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Prosegue la guerra di Trump contro la “storia woke”. Con qualche amnesia….

di Fabio Andriola
12 Luglio 2026
in Libri&LIBERI
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Prosegue la guerra di Trump contro la “storia woke”. Con qualche amnesia….
       

Immaginate che l’Italia abbia quello che non ha: una gigantesca istituzione-museo, statale, che abbia come scopo istituzionale quello di «mettere davanti a milioni di visitatori un’esposizione permanente stimolante che commemorare la nostra eredità di libertà e evidenziare gli elementi fondamentali del nostro stile di vita». Aggiungiamo pure che, visto che ci siamo e un po’ di orgoglio nazionale non può guastare, l’esposizione dovrebbe anche «infondere in ogni cittadino una fede più profonda nel destino del nostro paese come campione di dignità e iniziativa individuale. Allo stesso modo, infondere in ogni visitatore straniero ammirazione e rispetto per i nostri orizzonti sociali e tecnologici in continua espansione». Fin qui la teoria o, se volete, i buoni propositi iniziali. Poi capita invece che col passare degli anni, specie gli ultimi dieci (più o meno), le cose prendano un andazzo curioso: ad esempio gli unici riferimenti a Giuseppe Garibaldi sono dedicati alle sua attività di giovane pirata nell’America del Sud, che Giuseppe Mazzini è paragonato ad un terrorista un po’ sfigato e invasato oppure che del Conte di Cavour si ricordi il fatto che in vita sua non ha mai superato gli Appennini o che non aveva una grande opinione dei napoletani… Mettiamoci pure che secondo i responsabili del museo, Giovanni Giolitti era davvero il “ministro della malavita” e che i Savoia sono stati una genia di banditi voltagabbana e via così. Ora facciamo un ultimo sforzo di immaginazione e ipotizziamo che dopo anni di lassez faire il potere politico decida che i soldi pubblici (parecchie decine di milioni ogni anno) debbano servire non a minimizzare la storia nazionale ma a sostenere i propositi iniziali della costosa e ormai sbandata istituzione.

Ascolta la nuova serie di podcast di Storia In Rete cliccando qui

Ecco, mutatis mutandis, quello che è accaduto – e sta accadendo – negli Stati Uniti di Trump, un presidente che come ogni proverbiale orologio rotto si ritrova a dare l’ora esatta due volte al giorno. Una media altissima che il presidente Usa non sfiora neanche lontanamente: però ogni tanto qualcosa di sensato la sua amministrazione la fa, pare… È quanto accaduto, ad esempio, lo scorso 4 luglio, 250mo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti e festa nazionale Usa, con la pubblicazione sul sito della Casa Bianca di un rapporto di oltre 160 pagine dal titolo Saving America’s Story (i virgolettati del paragrafo precedente vengono da qui): un’analisi dettagliata di come alcune derive ideologiche abbiano condizionato in particolare il National Museum of American History (NMAH) di Washington, punta di diamante dell’offerta culturale della Smithsonian Institution, la maggiore organizzazione culturale non solo americana ma mondiale con i suoi oltre venti musei, vari centri di ricerca, una rivista mensile, un bilancio annuo superiore al miliardo di dollari (per lo più erogati dal governo federale) e circa 30 milioni di visitatori ogni anno. La Smithsonian Institution è da tempo nel mirino della Casa Bianca di Trump che, non a caso, aveva aperto le ostilità dopo neanche due mesi dal suo insediamento (ne ho parlato l’anno scorso in aprile e ad agosto). Da allora, periodicamente gli scontri si sono succeduti e quindi la pubblicazione del rapporto Saving America’s Story non è altro che l’ultimo, per ora, episodio di una guerra culturale destinata a durare nel tempo. Si tratta, comunque, di un episodio clamoroso poiché mette ufficialmente sul tavolo tutte le criticità esistenti che rappresentano – a parte qualche deriva sull’educazione di genere… – altrettanti snodi storiografici.

