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Home Società&Tendenze

Scuola/ Dante, Manzoni, Leopardi non si toccano. Anzi si rafforzano. Una banale “innovazione” ministeriale

di Pierfranco Bruni
25 Aprile 2026
in Società&Tendenze
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Scuola/ Dante, Manzoni, Leopardi non si toccano. Anzi si rafforzano. Una banale “innovazione” ministeriale
       

Si discute di “sintetizzare” Dante, Manzoni e quelli che sono i classici della cultura italiana nei licei. Certo la scuola cambia e le società sono in transizione costante ma questo non significa che bisogna modificare i programmi scolastici riducendo la memoria di una civiltà. 

Riducendo e sintetizzando ci si smarrisce. Si dice che Dante è difficile. Che Manzoni è lungo. Che Petrarca è lontano. Che Boccaccio è immorale. Che Tasso è oscuro. Che Ariosto è gioco. Che Leopardi è triste. E dunque si tolgono. Si sostituiscono. Si alleggeriscono. Come se la cultura fosse un peso. Come se la memoria fosse zavorra. Come se l’Italia potesse camminare senza gambe. Stiamo toccando le macerie di una civiltà letteraria. Vero?

Manzoni e Dante non si possono sintetizzare o ridurre. Non per devozione. Per necessità. Perché senza Dante non c’è la lingua. Non c’è Italia. Non c’è inferno da attraversare. Non c’è paradiso da sperare. Dante è il padre che ci  ha dato la parola. Ci ha dato il concetto reale di  esilio. Ci ha dato la patria quando la patria non c’era. Ha fatto della Toscana il paese di tutti. Ha fatto del volgare il latino del popolo. Ha fatto del viaggio l’educazione dell’uomo. Ridurre Dante dal liceo è togliere il sale. E senza sale il pane è sciapo. E il pane sciapo non nutre. Anzi inserirei non solo la Commedia ma anche gli altri testi a cominciare dalla Vita Nova sino al Convivio. Non si può ridurre nulla. È come se si demolisse una identità. 

Così Manzoni. Perché Manzoni è la coscienza di una Italia smarrita e della ricerca di Provvidenza che entra nella storia. È Lucia che resiste ai poteri. È Renzo che lotta. È l’Innominato che cade. È Cristoforo che diventa un convertito. È la peste che insegna a capire il male. È la fede che non spiega. È la morale che non predica. È la lingua che diventa linguaggio. Come si fa dire che Manzoni sia difficile o complesso. È il primo vero romanzo della letteratura italiana.

Si potrebbe andare oltre. Il rischio è grave. Perché con loro si dovrebbe ripensare a tutta la letteratura sino a tutto il Romanticismo che significa Risorgimento? E sì.  Perché la discussione porterebbe a riconsiderare anche  Petrarca fino a Leopardi. 

Già. Dante e Manzoni sono soltanto una premessa. Prima di arrivare a ciò fermiamo questa deriva. Perché? Perché Petrarca è il primo uomo moderno. Il primo che fece della malinconia poesia. Che fece della solitudine canto. Che salì sul Ventoso e capì che la vetta non basta. Che serve il ritorno. Che serve Laura viva e Laura morta. Perché l’amore è mancanza. E la mancanza è scrittura. E la scrittura è Europa. 

E ancora Boccaccio.  Ma Boccaccio é il mercante che racconta. Il giovane che ride. Il vecchio che espia. Il Decameron non è mai scandalo. È vita. È peste. È cornice. È dieci giovani che salvano il mondo narrando. Perché narrare è resistere. È non morire. Boccaccio è  il riso e l’ironia. 

Poi si passerebbe a Tasso? Certamente sì. Ma Tasso è l’uomo che impazzì di Dio e di amore. Che vide la Gerusalemme e vide il carcere. Che scrisse con la febbre. Che portò la crociata dentro la letteratura. Che fece della selva incantata il luogo dell’anima. Chiaramente si toccherebbe anche Ariosto senza rendersi conto che l’ironia ci salva. Perché senza Ariosto non sapremmo ridere di noi. E senza ridere di noi diventeremo  duri inquisitori. E ancora si passerebbe al ragazzo di Recanati. Alla siepe. Poi si ridurrebbero L’infinito. La luna. Il sabato. La ginestra.

I classici sono opere aperte. Non sono reliquie. Sono radici. Tagliare la radice è creare il  deserto. E il deserto non ha oasi. Ha sabbia. Ha sete. Ha nulla.  La scuola italiana ha sete. Ha programmi che inseguono il mercato. Ha competenze che ignorano l’anima. Ha laboratori che non sanno cos’è il silenzio. Ha schermi che non sanno cos’è la pagina. Ha fretta. E la fretta è nemica del classico. Perché il classico chiede tempo. Chiede lentezza. Chiede fedeltà. Chiede di  rileggere. Di sbagliare. Di capire a quarant’anni ciò che a sedici non capivi. E capire a quarant’anni è vero il miracolo della scuola che rimanda a un’età che vorremmo recuperare.

Non si possono minimamente toccare i classici. Si dovrebbero raddoppiare. Anzi. Se ne parli di più. Se ne parli meglio. Con passione. Con la vita. Perché Dante é un viaggio. Manzoni non è un  libro. È coscienza. E la coscienza si forma. Petrarca non è sonetto. È il cuore. Boccaccio non è novella. È corpo. Tasso è lotta.  Ariosto non è invenzione. È libertà.  Leopardi non è pessimismo. È verità. 

Sono soltanto alcuni esempi per dire che la letteratura nei licei bisogna rafforzarla. Non accartocciare pagine in una sintesi. Sono esempi per prevenire un relativismo ingombrante che campeggia nella nostra temperie.

I classici si studiano. Si amano. Si difendono. Perché edificano. Rigenerano. Perché sono vita. Da loro la lingua diventa linguaggio e il linguaggio si fa conoscenza nei saperi antichi e soprattutto nuovi. Perché in questo smarrimento epocale le eredità sono le vere identità che innovano le culture e i popoli senza perdere il senso delle tradizioni. La si smetta in questo gioco ridicolo di aprire nuove ferite nella memoria delle letterature.

Ma quale innovazione nei programmi scolastici? Un banalizzare la letteratura? Cerchiamo di essere seri! 

Tags: letteratura italianascuola italiana
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