Avevo 14 anni e i miei primi approcci con la musica avevano poche occasioni di contatto; una di queste era il sabato pomeriggio con la trasmissione “Per voi giovani” , l’unico spazio radiofonico per ascoltare la nostra musica, pop e rock, che si faceva spazio nel mondo dell’etere.
Mi mettevo davanti all’altoparlante della radio per registrare con il mio piccolo registratore su audiocassette la musica che mi piaceva.
Un pomeriggio del 1970 il presentatore, allora non esistevano i deejay, con fare volutamente annoiato, annunciò una canzone di Francesco Guccini, dal titolo “Primavera di Praga”, accompagnandola con un commento del tipo “canzone reazionaria o qualunquista”, non ricordo l’esatta definizione, ma era una di quelle che i compagni usano quando vogliono criticare qualcosa senza averne gli argomenti.
Invece la canzone era bellissima e rendeva chiaramente cosa era successo a Praga nell’agosto 1968, quando i carri armati sovietici invasero la città e soppressero ogni anelito di libertà dei giovani cechi.
La Primavera di Praga di Guccini è stata una delle più belle canzoni anticomuniste mai scritte, ed io e gli altri amici di Radio University la inserimmo nella scaletta delle canzoni politiche che trasmettevamo insieme a quelle degli ZPM e della Compagnia dell’Anello.
Ricordo ancora che in quegli anni avevo registrato uno dei primi album di Guccini con canzoni e ballate molto avvincenti come “Canzone per un’amica”, “Noi non ci saremo” e il commovente brano su Auschwitz. Tutte avevano come comune denominatore la morte, tema mai affrontato nel mondo delle canzonette.
Una di queste era poi intitolata “L’atomica cinese” ed era un atto di denuncia contro gli esperimenti nucleari in atto nella Repubblica Cinese.
Mentre i giovani comunisti sfilavano nei cortei con striscioni inneggianti a Marx, Lenin e Mao Tse Tung, Guccini descriveva una nube tossica dovuta all’esplosione di una bomba atomica che piano piano si diffondeva sui confini della Mongolia e invadeva le campagne della Cina con il suo carico di morte.
La canzone venne presto messa in disparte e poi riproposta dai Nomadi con il titolo “L’atomica”, abbandonando l’ingombrante aggettivo “cinese”.
Un altro brano che allora mi piacque moltissimo fu “Dio è morto” da una frase
che coniò per primo Friedrich Nietzsche ne la “Gaia Scienza” ed in “Così parlò Zarathustra”.
La Rai in quegli anni era controllata da i democristiani che la interpretarono come blasfema, nonostante non lo fosse per nulla e la censurarono. I Nomadi portarono in San Pietro la copertina del disco come protesta a quella censura e per reclamare la bellezza di un messaggio che era invece molto cristiano.
Dio era morto là dove c’era la perdita dei valori, della morale, la violenza ed il fanatismo, la corruzione. Ma Dio dopo tre giorni risorse e quindi c’era sempre la speranza per un’umanità che volesse redimersi.
Francesco Guccini appartiene a tutti , perché il suo messaggio era universale ed il modo di esprimerlo divino.
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