Il rapporto critica duramente il National Museum of American Historydello Smithsonian, accusandolo senza mezzi termini di aver abbandonato la sua missione di luogo di conservazione e narrazione onesta della storia americana per trasformarsi progressivamente in un “attore politico” che si concepisce come uno strumento di “giustizia sociale”. Questo vuol dire, secondo gli estensori di Saving America’s Story, che la una certa impostazione “woke” intende riequilibrare la narrazione e quindi la percezione di sé della società americana, troppo sbilanciata sulla componente bianca, cristiana, occidentalista. Un obbiettivo che viene perseguito in due modi: esaltando da un lato le componenti che si ritiene siano state tradizionalmente trascurate (essenzialmente gli “afro discendenti”) e restringendo, sul fronte opposto, lo spazio dedicato alle radici della nazione americana. A cominciare dalla sua fondazione. Infatti, uno dei rilievi più pesanti del rapporto riguarda ciò che manca: ad esempio, un visitatore del NMAH oggi non trova alcuna grande esposizione permanente dedicata all’epoca della fondazione degli Stati Uniti. E’ oggettivamente curioso che non ci siano sezioni significative su George Washington, Thomas Jefferson, gli altri Padri Fondatori o su momenti iconici della Rivoluzione americana come l’attraversamento del Delaware da parte di Washington. I Fondatori che compaiono (ad esempio Benjamin Franklin) vengono presentati soprattutto attraverso il loro legame con la schiavitù, mentre i loro ruoli decisivi nella costruzione della Repubblica e i loro sforzi contro la schiavitù vengono minimizzati o ignorati. Washington e Abraham Lincoln appaiono in materiali didattici che dicono pochissimo su chi fossero e sul motivo per cui siano importanti. La Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione vengono citate in modi che indeboliscono le loro affermazioni su uguaglianza, libertà, diritti naturali e sulla fonte divina di quei diritti inalienabili. Il cristianesimo, non a caso, è descritto ripetutamente come strumento di conquista, esclusione o cancellazione culturale, mentre il suo ruolo costruttivo nella formazione della Nazione e delle sue libertà riceve scarsa o nessuna attenzione. Inoltre, gli americani bianchi, maschi e cristiani sono regolarmente presentati come incarnazione di strutture di potere oppressive. Gli stessi “Pellegrini” (cioè i primi europei in fuga dall’Europa e giunti in America nella prima metà del Seicento) vengono inquadrati principalmente come oppressori coloniali e il Giorno del Ringraziamento come una “Giornata Nazionale di lutto”.

Il rapporto evidenzia che queste e altre omissioni e forzature non sono casuali e si ricorda che la attuale dirigenza del museo ha dichiarato apertamente che il 250° anniversario della fondazione deve essere “problematizzato”. Il termine “problematizzare” (di fatto spesso sinonimo di “super cazzola”) è preso dal linguaggio della giustizia sociale critica e indica la necessità di evidenziare le presunte oppressioni del passato per decostruire, squalificare e screditare la narrazione tradizionale. Numerose sono state, del resto, le affermazioni pubbliche della dirigenza del Museo e dello Smithsonian sulla necessità di «smantellare narrazioni ereditate», di affermazione della storia come uno «strumento primario di giustizia sociale», sulla necessità di rifondare dalle radici la storia americana. Il tutto con ampio uso di espressioni come “riparazioni”, “storia riparativa”, “intervento sistemico”, “decolonizzazione”, “giustizia sociale”… Da qui la scelta, ad esempio, di enfatizzare i presunti “gap” della Dichiarazione d’Indipendenzae di riposizionare la storia americana, allontanandosi da una mentalità “America First” e da un approccio “anglo-centrico”. Il programma speciale del museo per il 250° anniversario (In Pursuit of Life, Liberty, and Happiness) non celebra così né i Padri Fondatori né la fondazione degli Stati Uniti. Il che, oggettivamente è abbastanza singolare ma non può stupire troppo visto che sia nel 2025 che nel 2026 — nonostante il museo fosse regolarmente aperto — non ci sono stati programmi speciali per il Giorno dell’Indipendenza, cosa grave per un museo che vuol documentare la storia americana. Secondo il rapporto, queste scelte dimostrano che il museo non si limita a trascurare la storia degli Stati Uniti d’America, ma la ostacola intenzionalmente e la sovverte tradendo così in modo esplicito la propria mission nascondendosi dietro l’ambiguo intendimento di voler dare ai visitatori gli strumenti per creare «un futuro più giusto e compassionevole» esplorando «la complessità del nostro passato», il tutto ovviamente fuori dal cono d’ombra della “mentalità America First”.

