Ci sono autori che, pur non appartenendo allo stesso universo politico o filosofico, finiscono per dialogare attraverso le loro opere. È il caso di Jean Baudrillard e Alain de Benoist. Il primo, sociologo e filosofo francese, è stato uno dei protagonisti del pensiero postmoderno; il secondo è il principale teorico della Nouvelle Droite europea. Due percorsi diversi, due linguaggi differenti, ma una diagnosi sorprendentemente convergente sulla crisi della civiltà occidentale.
Entrambi hanno individuato nella modernità liberale il processo che ha progressivamente dissolto identità, comunità e senso del limite. Entrambi hanno denunciato l’omologazione prodotta dal mercato globale e l’americanizzazione dell’immaginario collettivo. E soprattutto entrambi hanno intuito che il potere contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso l’economia o la politica, ma mediante la produzione di simboli, immagini e narrazioni.
Non è un caso che Alain de Benoist abbia più volte citato Baudrillard nei suoi saggi. Pur senza condividerne integralmente le conclusioni, ne ha riconosciuto la straordinaria capacità di cogliere le trasformazioni profonde delle società occidentali.
La critica di Baudrillard nasce negli anni Sessanta e Settanta, quando il capitalismo industriale lascia il posto alla società dell’abbondanza. Nel celebre La società dei consumi, il filosofo sostiene che il consumatore non acquista più oggetti per la loro utilità, ma per il loro valore simbolico. Le merci diventano segni. L’automobile, l’abito, lo smartphone, perfino il tempo libero sono linguaggi attraverso i quali l’individuo comunica il proprio status sociale.
Il capitalismo, dunque, non produce soltanto ricchezza: produce desideri. E i desideri vengono continuamente alimentati da pubblicità, televisione e media, fino a trasformare la realtà in uno spettacolo permanente.
È difficile non ritrovare qui uno dei temi fondamentali della riflessione di Alain de Benoist. Anche il fondatore della Nouvelle Droite considera il mercato il principale agente della dissoluzione delle appartenenze collettive. Il liberalismo economico, osserva, non è soltanto una teoria della produzione, ma una vera antropologia che riduce ogni rapporto umano a scambio commerciale.
La logica mercantile finisce così per colonizzare ogni ambito dell’esistenza: cultura, scuola, famiglia, perfino la memoria storica. Tutto diventa disponibile, intercambiabile, consumabile.
Un’altra significativa convergenza riguarda la critica dell’universalismo. Per Baudrillard la globalizzazione occidentale si presenta come esportazione della democrazia, dei diritti e del mercato, ma in realtà impone un unico modello culturale destinato a cancellare le differenze. L’universale, anziché favorire il pluralismo, diventa la forma ideologica dell’omogeneizzazione.
È precisamente su questo terreno che de Benoist sviluppa una delle sue battaglie teoriche più note. Alla pretesa universalistica dell’Occidente contrappone il principio della pluralità delle civiltà, sostenendo che ogni popolo possiede una propria irriducibile identità storica e culturale. Il “diritto alla differenza”, formulato dalla Nouvelle Droite negli anni Settanta, rappresenta una critica radicale tanto all’individualismo liberale quanto all’uniformità prodotta dalla globalizzazione.
Le pagine di Baudrillard dedicate ai simulacri costituiscono probabilmente il contributo più originale del filosofo francese. Secondo la sua analisi, nella società contemporanea immagini, televisione e comunicazione non rappresentano più il mondo: finiscono per sostituirlo.
L’iperrealtà diventa così più potente della realtà stessa. Non viviamo più gli eventi; viviamo la loro rappresentazione. È una diagnosi che conserva una sorprendente attualità nell’epoca dei social network, dell’intelligenza artificiale e della comunicazione permanente.
Anche de Benoist attribuisce un ruolo decisivo al linguaggio e ai mezzi di comunicazione. La sua riflessione, influenzata anche dalla lezione gramsciana dell’egemonia culturale, insiste sul fatto che il potere contemporaneo opera soprattutto modificando il lessico, ridefinendo i significati, stabilendo ciò che può essere detto e ciò che deve essere escluso dal dibattito pubblico.
Per questo la Nouvelle Droite ha sempre privilegiato la battaglia culturale rispetto a quella elettorale. Prima della conquista del potere viene la conquista delle idee. In questo senso la distanza tra Baudrillard e de Benoist si riduce notevolmente. Entrambi comprendono che la politica del XXI secolo si combatte innanzitutto sul terreno simbolico.
Naturalmente le differenze rimangono profonde. Baudrillard osserva il trionfo della simulazione con uno sguardo ironico, spesso nichilista. Nei suoi libri il sistema appare capace di assorbire perfino la contestazione, trasformando ogni opposizione in un nuovo prodotto del mercato. È una critica radicale che lascia pochi spazi alla speranza.
De Benoist, invece, conserva una prospettiva eminentemente politica e culturale. Alla dissoluzione delle identità oppone la valorizzazione delle comunità storiche, delle tradizioni europee e del pluralismo dei popoli. Dove Baudrillard descrive la crisi, de Benoist prova a indicare una via d’uscita fondata sulla riscoperta delle appartenenze e sul rifiuto dell’uniformità globale.
Proprio questa differenza spiega perché il teorico della Nouvelle Droite abbia potuto utilizzare Baudrillard senza mai diventare “baudrillardiano”. Ne ha assunto gli strumenti interpretativi, non le conclusioni filosofiche.
Oggi, a quasi vent’anni dalla morte di Baudrillard e dopo oltre mezzo secolo di riflessione metapolitica di Alain de Benoist, il dialogo ideale tra i due appare ancora straordinariamente attuale. La società dei consumi si è trasformata nella società degli algoritmi; i simulacri sono diventati realtà digitali; il mercato globale ha assunto la forma delle grandi piattaforme tecnologiche; l’omologazione culturale procede attraverso reti sociali che sembrano moltiplicare le differenze mentre spesso le neutralizzano.
Rileggere Baudrillard attraverso de Benoist – e viceversa – significa comprendere come alcune delle diagnosi più penetranti sulla crisi dell’Occidente siano nate ben prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale, dei social network e del capitalismo delle piattaforme. Due autori lontani per formazione e finalità, ma uniti dalla convinzione che la battaglia decisiva del nostro tempo non riguardi soltanto il potere economico o istituzionale. Riguardi, prima di tutto, il significato stesso della realtà, della cultura e dell’identità europea.





