La lunga, lunghissima, lista dei motivi che fanno di Beppe Sala uno dei peggiori, se non il peggiore, sindaco di Milano degli ultimi decenni si arricchisce oggi di una nuova voce: la scarsa padronanza della lingua italiana.
Il Re Travicello di Palazzo Marino per rifiutare l’intitolazione a Sergio Ramelli della scuola che frequentava e che fu alle origini di quella scellerata vicenda, definisce la questione “divisiva”, senza rendersi conto di utilizzare il termine in modo improprio, anzi opposto alla realtà.
“Divisivo, agg. Che crea divisioni o contrapposizioni, impedendo di preservare o di raggiungere un’unità di punti di vista e di intenti” recita il Dizionario Treccani descrivendo, quindi, la situazione come è adesso, non come sarebbe se l’istituto Ettore Molinari (chimico e anarchico, nato nel 1876 e morto di malattia nel 1926), venisse intitolato a Sergio Ramelli.
Oggi a Milano esiste, giustamente, un istituto scolastico intitolato al militante del Movimento Studentesco Claudio Varalli, coetaneo di Sergio Ramelli, morto in quegli stessi giorni vittima anche lui della violenza insensata di quel periodo (e dei suoi ispiratori), sia pure in circostanze ben diverse che sarebbe di cattivo gusto rievocare qui e che, comunque, nulla tolgono all’insensatezza e alla gravità di quella tragedia.
Per il sindaco, però, non si può e non si deve fare altrettanto con la scuola di Sergio Ramelli, perpetuando, di fatto, la divisione tra morti di Serie A e morti di serie B, tra morti da ricordare e morti da nascondere, che da sempre caratterizza l’atteggiamento istituzionale del Comune di Milano. Lo stesso atteggiamento che porta il signor Sala, che in quel caso non è il sindaco visto che non ne indossa le insegne, a partecipare alla cosiddetta commemorazione ufficiale di Sergio Ramelli privo della fascia tricolore, cioè come un privato cittadino o un turista di passaggio, inspiegabilmente e immancabilmente riverito e ossequiato, senza obiezioni, dai capi della destra cittadina evidentemente paghi di quell’insulso atto di degnazione.
Non è, dunque, il nome di Sergio Ramelli ad essere “divisivo”, ma il comportamento del sindaco a dividere, di fatto e da anni, la memoria cittadina.
È appena il caso di ricordare, a proposito di comportamenti indegni delle istituzioni milanesi, l’applauso col quale, alla seduta del 29 aprile 1975, fu accolta in Consiglio Comunale (con poche e lodevoli eccezioni) la notizia della morte di Ramelli.
Una vergogna alla quale nemmeno 50 anni dopo il Comune di Milano occupato dalla sinistra (la stessa che allora applaudiva) intende, evidentemente, porre rimedio.
Quale sia lo spessore umano e politico del personaggio, passato magicamente da city manager di amministrazioni di centro destra a mesto e un po’ goffo punto di riferimento della borghesia radical chic di sinistra, lo si può dedurre anche dal resto delle argomentazioni: “il fatto è che non abbiamo tutti questi spazi di intitolazione […] se poi cominciamo ancora a intitolare a ognuna delle vittime non finiamo più”.
Inutile obiettare che lo spazio in questo caso c’è già senza bisogno di cercarlo e che, comunque, quando si tratta di alimentare la retorica resistenziale o le banali narrazioni della sottocultura politicamente corretta gli spazi saltano sempre fuori.
In questi casi gioverebbe ricordare le parole di Cesare Pavese: “… il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue…al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”, ma sarebbe chiedere troppo ad uno come Beppe Sala.





