Il fallito attentato a Donald Trump ci ricorda che quello di sparare ai presidenti, ai candidati presidenti o a leader politici importanti è una pessima ma consolidata abitudine della politica americana.
L’idea di utilizzare il piombo dei proiettili per modificare sbrigativamente il corso della politica ha prodotto dal 1835, -anno del primo attentato documentato, quello dello squilibrato (figura in questi casi utile e ricorrente) Richard Lawrence contro il presidente Andrew Jackson salvato dalla cilecca della pistola dell’attentatore – 4 omicidi di presidenti e almeno 15 tentati omicidi.
Secondo il Congressional Research Service dal 1906, cioè da quando l’US Secret Service si occupa per legge della protezione di presidenti e vice, ci sono stati almeno 7 attentati a presidenti (Truman, Kennedy, Ford 2 volte, Reagan, Clinton e Bush Sr) e uno ad un vicepresidente, Thomas R. Marshall vice di Woodrow Wilson preso di mira senza danni nel 1915 da un americano di origine tedesca contrario all’intervento USA nella I Guerra Mondiale.
Un conteggio carente per difetto, visto che lo USSS non fornisce informazioni sull’argomento e che non tiene conto degli attentati ad altre figure una volta non protette dal servizio, come i candidati delle elezioni presidenziali tra i quali si contano almeno 3 vittime: Huey Peirce Long, senatore e governatore della Louisiana che, forte di una vastissima popolarità, aveva sfidato da indipendente F.D. Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1936 spaventando l’establishment di Washington. L’8 settembre 1935, alle 21.20, venne avvicinato nei corridoi del Campidoglio di Baton Rouge da Carl Weiss, genero di un suo avversario politico, che da meno di un metro gli sparò tre proiettili nel petto. Gravemente ferito, morirà per emorragia interna due giorni dopo.
Bob Kennedy ucciso intorno alla mezzanotte del 5 giugno 1968 con diversi colpi calibro 22 alla testa dal palestinese di origine giordana Sirhan Bishara Sirhan, le cui motivazioni non sono mai state chiarite, nelle cucine l’Hotel Ambassador di Los Angeles poco dopo avere vinto le primarie democratiche della California avviandosi ad una nomination praticamente sicura.
E George Wallace, governatore segregazionista dell’Alabama in corsa contro George Mc Govern alle primarie democratiche, ferito a Laurel nel Maryland il 15 maggio 1972 da Arthur Herman Bremer, squilibrato in cerca di notorietà, che gli sparò contro quattro colpi senza riuscire ad ucciderlo ma lasciandolo su una sedia rotelle ed in condizioni di non proseguire la corsa che lo aveva già visto vincitore in Florida, Maryland, Michigan, Tennessee e North Carolina.
I presidenti uccisi sono invece 4: Abraham Lincoln, James Garfield, William McKinley e John F. Kennedy.

Il caso più eclatante, per la statura del personaggio e per il momento storico, è probabilmente il primo.
Il 14 aprile 1865, pochi giorni dopo la resa di Robert Lee ad Appomatox, intorno alle 22 Lincoln e la First Lady Mary Todd si trovano al Ford’s Theatre di Washington D.C. dove è in programma la commedia musicale Our American Cousin.
Lincoln è spiato da giorni da John Wilkes Booth, famoso attore dell’epoca, simpatizzante dei Confederati e forse legato ai loro servizi di spionaggio.
Data la sua professione e la sua fama Wilkes Booth non ha difficoltà a penetrare nel teatro, che conosce bene, e raggiunto il palco di Lincoln gli spara un colpo alla nuca con una pistola Derringer calibro 44 urlando “Sic semper tyrannis!”, la frase pronunciata da Bruto nella tragedia di Shakespeare.
Il ventiseienne Wilkes Booth era a capo di un complotto che mirava ad uccidere anche il Segretario di Stato William H. Seward, brutalmente accoltellato a casa sua dal congiurato Lewis Powell si salverà, il Vicepresidente Andrew Johnson e l’odiato comandante in capo delle forze nordiste, Ulysses S. Grant. L’obiettivo era decapitare l’amministrazione dell’Unione per creare le condizioni per un’ipotetica ribellione confederata o, quanto meno, per una vendetta.
