L’Europa ha un problema, ma l’Europa finge che tale problema non esista. Lo fa per convenienza, lo fa per ideologia, lo fa perché da sempre piovono milioni di dollari qatarioti e sauditi sul Parlamento europeo. Il nome del problema è: penetrazione islamica. È un problema reale, silenzioso ma letale, un problema che va estirpato ora nella sua fase nascente. Questo per tre fondamentali motivi: è una questione di sicurezza nazionale, è una questione di distruzione dell’ordine sociale ed è una questione di cancellazione culturale.
La volontà degli islamisti è quella di trasformare la società ospitante secondo principi integralisti che non lasciano spazio ad altre idee, religioni, opinioni. La maggior parte dei quartieri popolari delle grandi città europee di quasi tutti i paesi (Regno Unito, Francia, Belgio, Germania, Italia, Spagna, Olanda, Svezia) sono ormai sotto il controllo di gruppi radicali che esercitano una pesante influenza sulla vita culturale e sociale di quelle zone.
In Francia e in Gran Bretagna esistono ormai intere periferie dove non entra nemmeno la polizia e dove radicalismo islamico e criminalità governano in una strana alleanza con l’obiettivo comune di dominare città e paesi nel giro di pochissimi anni. Altra faccia della medaglia è il comportamento degli europei, troppo accondiscendenti, troppo deboli, troppo inutili nelle loro finte politiche di integrazione al soldo degli industriali, sempre in cerca di manodopera a basso costo per il loro profitto e per l’annichilimento dei lavoratori europei.
In un contesto così predisposto, l’islam ha gioco facile. I gruppi di immigrati di varia provenienza (Magreb, Bangladesh, Pakistan, Medioriente), ma comune religione, hanno volutamente conservato lingua e tradizioni ottenendo però senza problemi cittadinanza e diritti. Hanno costruito luoghi di culto, aperto associazioni e scuole e organizzato reti sociali di controllo urbano. Non a caso Londra viene comunemente definita Londonistan. Il fenomeno, ormai diffuso a macchia d’olio in tutta Europa, ha raggiunto livelli intollerabili, perché presenta ormai i tratti della penetrazione istituzionale. La presenza di leader politici e candidati islamici nei partiti tradizionali è ormai consolidata e in continua ascesa, l’influenza nelle scuole pubbliche, sui programmi scolastici e sulla calendarizzazione degli eventi istituzionali è ormai prassi quotidiana.
Occorre fare molta attenzione perché i leader islamici radicati in Europa raramente operano attraverso un confronto diretto e oppositivo con lo Stato ospitante. Più frequentemente utilizzano strategie graduali di influenza culturale e sociale, soprattutto attraverso le attività associative, spesso mascherate da centri culturali per l’integrazione e con connotazioni antirazziste. Il mantra dell’inclusione è sulla bocca di tutti gli imam.
Le associazioni religiose, gli enti caritatevoli, le organizzazioni giovanili e i gruppi di studio vengono utilizzati per la diffusione del credo con connotazioni sempre più integraliste. Anche la continua, pressante e irriducibile richiesta di costruire sempre nuove moschee fa parte di questa strategia di controllo del territorio e di diffusione delle idee. Chi si oppone è immediatamente tacciato di razzismo con un tam tam mediatico odioso quanto inarrestabile. Internet e social chiudono il cerchio con una segregazione di fatto che non proviene dai governi ospitanti, ma proprio dalla volontà delle comunità di immigrati. Attenta Europa, potresti svegliarti al canto del muezzin.





