In un mondo dominato dall’assurdo accade anche che dei tifosi dell’Algeria, subito dopo una partita giocata in Marocco e vinta dalla loro nazionale contro il Burkina Faso nella prima fase della Coppa d’Africa, festeggino rumorosamente in Francia – poiché è li che vivono in buon numero – e inveiscano non contro i rivali sportivi ma contro i francesi. Un filmato disponibile sul web mostra un gruppo di algerini di stanza a Lione che urlano: «Ci avete colonizzato… ora siete nella merda fino al collo». Ad incitare – e a diffondere il video sul web – è stata Sofia Benlemmane, franco-algerina sulla cinquantina, seguita su TikTok e Facebook da oltre 300 mila persone, e già finita nei guai più volte per aver diffuso messaggi d’odio e minacce contro gli oppositori delle autorità algerine, oltre a dichiarazioni offensive nei confronti della Francia. L’ultima condanna – un anno di reclusione – l’ha rimediata meno di un anno fa (marzo 2025) senza che questo l’abbia dissuasa dalla sua vera vocazione: istigare – stando alle accuse della Giustizia francese – a commettere reati, fare minacce di morte e pubblicare «insulti pubblici basati su origine, etnia, nazione, razza o religione». Sofia Benlemmane non è un caso isolato ma solo una delle molte facce di un fenomeno virale che i francesi stentano a contenere: sono molti infatti gli influencer di origine algerina che quotidianamente riversano sui vari social il loro odio per il paese che li ospita. Poiché, come vedremo, il governo di Algeri non è un esempio di democrazia e tolleranza, esistono però anche dissidenti e rifugiati politici come Chawki Benzehra il quale, denunciando le sparate di Benlemmane & C., ha osservato su X: «il regime algerino ha ora a disposizione dei “mujaheddin 2.0” per condurre la sua guerra ibrida contro la Francia, riecheggiando la legge che criminalizza il colonialismo adottata dal parlamento algerino». Il problema c’è e non da oggi visto che già l’ex primo ministro francese Gabriel Attal aveva affermato poco più di un anno fa che la Francia avrebbe dovuto annullare l’accordo del 1968 con l’Algeria, che garantisce agli algerini diritti speciali di vivere e lavorare in Francia, a causa del numero e della virulenza dei tanti influencer e predicatori da Attal definiti “predicatori dell’odio”.

Un paio di date possono a questo punto aiutare: il match Algeria-Burkina Faso con relativi “festeggiamenti” è del 28 dicembre scorso cioé solo quattro giorni dopo la storica votazione del Parlamento di Algeri che, all’unanimità, ha approvato una legge che criminalizza la colonizzazione francese (1830-1962) e chiede “scuse ufficiali” alla Francia. In piedi, i parlamentari, con sciarpe coi colori della bandiera algerina al collo, hanno applaudito il passaggio del testo che considera lo Stato francese «legalmente responsabile del suo passato coloniale in Algeria e delle tragedie che ha generato». In particolare, la nuova legge elenca i “crimini della colonizzazione francese”, considerati imprescrittibili: si va dai test nucleari alle esecuzioni extragiudiziali, dalla pratica della tortura fisica e psicologica su larga scala al saccheggio sistematico delle risorse. Il nuovo provvedimento stabilisce inoltre che «il pieno ed equo risarcimento per tutti i danni materiali e morali causati dalla colonizzazione francese è un diritto inalienabile dello Stato e del popolo algerino».
È interessante osservare l’infinita querelle che coinvolge la politica, le diplomazie e i media di Francia e Algeria da molti anni. È un vero e proprio “caso di scuola”, si può dire, dei rapporti che possono intercorrere tra Paesi ex colonialisti e Paesi un tempo colonizzati. Rapporti che come sappiamo continuano a condizionare pesantemente le relazioni internazionali e le società di molte nazioni in varie parti del mondo. È uno dei tanti modi con i quali il Passato riesce perfettamente a condizionare il Presente perché in pochi altri casi la Storia si fa strumento politico come quando si tratta di trovare un equilibrio tra ex colonizzatori ed ex colonizzati. E tra Parigi e Algeri l’equilibrio sembra irraggiungibile. Come può dimostrare, oltre ad un veloce excursus storico che dal 1830 ci riporti all’oggi, qualche ulteriore informazione tratta dalla cronaca delle ultime settimane e degli ultimi giorni.
