Dalla fine della Seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti ci sono state tre controrivoluzioni: quelle di Eisenhower, Reagan e Trump. La prima (1953-61) fu quella del presidente repubblicano Dwight D. Eisenhower, che terminò la lunga serie di vittorie democratiche iniziate con la vittoria di Franklin D. Roosevelt (FDR) nel 1932. FDR implementò subito il New Deal – una serie di legislazioni quasi-socialiste che portarono le tasse federali a livelli massimi del 79% nel 1935 ed al 94% nel 1944, per non parlare poi del furto fatto nel 1933 quando venne ordinato all’intera popolazione degli Stati Uniti – persone, associazioni, ditte – di consegnare allo Stato tutto l’oro in loro possesso – monete, lingotti, e certificati aurei.
Eisenhower si mosse con molta cautela, privilegiando la produzione economica più che i tagli fiscali. Le tasse rimasero molto elevate (90%) per le fasce di stipendio più alte, ma furono create le condizioni ottimali per il libero mercato, favorendo una prosperità diffusa, un’alta produttività industriale e una bassa inflazione.
La seconda contro-rivoluzione, dopo i disastri del presidente Carter, fu quella del presidente Ronald Reagan, che nel periodo 1983-88 seppe creare prosperità economica, rinnovare l’ottimismo della popolazione, sempre presente nel buon DNA americano, e vincere la guerra fredda. Reagan subì molte critiche, politiche e personali, da parte di nemici ed alleati europei, ma seppe usare bene il bastone e la carota. Il bastone servì a contrastare gli avventurismi rivoluzionari comunisti in America Latina e a finanziare l’Iniziativa per la Difesa Strategica (SDI) – famosamente soprannominata “Star Wars” da critici e media – che costituiva un sistema di difesa missilistica spaziale e terrestre. La carota, per incentivare le collaborazioni commerciali e fornire aiuti ad alleati e potenziali avversari. Alla fine, quasi tutti riconobbero i suoi successi.
La terza contro-rivoluzione – quella di Donald Trump, la più efficiente e la più controversa – è ancora in corso e forse dovrà rallentare se i democratici avranno successo alle prossime elezioni di metà mandato a novembre, come suggerisce la tradizione. In Europa, la seconda elezione di Trump nel novembre 2024 aveva suscitato molte delusioni e qualche entusiasmo, anche se oggi i pochi entusiasmi iniziali si sono purtroppo raffreddati.
L’inflazione, di cui si parla tanto in campagna elettorale a causa dell’aumento dei prezzi della benzina e del gasolio, è a livelli quasi normali: la metà di quella registrata ai tempi di Biden, come mostrato sotto. È significativo che coloro che oggi si strappano le vesti per l’inflazione del 3-4% di Trump siano stati i più silenziosi ieri con l’8-9% di Biden.

La disoccupazione, che aveva toccato alti valori durante gli isterismi pandemici del COVID, rimane molto bassa:

La borsa USA è ai massimi storici – un fatto molto importante in un paese in cui una vasta parte della popolazione ha pensioni private investite in titoli azionari.
In sintesi, i numeri più importanti sono a favore di Trump. Vedremo presto, a novembre, se gli elettori sapranno interpretarli correttamente.





