che ordina di non usare questi termini, pena sanzioni che possono arrivare fino alla sospensione e alla radiazione dall’Ordine stesso.

A proposito del vietatissimo termine “negro”, la sua condanna a morte viene da lontano: negli USA il termine “nigger” è così stigmatizzato che alcuni editori sono arrivati a censurare i testi di Mark Twain, come Le avventure di Huckleberry Finn, dove questo termine popolare viene usato spessissimo. Pochi sanno che il titolo originale del racconto di Agatha Christie Dieci piccoli indiani era in realtà Ten little niggers, a cui la dittatura della politically correctness, già attiva all’epoca, impose di cambiare nome. Anche il termine Indiani è oggi sostanzialmente proibito e sostituito con quello di “Nativi americani” (perché, voi da bambini non giocavate a nativi americani e cow-boy?).

D’altronde, la proibizione di parole sgradite ai potentati della sovversione non è solo fenomeno di oggi. Quando nel 1797 Napoleone e la sua soldataglia aggredirono e invasero la millenaria Repubblica di San Marco, massacrando, saccheggiando, derubando, spogliandola delle innumerevoli, preziosissime opere d’arte, privandola di ogni libertà con la complicità dei giacobini italiani, gli occupanti d’oltralpe proibirono, in odio all’aristocrazia veneta, di chiamare “servitori” i servitori delle case patrizie e di sostituire questo termine con “domestici”. Ignoriamo se abbiano anche imposto di modificare il titolo della famosa commedia di Goldoni, obbligando i teatri a rappresentarla con il titolo: “Arlecchino domestico di due padroni”.  

Infine, troviamo la categoria delle espressioni “dolcificanti”, create per non offendere le delicate orecchie e le indurite coscienze dei moderni di fronte alla cruda realtà della morte procurata: così l’aborto diventa “interruzione volontaria di gravidanza”, il feto “prodotto del concepimento” e l’eutanasia “dolce morte”.

Ci troviamo di fronte (pochi ne sono consapevoli) a una gigantesca opera di spostamento di senso, di re-ingegnerizzazione sociale attraverso una scientifica corruzione del linguaggio, resa possibile dall’egemonia culturale della sinistra e delle sue sotto-sette. Il tutto accompagnato alle condanne, alle sanzioni, sociali o persino professionali e penali se si usano le parole sbagliate. Scrivono nel loro libro L’ultima religione gli autori cattolici Paolo Gulisano e Gianluca Marletta: “La neo-lingua non è solo l’imposizione di nuovi termini al posto di quelli vecchi ma, letteralmente, la trasformazione del pensiero: se non vi saranno più parole per esprimere un concetto, il concetto stesso sparirà.”

Credo che non ci sia nulla di più demonicamente sovversivo di questo pervertire, distorcere o negare la realtà attraverso la corruzione delle parole e il pervertimento di quello che Attilio Mordini chiamava, nel titolo di un suo libro, Verità di Linguaggio.

Riguardo al meccanismo di questa corruzione linguistica è particolarmente esplicativo questo pezzo di un articolo, comparso qualche tempo fa su Panorama, di Daniela Mattalia: “Funziona così: si prende una mela e la si chiama – per decreto o per decisione di qualche politico in stile Laura Boldrini – pera. Poi si redarguisce (o si querela o si esclude dal dibattito) chiunque si ostini a dire: “Ehi, guardate che quella è una mela!”. Col passare del tempo, il linguaggio si modifica: si cominciano a chiamare pere quelle che sono a tutti gli effetti mele. Modificando il linguaggio si modifica la realtà.”

A proposito di mele, di parole e di realtà: pare che San Tommaso aprisse la prima lezione di ogni anno di studi all’Università di Parigi mettendo una mela sul leggìo e dicendo: “Questa è una mela. Chi non è d’accordo se ne può andare”. Aneddoto forse improbabile data la nota mitezza del Dottore Angelico, ma coerente con la sua filosofia realista e con la sua difesa della corrispondenza veritativa tra parole e le cose.

Possiamo reagire a questo processo di perversione del linguaggio? Possiamo fare qualcosa se non per fermarlo, almeno, nel nostro ambito, per limitarlo? Sì, qualcosa si può fare. Innanzi tutto essere consapevoli di questo gigantesco, malvagio “trasbordo ideologico inavvertito” come lo definiva Plinio Corrêa de Oliveira e renderne consapevole il nostro prossimo. Poi, non collaborare, rifiutandoci di utilizzare le parole imposte dall’egemonia culturale.

E, soprattutto, non dimentichiamoci del severo monito di Nicolás Gómez Dávila: “Chi accetta il lessico del nemico si arrende senza saperlo.”

Tags: lingua italiana
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