Nel deserto intellettuale che caratterizza il mondo occidentale , disorientato e confuso, una costante emerge lampante: il continuo attacco a qualsiasi forma di “autorità”, a qualsiasi istituzione, entità, figura che possa fornire delle linee da seguire, siano esse morali o di altro tipo.
Così, la scuola è stata trasformata in un luogo di assistenza sociale, dove il livello si abbassa per non frustrare i meno bravi (e si frustrano così i più bravi) , e l’insegnante viene privato della sua autorevolezza; così, la polizia e coloro che garantiscono l’ordine (e l’ordine è presupposto del vivere civile) sono etichettati come abusatori, corrotti, bastonatori; così, la borghesia viene dipinta come l’apoteosi della ipocrisia (il che è vero, Moravia docet; ma è pur vero che da essa è venuto il progresso , anche quello che contro i suoi stessi valori, della borghesia cioè, si è scagliato). Ma, fra queste , la vittima preferita è la Chiesa: i preti sono tutti pedofili, la Chiesa è corrotta, chiusa, incapace di comprendere la modernità , e chi più ne ha più ne metta. Questo attacco viene dal mondo intellettuale (di sinistra) e da una parte consistente del mondo artistico contemporaneo, la cui qualità tecnica è direttamente proporzionale alla profondità del pensiero. Peccato che tale mondo artistico venga fruito in special modo dai giovani o dai giovanissimi, il cui livello di analisi critica è – complice la scuola lassista e priva di qualsiasi forma di meritocrazia – quello che è .
Ha fatto discutere, in questi giorni, il video della cantante Annalisa, la quale, in “Canzone estiva” , si presenta vestita, contemporaneamente, a mo’ di suora e pornodiva. Certo, è un bel colpo: se si parla male di qualcuno, quel qualcuno diventa famoso; e, certo, non crediamo che l’opera musicale della summenzionata cantante andrà a inficiare i fondamenti della religione (insomma, non è San Tommaso). Però è sintomatico, questo attacco gratuito. Non sappiamo se Annalisa leggerà questo pezzo (ne dubitiamo), ma le lanciamo una sfida: proponga un video – e un testo – simile a quello di “Canzone estiva” sostituendo la suore e la fede cattolica con un imam e l’Islam; se è così libertaria e libera, attacchi anche la Moschea, oltre che la Chiesa. Provocazioni a parte , che cosa ci dice questo insofferenza verso le istituzioni, verso quelle figure che , a livello sociale ed etico , hanno il ruolo di porre delle regole? Se guardiamo a livello di cultura popolare, ci dice questo: che la società non intellettuale, priva dei mezzi di analisi propri del pensatore, è disorientata, e scambia il nomadismo esistenziale per la libertà . E , se guardiamo al mondo intellettuale e se consideriamo che questo mondo non si oppone a strumentalizzazioni e attacchi come quelli sopra riportati, non si può non pensare a un fraintendimento del ruolo – importante – che pensiero critico e, in parte, scetticismo hanno avuto nell’evoluzione della società “aperta” contemporanea ; fraintendimento che è alla base di un imbarazzo che attanaglia oggi le società occidentali.
Da una parte, infatti, il ruolo che il pensiero “decostruttivista” (usato non in senso filosofico) e scettico-critico hanno avuto nel generare le società democratiche contemporanee e nel porre le basi per cambiamenti rilevanti sul piano dell’equità e della pari dignità (libertà di pensiero, di religione, di stampa, diritti umani, ecc.) è innegabile; dall’altra, questo pensiero scettico-critico ha prodotto una società capacissima di decostruire ma in grave difficoltà nel proporre soluzioni alternative, una società la quale sembra partire dal presupposto che “tutto può essere messo in discussione” e che, di conseguenza, chiunque cerchi di porre dei punti fermi (siano essi sociali o etici o politici) è tacciato di atteggiamenti impositivi, contrari al presupposto sopra menzionato . Peccato che il presupposto sopra menzionato, o l’assioma, si autocontraddice; se uno dice “dubitate di tutto, mettete in discussione tutto”, allora chi seguirà la sua massima dovrà mettere in discussione anche ciò che lui dice, e dunque che tutto può essere messo in discussione (se io dico “non obbedite a nessuno”, chi mi ascolta non deve obbedire nemmeno a me; se non obbedisce a me, significa viola il mio ordine, e dunque obbedisce a qualcuno – che non è me).
Questo paradosso – un enunciato che si autonega – sembra essere sfuggito a molti . Eppure, non tenerne conto significa cadere nella confusione (mentale per il singolo, sociale per le moltitudini). Un sano pensiero critico non corrisponde a una derisione e una relativizzazione a tutti costi di tutto. Anche perché, per sua natura, l’uomo non può vivere dubitando di tutto . “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” è una buona battuta da bar e forse è una massima da seguire in certi contesti, ma certamente non può essere applicata dall’uomo con l’uomo per l’intera sua esistenza . Il “dubitatore assoluto” cadrà nell’impossibilità di esistere: come farà , per citare un bell’esempio di Giussani, a non credere, il “dubitatore assoluto”, che sua madre , quando gli prepara un pasto, non lo sta avvelenando?
E io, che sono qui che scrivo a voi, come faccio a escludere di essere stato drogato (per citare Montanelli, quando discuteva criticamente del famoso “non si può escludere che”, formula usata in ambito giudiziario che consente le peggiori iniziative)? E come fate, voi lettori e lettrici, a essere sicuri di esistere, di essere lì, davanti al PC o al tablet e di stare leggendo le parole del vostro umile servitore (per citare Cartesio e Putnam)? Gli uomini, per loro natura, credono e hanno bisogno di credere a qualcosa ; e come possono resistere in una società che ti dice di non credere più a niente – e al contempo di propone, però, cattivi maestri da seguire, tanto facili quanto nocivi: “l’intelligenza moderna non accetta nulla che venga dall’autorità. Ma accetta invece qualsiasi cosa che non sia autorevole” (G. B. Chesterton)? Lo aveva già capito Chateaubriand, quando, in Il genio del Cristianesimo, scriveva che “On est bien près de tout croire quand on ne croit rien” (è facile credere a tutto quando non si crede in niente). Chissà cosa scriverebbe oggi !






L’articolo solleva un tema giusto sul pensiero critico, ma forse la vera domanda è: perché ci scandalizziamo ancora per un abito da suora in un video musicale nel 2024? Forse il pensiero critico dovrebbe applicarsi sia al marketing delle case discografiche, sia a chi vede in una canzone una minaccia ai valori tradizionali.