Leggendo Saving America’s Story sembra che davvero nulla sia stato lasciato al caso e che tutto è stato fatto alla luce del sole, senza remore o timori, evidentemente confidando su una impunità sostanziale, favorita da un clima politico e sociale che si riteneva preminente nella società statunitense. Anthea Hartig, direttrice del NMAH dal 2019, ha dichiarato esplicitamente che uno dei ruoli del museo è quello di collegare «la ricerca e gli studi all’attivismo e alla difesa dei diritti» e che «lavoriamo per riformulare la tradizionale narrazione celebrativa della storia degli Stati Uniti per i visitatori». Ecco spiegata la scelta di istruire il personale del museo a collegare, qualunque sia l’argomento trattato, ogni esposizione a sette «questioni chiave del nostro tempo»: razza/identità, genere/sessualità, cambiamento climatico, immigrazione/migrazioni, disuguaglianza economica, cambiamento tecnologico e nazionalismo/globalismo. Il risultato, secondo il rapporto, è che i visitatori incontrano sempre la stessa narrazione ideologica e cioè che le istituzioni americane sono principalmente strumenti di oppressione e che dovere del museo è provocare forme di “resistenza attiva” contro le vere e presunte oppressioni, spesso ricondotte alla “bianchezza” e alla “cultura della supremazia bianca”. Un’impostazione che ha portato, anche in questo ambito, ad alcune storture già viste in altri settori (es. la pubblica amministrazione, le forze armate o le università) come l’assunzione privilegiata di persone che considerano l’attuale rappresentazione della storia americana troppo “bianca”. Di conseguenza, sono stati creati canali dedicati all’inserimento in organico di personale proveniente da vari gruppi demografici (inclusi “Non-US Residents” e “Non-English Speakers”) con la voluta eccezione di possibili candidati bianchi, cristiani, maschi e americani.

Benché, in apparenza, poco attinenti con la ragione sociale di una istituzione che dovrebbe promuovere e raccontare la storia americana, il NMAH ha dato molto spazio a tematiche come l’immigrazione illegale (ovviamente vista positivamente) e all’attivismo transgender. Il rapporto pubblicato dalla Casa Bianca accusa apertamente il museo di mettere da parte «verità morali e biologiche consolidate nella ragione, nella fede e nella tradizione» a favore di affermazioni ideologiche e anti-scientifiche. Le esposizioni e i materiali educativi presentano il genere come fluido, trattano i maschi biologici come donne e collegano il transgenderismo (ovviamente visto positivamente) allo sviluppo dell’infanzia femminile, alla storia delle donne e agli sport femminili. Parte di questo materiale si trova in mostre rivolte ai giovani e sarebbe accompagnato da «contenuti sessualmente espliciti o allusivi che molti genitori considererebbero profondamente inappropriati per i loro bambini» che, oltretutto, costituiscono una fetta importante dei visitatori del museo.

Non bisogna essere dei fanatici MAGA per concordare con il rapporto Saving America’s Story, quando – sia pure con una certa auto indulgenza come vedremo tra poco – sostiene che il NMAH «dovrebbe spiegare la nascita delle originarie tredici colonie, la lotta per l’indipendenza, i principi della Dichiarazione d’Indipendenza e della Costituzione degli Stati Uniti, e il ruolo che questi documenti hanno avuto nel garantire le libertà fondamentali degli americani. Dovrebbe documentare e condividere i successi e i fallimenti della Nazione e gli straordinari uomini e donne di ogni colore e credo che ne hanno plasmato il percorso. Dovrebbe dire la verità, incluse le mancanze e le ingiustizie della Nazione, ma dovrebbe farlo all’interno di un racconto coerente di un popolo che si sforza, spesso in modo non perfetto ma più spesso con nobiltà, di attenersi ai nostri principi fondativi di libertà e uguaglianza nell’ambito di una forma repubblicana di governo». E invece, il museo «presenta deliberatamente l’America come un paese problematico, concepito in modo irrimediabilmente sbagliato, fondato da uomini profondamente imperfetti e tuttora operante come strumento di razzismo sistemico e oppressione. Nella narrazione attuale del Museo, il paese è, soprattutto, definito da supremazia bianca, schiavitù, conquista, esclusione, gerarchia, razzismo, xenofobia, misoginia e ingiustizia sistemica. Le narrazioni patriottiche tradizionali sono trattate con sospetto, se non con aperto disprezzo; e i simboli e i racconti di base che un tempo aiutavano a unire gli americani sono presentati non come motivi di gratitudine e ispirazione, ma come oggetti da mettere intrinsecamente in discussione, smantellare, “problematizzare” e reinterpretare per perseguire fini ideologici».

