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Premierato e autonomia, un ircocervo istituzionale

di Mario Landolfi
19 Novembre 2023
in Home, Pòlis
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Premierato e autonomia, un ircocervo istituzionale
       

A dar retta ad Alessandra Ghisleri, special one in fatto di sondaggi, solo il 5,7 per cento degli italiani ritiene prioritaria l’elezione diretta del presidente del Consiglio, cioè il tanto controverso premierato. Non sorprende più di tanto dal momento che anche i sassi sanno che l’ingegneria costituzionale non è il tema più adatto a scaldare i cuori dei cittadini, come per altro conferma lo stesso sondaggio nel momento in cui piazza in cima alle preferenze degli intervistati le riforme da essi ritenute, a torto o a ragione, ben più impattanti sulla propria vita come fisco (45,1 per cento), pensioni (18,6) e perfino quella giustizia (17,8) lasciata a bagnomaria tra mille sospetti all’interno della stessa maggioranza. Ma ad interessare in questa sede non è tanto la corrispondenza tra aspettative dei cittadini e priorità del governo quanto la difficoltà di scorgere dietro al premierato un disegno riformatore coerente in grado di assicurare ai governi non solo stabilità politica ma anche effettiva capacità decisionale. E qui la prospettiva si fa nebulosa per effetto dell’autonomia differenziata, il cui varo procede suoi più spediti binari della legge ordinaria solo perché a sfigurare la Costituzione in tal senso fu la sinistra nel 2001 attraverso il novellato Titolo V, che regola i rapporti tra Stato e Regioni.

Chi avversa le due riforme sostiene che esse stanno insieme come acqua e olio: se infatti il premierato va in direzione di una maggiore concentrazione di funzioni nelle mani del capo del governo, l’autonomia differenziata marcia nel senso opposto perché sottrae materie e competenze allo Stato per devolverle alle Regioni e ai loro sedicenti governatori. Chi invece le difende, obietta – non senza ragione – che il premierato riguarda la forma di governo mentre il regionalismo differenziato afferisce alla forma di Stato. Ma è un’obiezione che rischia di apparire di lana caprina, dato che è comunque necessaria, tra l’una e l’altra riforma, una compatibilità di fondo al momento non particolarmente evidente. Non è un caso se è proprio questa carenza di coerenza a rafforzare l’insistita vulgata dell’opposizione circa lo «scambio di favori» tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Vero o falso che sia, poco importa. In politica, si sa, il compromesso è di rigore se sul fuoco si vuol mettere la carne ed è altrettanto noto che quanti si crogiolano in purezze identitarie sono fatalmente destinati al ruolo nobile ma sterile tipico di quei profeti disarmati che, ammoniva Machiavelli, «sempre ruinorno».

Qui, però, a colpire non è il compromesso (necessario) ma la potenziale incompatibilità funzionale tra due opzioni – premierato e regionalismo differenziato – che sembrano fatte apposta per annullarsi vicendevolmente, fino a far precipitare in una sorta di ground zero gli effetti di cambiamenti annunciati come «epocali». Il rischio è realizzare un motore che gira a mille mentre la macchina è in folle. Non è infatti chiaro se il fine ultimo del disegno riformatore del governo, complessivamente inteso, consista nel rendere – attraverso il premierato – Palazzo Chigi il cuore pulsante della nuova democrazia governante o se, al contrario, nel ridurlo – per mezzo dell’autonomia differenziata – a semplice comprimario istituzionale, costretto ad estenuanti trattative con i cacicchi regionali su un’infinità di competenze, non poche delle quali strategiche ai fini della tutela dell’interesse nazionale.

Un ircocervo istituzionale, la cui sagoma si è già profilata nel momento in cui il governo ha ridotto da otto a una le Zes (Zone economiche svantaggiate) del Mezzogiorno. Dal primo gennaio sarà infatti la cabina di regia istituita a Palazzo Chigi a coordinare gli interventi al Sud, isole comprese. Una decisione giusta e opportuna, ma che presto farà a cazzotti con il (nel frattempo) rinvigorito protagonismo regionalista. Certo: premierato, autonomia differenziata e Zes sono concetti per iniziati e non certo temi di largo consumo. Ma sul primo un referendum popolare quasi certamente si terrà. Sarà, perciò, cosa buona e giusta sfruttare il tempo, non piccolo per fortuna, che da quell’evento ancora ci separa per tentare di mettere in asse le due riforme. È l’unico modo per scongiurare una campagna referendaria all’Ok Corral. Ma è anche la via più sicura per smontare in radice la tesi di chi vede nelle due riforme altrettante bandierine da far sventolare da qui alle elezioni europee. Tanto più che solo quella nelle mani di Salvini – l’autonomia regionale – ha la forza e la suggestione di possente richiamo identitario.  

Tags: autonomia regionaleCostituzionepremieratoriforme costituzionali
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