Tanto tuonò che piovve: è arrivato ieri – al termine di un anno di forti tensioni politico-diplomatiche – l’accordo tra Stati Uniti e Danimarca destinato a modificare sostanzialmente il trattato che, dal 1951, regola la presenza statunitense in Groenlandia. La firma nella giornata di ieri, a margine dei lavori dell’Assemblea generale dell’Onu. Il presidente statunitense Donald Trump, la premier danese Mette Frederiksen e il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen hanno fissato i principi cardine di quella che, di fatto, diventa una “cogestione” dell’isola tra le tre parti.
La Danimarca mantiene ufficialmente la piena sovranità sull’isola – nei mesi scorsi Trump, con la sua retorica roboante, aveva minacciato di farne un nuovo stato dell’Unione -, il governo locale di Nuuk è coinvolto direttamente nell’intesa, ma il vero vincitore è senza dubbio il presidente statunitense. L’inquilino della Casa Bianca ottiene due risultati strategici: la possibilità di rafforzare sensibilmente la propria presenza militare sull’isola e quella di svolgere il ruolo di decisore di ultima istanza sugli investimenti in Groenlandia, con la possibilità di escludere i Paesi non graditi.
Su quest’ultimo punto, per esattezza, il testo fa riferimento “a Stati o a investitori provenienti da uno Stato che non sia membro della NATO, partner della NATO o Stato membro dell’UE”, anche se non manca una certa ambiguità di fondo che dovrà essere chiarita nel prossimo futuro. Una ambiguità forse non casuale, dato che consente agli Stati Uniti di definire di volta in volta chi sono gli “avversari” da escludere dall’accesso alle risorse groenlandesi con il proprio veto.
Sotto il profilo militare l’accordo non solo consente agli Usa di ampliare la base di Pituffik e di crearne due nuove, a Nasarsuaq (dove gli statunitensi sono stati presenti fino al 1950) ed a Mestersvig, località che oggi ospita parte del dispositivo militare danese presente sull’isola: un’unità di slitte trainate da cani. Non proprio il massimo per chi, come Trump, vede nella Groenlandia l’antemurale posto a difesa del territorio nazionale da potenziali minacce missilistiche.
Gli Stati Uniti, inoltre, potranno “istituire ulteriori zone di difesa in Groenlandia e rafforzare le proprie operazioni o strutture militari”. Corollario del rafforzamento della presenza militare statunitense sull’isola è il diritto di libero transito per aria, terra e mare al fine di garantire il collegamento tra le proprie basi.
Altro aspetto da evidenziare – e che sintetizza la sostanziale sconfitta della Danimarca nella contesa, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali – è quello relativo alla durata dell’accordo: non è prevista una data di scadenza dell’intesa e, soprattutto, è previsto esplicitamente che nel caso in cui la Groenlandia raggiunga l’indipendenza dalla Danimarca Nuuk assuma gli impegni previsti dal patto siglato ieri.
Un’eventualità, quella dell’indipendenza della Groenlandia, che potrà essere resa più probabile dal prevedibile rafforzamento dei legami tra l’isola e gli Stati Uniti in forza di quanto previsto dall’accordo raggiunto a New York, contemporaneamente all’indebolimento della presenza danese.
Insomma, questa volta Trump sembra aver raggiunto l’obiettivo che si era prefissato.