Fin qui il rapporto voluto dall’amministrazione Trump che, come prevedibile, è stato accolto da numerose critiche, spesso sganciate da quanto vi è effettivamente scritto, secondo uno schema dialettico ormai tradizionale e globale. Ecco un passo dal Los Angeles Times del sei luglio scorso: «Attivisti, accademici e funzionari temono da mesi che la versione conforme all’ordine di Trump possa presentare una storia che minimizza le sofferenze del passato della nazione a favore di una visione più trionfalistica. Il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, un democratico, ha accusato Trump e i suoi alleati di tentare di “riscrivere la storia”. “Non esiste una narrazione univoca della nostra storia” ha dichiarato Shapiro, potenziale candidato alla presidenza, in un’intervista andata in onda domenica su State of the Union della CNN. “E qualsiasi presidente dovrebbe garantire che questa storia nella sua interezza venga condivisa, affinché il popolo americano sia in grado di trarre le proprie conclusioni”. Shapiro ha aggiunto: “Se capiamo da dove veniamo, avremo un percorso migliore per il futuro”». 

Un fantastico esercizio di banalità assortite che rivela l’incapacità di andare al nocciolo della questione. Il che, se lo fa un politico, stupisce poco: il problema è che anche un’importante (e “ben orientata”…) associazione di storici americani lo segue sulla stessa strada, evitando di entrare nel merito di molte contestazioni e arroccandosi intorno al principio della “libertà della ricerca” (che è un copione che anche in Italia conosciamo molto bene …) e accusando a sua volta l’amministrazione Trump di aver confezionato un “attacco ideologico”. Il che è verosimile ma è un po’ anche la storia del bue che dice cornuto all’asino. 

Seguo da tempo la newsletter di Kevin M. Levin – Civil War Memory – uno storico specializzato nella guerra civile americana, smaccatamente schierato sul fronte “liberal” e per la causa degli ex schiavi nel confronto tra sudisti e nordisti. Le sue critiche al rapporto Saving America’s Story mi hanno ricordato quelle di certi “accademici” spocchiosi di casa nostra alle prese con i libri di Giampaolo Pansa sulla nostra guerra civile, libri il cui maggior difetto sembrava essere non tanto il fatto di dire cosa vere o meno ma di non avere le note a pié di pagina: «In parole semplici: questo non è un lavoro di valutazione storica – ha sentenziato Levin dopo aver ammesso di non aver comunque letto tutto il rapporto – Consideriamo cosa non contiene il documento. Non c’è un autore nominato. Non c’è una metodologia. Non ci sono ringraziamenti, nessun comitato consultivo, nessun revisore esterno e nessuna indicazione, in nessuna parte delle sue pagine, che un singolo storico qualificato o uno storico pubblico abbia valutato il lavoro del museo».

Poi però ci ha ripensato e, meno di due giorni dopo, si è letto tutto il rapporto trovando conferma ai suoi pregiudizi: tutto da buttare, secondo lui, perché il documento non si occupa come dovrebbe degli ex schiavi (che l’argomento non sia esattamente al centro del rapporto è ovviamente un dettaglio)…: «Quasi nessuno si è soffermato su un passaggio a pagina 11. Si tratta di una direttiva specifica su come la storia e l’eredità della schiavitù dovrebbero essere interpretate nei musei nazionali, e credo che ci dica molto di più sulla visione di questa amministrazione della storia americana e degli afroamericani di qualsiasi altra cosa contenuta nel documento. Il brano compare in una sezione che descrive cosa dovrebbe raccontare un museo nazionale di storia americana ai suoi visitatori. Ecco il testo integrale: 

“Dovrebbe raccontare la storia di come le colonie ereditarono la schiavitù dalle pratiche schiavistiche sia globali che europee, ma anche di come le parole, le azioni e le idee dei Padri Fondatori americani contribuirono a innescare un movimento mondiale che alla fine pose fine alla schiavitù. Dovrebbe raccontare la storia di come almeno otto colonie americane approvarono o tentarono di approvare leggi per tassare o limitare severamente l’importazione di schiavi prima della Guerra d’Indipendenza, per poi essere costrette dalla Corona britannica a continuare su questa strada. Dovrebbe raccontare la storia di come 750.000 americani morirono nella Guerra Civile. Dovrebbe raccontare la storia di come gli americani arrivarono a rifiutare le leggi di Jim Crow e la segregazione, sostenendo un principio di uguaglianza razziale derivato dai documenti fondativi dell’America. In breve, dovrebbe raccontare la storia della nascita dell’America e di come gli Stati Uniti, grazie ai principi sanciti nella Dichiarazione d’Indipendenza e sanciti nella Costituzione, abbiano fatto più di qualsiasi altra nazione al mondo per promuovere e garantire i diritti fondamentali”. 