Il processo ai complici di Wilkes Booth dinanzi al Tribunale Militare – oltre al già citato Lewis Powell David Herold, George Atzerodt e Mary Surratt, tutti simpatizzanti della causa sudista – fu piuttosto sbrigativo; molti storici ritengono oggi che non ci fossero gli estremi per condannare a morte tutti gli imputati che vennero invece impiccati il 7 luglio 1865 a Fort McNair. La quarantacinquenne Mary Surratt, dichiaratasi sempre innocente e molto probabilmente vittima delle circostanze e del clima da caccia alle streghe seguito all’uccisione del presidente, è la prima donna americana condannata alla pena capitale.
Quanto a John Wilkes Booth, allontanatosi rocambolescamente dal luogo del delitto, fuggì con David Herold in Maryland inseguito da un distaccamento del 16° Reggimento di Cavalleria. Raggiunto e accerchiato in una fattoria della Contea di Caroline, in Virginia, venne ucciso all’alba del 26 aprile 1865 dal colonnello del servizio segreto unionista Everton Conger con un colpo di pistola al collo. Ben diverse le circostanze degli attentati a James Garfield – 20° presidente degli USA, colpito alla stazione ferroviaria di Washington alle 9:30 del 2 luglio 1881, meno di quattro mesi dopo l’inizio del suo mandato, da Charles Julius Guiteau (forse squilibrato, forse per vendetta o forse per entrambe le cose) – e a William McKinley, 25° presidente, ferito per motivi politici dall’anarchico di origine polacca Leon Czolgosz il 6 settembre 1901 alle 16:07 a Buffalo mentre stringeva le mani dei visitatori dell’Esposizione Panamericana.
In entrambi i casi le ferite riportate avrebbero potuto non essere mortali, ma tra lo stato della medicina e l’imperizia dei medici i due malcapitati ci lasciarono la pelle vittime della sespsi. Garfield dopo un’atroce agonia di oltre due mesi. Entrambi gli attentatori vennero processati ed impiccati.
Il caso più noto ai nostri giorni è, ovviamente, quello di John Fitzgerald Kennedy, sul quale si è scritto di tutto senza che il lungo tempo oramai trascorso da quel 22 novembre 1963 sia riuscito veramente a fare luce.
Al di là delle varie teorie fiorite negli anni, solitamente bollate come complottiste, è difficile credere che l’unica verità storicamente accertata siano le fumose conclusioni della Commissione Warren.
La figura di Lee Harvey Owald – messo a tacere da Jack Ruby, equivoco personaggio legato alla mafia – è sempre rimasta avvolta nel mistero, mentre la dinamica dell’attentato è ancora controversa. Di certo è difficile convincersi che tra le morti dei due fratelli Kennedy non ci sia qualche collegamento.
Del resto dubbi e misteri hanno sempre accompagnato questo genere di attentati e nemmeno quello contro Donald Trump fa eccezione: risulta assai curioso che in un momento cruciale della campagna presidenziale un ventenne armato di un fucile d’assalto AR15 sia riuscito ad appostarsi a meno di 150 metri dal bersaglio aprendo il fuoco, indisturbato, da una posizione di tiro ideale e con grande precisione senza che il Secret Service se ne accorgesse e senza che le segnalazioni dei presenti, documentate da video e interviste apparsi su CNN e BBC, venissero prese in considerazione.
Il solito squilibrato armato, come nei casi di Richard Lawrence (Andrew Jackson), Charles Julius Guiteau (James Garfield), Arthur Herman Bremer (George Wallace), John Hinckley Jr (Ronald Reagan), Lynette Alice Fromme (Gerald Ford)?
Thomas Matthew Crooks, di Bethel Park, Pennsylvania, è stato freddato sul posto e, come Lee Harvey Oswald e John Wilkes Booth, non potrà più spiegare niente a nessuno.
Vedremo se e cosa riuscirà a spiegare la commissione indipendente prontamente istituita dal presidente Biden per far luce sull’accaduto e sull’adeguatezza delle misure di sicurezza.





