Con il voto quasi unanime del parlamento somalo – 213 sì e solo 3 no – la Turchia ottiene il controllo delle acque territoriali somale per (almeno) un decennio. È questa, infatti, la principale conseguenza geopolitica – e militare – dell’accordo di collaborazione siglato lo scorso 8 febbraio tra Mogadiscio e Ankara, con l’obiettivo di garantire la sicurezza dello spazio marittimo somalo e lo sfruttamento delle sue risorse economiche, giudicate ingenti.
Per raggiungere questo risultato la Turchia non si limiterà ad equipaggiare, armare ed addestrare la marina di Mogadiscio – una forza, in realtà, da costruire ex novo – ma schiererà proprie unità navali nelle acque territoriali somale. In pratica la marina militare turca giocherà “in casa” al largo della Somalia, in acque su cui Ankara disporrà di piena autorità per gli aspetti relativi alla gestione ed alla difesa. La Turchia, dunque, rafforza sensibilmente la propria posizione nello strategico scacchiere del Corno d’Africa. Davvero superfluo sottolineare la valenza geopolitica di questa presenza, basti pensare che in questo modo la marina turca sarà schierata all’ingresso meridionale del golfo di Aden e, dunque, del Mar Rosso, la cui rilevanza è stata ben evidenziata dagli eventi di queste ultime settimane.
Anche gli aspetti economici dell’accordo non sono da sottovalutare: sulla base dell’intesa tra Ankara e Mogadiscio, infatti, la Turchia riceverà il 30% delle entrate prodotte dalla Zona economica esclusiva somala. Un modo per finanziare la presenza turca nello scacchiere. In prospettiva, poi, si prevede che l’accordo porterà ad un incremento dei rapporti economico-commerciali tra i due Paesi, anche grazie al sostegno turco allo sviluppo dei comparti somali della pesca, dell’energia e del turismo.
Tornando agli aspetti geo-politici dell’accordo, è di tutta evidenza come la delega alla marina militare turca – perché di questo in realtà si tratta – della gestione della sicurezza delle acque territoriali somale è la prima risposta all’intesa raggiunta ai primi di gennaio tra l’Etiopia ed il governo del Somaliland, regione secessionista della Somalia indipendente de facto dal 1991. Intesa che ha consentito ad Addis Abeba di ottenere l’agognato sbocco sul Mar Rosso, grazie ad un accordo che mette nella disponibilità etiope il porto di Berbera per i prossimi 50 anni. Un accordo che, in concreto, legittima il governo secessionista del Somaliland, dato che ha provocato una comprensibile irritazione a Mogadiscio (e non solo).
L’accordo con la Turchia, dunque, va inquadrato anche nella prospettiva di una risposta alle ambizioni marittime etiopi ed al processo di legittimazione del governo non riconosciuto del Somaliland. Per Ankara si tratta di una nuova vittoria in uno scacchiere strategico, che conferma – ove mai ve ne fosse bisogno – l’assertività a livello internazionale della Turchia e le sue ambizioni geopolitiche. Ambizioni sostenute con un robusto – ed intelligente, a nostro modesto giudizio – utilizzo dello strumento militare.
Amara considerazione: l’intesa turco-somala segna – anzi, certifica – l’estromissione di Roma da uno scacchiere in cui, almeno fino agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, l’influenza italiana era assolutamente predominante. Disattenzione, scarsa lungimiranza, ritrosia ad assicurare agli alleati il necessario sostegno militare nei momenti critici (si veda il caso libico e l’opposto atteggiamento di Ankara) hanno portato al drastico ridimensionamento italiano nella regione. E mentre altri attori guadagnano posizioni in scacchieri strategici di importanza fondamentale per l’Italia, siglando accordi e schierando navi da guerra, a Roma ci si balocca con piani dai nomi evocativi, ma dai contenuti a dir poco evanescenti e dalle ricadute tutte da immaginare. Ogni richiamo al “piano Mattei” è diretto e voluto.