«Ciò che mi colpisce – conclude Levin – non è una singola affermazione, ma la sua grammatica. In tutta questa narrazione predefinita della schiavitù in America, nessuna persona di colore compare mai come soggetto di una frase. (…) La parola “emancipazione” non compare mai nella storia. La libertà arriva semplicemente, consegnata, implicitamente nel testo dagli americani bianchi, attraverso pergamene e filosofia. Gli schiavi vengono ereditati, liberati e compianti collettivamente. Subiscono azioni in ogni momento. Non agiscono mai». 

Molto più puntuale, pur sempre in una prospettiva diciamo cosi “anti-trumpiana”, l’osservazione di Johnnie Jae, una giornalista-attivista, che nella newsletter collettiva Truthout ha ricordato che la tanto decantata Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 contiene «una contraddizione espressa attraverso un insulto che i nativi americani non sono mai riusciti a ignorare: un riferimento feroce ai “selvaggi indiani spietati”. Sebbene i Padri Fondatori abbiano promesso una nazione di uguaglianza e libertà per tutti, hanno anche chiarito che i popoli indigeni non rientravano nella loro idea di “tutti”…». Jae, discendente dei pellerossa, rivendica una prospettiva diversa da quella di Levin (che è bianco…): parla solo per rivendicare il ruolo dei nativi americani che hanno subito quello che sappiamo. Una tragedia spesso lasciata in ombra dalle rivendicazioni degli afro-americani (che, va ricordato, rappresentano meno del 15% della popolazione statunitense): due mondi che evidentemente faticano a parlarsi ancora oggi (Levin non parla dei nativi, Jae non accenna agli afro-americani) ma la cui esistenza (insieme a quella di altre comunità etniche) dimostra quanta strada debbano fare ancora gli Stati Uniti. E quanta ne debba fare il National Museum of American History per trovare la quadra tra tante istanze contrastanti

Ovviamente le critiche al rapporto Saving America’s Story non si esauriscono qui ma i pochi esempi fatti spero aiutino a comprendere il livello del dibattito su entrambi i fronti: da una parte si fa finta che la deriva wokedegli ultimi anni coincida con la verità assoluta; dall’altra si sorvola bellamente sul fatto che una lettura un po’ più problematica del Passato degli Usa sia più che legittima. Ma, secondo me, la pecca maggiore di entrambe le impostazioni è che restringono troppo il campo d’indagine ed evitano di porsi la domanda delle domande: i valori espressi dai documenti fondativi degli Stati Uniti sono stati disattesi o meno negli ultimi 250 anni solo a danno di nativi americani e afro americani? Oppure sarebbe consigliabile una riflessione più ampia per vedere, storicamente, cosa hanno fatto davvero gli Stati Uniti nel mondo? Il National Museum of American History quanto spazio dedica, ad esempio, alle bombe atomiche di Nagasaki e Hiroshima? Quanto ai bombardamenti, anche a base di agenti chimici (il famoso “Agent Orange”) in Indocina? C’è una sola foto che ricordi il massacro di My Lai? O l’invasione dell’Iraq sulla base di una pubblica menzogna (ricordiamo la finta provetta mostrata all’Onu dal segretario di Stato di George Bush, Colin Powell)? Che cosa suggerisce ai suoi visitatori il NMAH a proposito delle ingerenze statunitensi in Sud America con tanto di appoggio a vari regimi dittatoriali? Ovviamente, la lista sarebbe infinita perché, come ogni Impero, anche gli Stati Uniti si sono affermati grazie a prepotenze e orrori.

Ed è sulla sostanziale omissione di questo aspetto che, paradossalmente, le visioni trumpiana e anti-trumpiana della storia Usa si saldano nel non rispondere (anche nelle sale del NMAH) ad una semplice domanda: quanto è davvero costata al mondo la costruzione dell’Impero americano?

Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/

Tags: Donald TrumpstoriaStoria in reteUSAwoke
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