A novembre 2025 è stato liberato dalle autorità algerine lo scrittore franco-algerino Boualem Sansal, condannato nel 2024 a cinque anni di carcere per “attentato all’unità nazionale”. La sua colpa? Aver dichiarato in un’intervista che i territori orientali del Marocco furono annessi all’Algeria dalla Francia, ai tempi dell’occupazione coloniale. In più, aver detto che il Fronte Polisario, il movimento di autodeterminazione del popolo sahrawi, è un’invenzione dell’Algeria per destabilizzare il Marocco. Purtroppo, la dichiarazione di Sansal – già nel mirino del governo algerino per le sue posizioni libertarie, anti islamiste e critiche verso il regime pseudo-democratico di Algeri – sono arrivate poco dopo il riconoscimento da parte della Francia, nell’estate del 2024, di un piano di autonomia “sotto sovranità marocchina” per il Sahara occidentale. Questa posizione ha profondamente irritato Algeri, da tempo sostenitrice del Fronte Polisario. Liberato dietro varie pressioni internazionali, anche in considerazione delle sue condizioni di salute, Sansal nei giorni scorsi è stato cooptato nella prestigiosa Académie française. Cosa che certo non è piaciuta al presidente algerino Abdelmadjid Tebboune (che tiene in carcere anche un giornalista sportivo francese, Christophe Gleizes, accusato di “apologia di terrorismo” e “possesso di pubblicazioni a scopo di propaganda lesiva dell’interesse nazionale”) che ormai colleziona un’incazzatura al giorno o quasi…
Il 24 gennaio scorso il Ministero degli Affari Esteri algerino ha convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata francese ad Algeri (l’ambasciatore è stato richiamato a Parigi da molto tempo) in seguito alla trasmissione su France 2di una puntata del programma Complément d’enquête dedicata alla “guerra segreta tra Francia e Algeria” e ritenuta offensiva dalle autorità algerine. L’inchiesta era stata preceduta giovedì 22 da un commento feroce dell’agenzia di stampa algerina che aveva denunciato il programma ancor prima della sua messa in onda. Basandosi su un semplice trailer, l’agenzia criticava la “deriva” di un organo di stampa pubblico francese che avrebbe «scambiato gli standard giornalistici con i principi più rancidi dell’estrema destra francese». Da parte sua, il Ministero degli Esteri algerino ha descritto il programma come «una rete di falsità profondamente offensive e inutilmente provocatorie» e «un vero e proprio atto di aggressione contro lo Stato algerino, le sue istituzioni e i suoi simboli». Algeri sostiene che il governo francese è responsabile: France 2 «non avrebbe mai autorizzato un simile attacco senza la complicità, o quantomeno l’approvazione, delle sue autorità pubbliche». Pochi giorni dopo, il governo algerino ha anche dichiarato l’ambasciatore francese “persona non grata” trascurando il fatto che Stéphane Romatet non è in ambasciata da parecchio e non è alle viste che ci torni a breve
Nel suo ultimo numero – chiuso prima che alcuni dei fatti qui sopra raccontati avvenissero – la rivista Figaro Histoire ha dedicato ai rapporti Francia-Algeria un lungo articolo di Frédéric Pons che ricostruisce la lunga storia che unisce e divide le due sponde del Mediterraneo. Da parte francese si tende sicuramente a sorvolare o ridimensionare gli impatti negativi di una lunga dominazione culminata in una sanguinosa e brutale guerra e, al contrario, sottolineare meriti e aspetti positivi cercando di non arrivare ad un punto di rottura sia per motivi economici e geostrategici che di politica interna vista la grande comunità algerina presente in Francia. Sul fronte algerino dominano invece le tinte fosche: «Quando Parigi invoca “la riconciliazione delle memorie” – scrive Pons – Algeri traduce automaticamente in “pentimento” e “indennizzi”, interpretando ogni offerta francese come un segno di debolezza, in una ammissione di colpevolezza». La chiave di lettura suggerita da Figaro Histoire è semplice e abbastanza evidente: tenere alta la tensione con la Francia è essenziale per la dirigenza algerina vista la situazione socio-economica del paese che, pur vantando importanti giacimenti di petrolio e gas naturale (che anche l’Italia acquista in gran quantità), versa in uno stato di crisi strutturale: «I 47 milioni di algerini – osserva Pons – avrebbero il diritto di chiedere dove sono finiti i 10 mila miliardi di dollari prodotti in trent’anni dagli idrocarburi del Sahara che la Francia ha lasciato a disposizione dei suoi governanti (…) Un malessere esistenziale regna ai vertici del potere ad Algeri di fronte al cocente fallimento che contraddistingue i 63 anni di storia dell’Algeria indipendente e che si traduce in un’ossessione anti-francese». Da qui la necessità di fare della «manipolazione della Storia una strategia d’esercizio del potere».
Del resto, manipolare la Storia non è poi così difficile: gli algerini sono riusciti ad autoimporsi una narrazione ufficiale secondo la quale una “Grande Algeria” esisteva ben prima dell’arrivo dei francesi nella primavera 1830. Eppure, fin dal Cinquecento quelle terre (dai confini labili sia ad est che ad ovest) erano tutt’altro che indipendenti ma sottoposte all’incerto dominio dell’Impero Ottomano. I francesi intervennero anche per stroncare le incursioni e le razzie dei pirati barbareschi che partivano proprio dalle coste algerine, libiche e tunisine, per attaccare le coste dei paesi europei e disturbare i traffici marini. Quindi terra di pirati piuttosto che stato sovrano. E terra povera, che ha conosciuto un grande sviluppo proprio durante i 132 anni di dominazione francese. Scrive ancora Pons: «La conquista coloniale fu certo brutale, sanguinosa, secondo le leggi di guerra dell’epoca. Diede luogo a volte a massacri e sfociò nella discriminazione sociale degli indigeni. Ma ebbe anche le sue luci: fine della schiavitù, eliminazione delle epidemie, costruzione di ospedali, scolarizzazione dell’infanzia, sviluppo di una agricoltura moderna e scoperta del petrolio e del gas».
Nonostante le vittime delle guerre e l’emigrazione, gli algerini sono passati dai tre milioni circa del 1830 ai 12 milioni del 1962. Nel 2020 l’Università di Seddik Larkèche ha stimato in 100 miliardi di euro l’entità dei danni coloniali da risarcire da parte della Francia. La cosa ha irritato il ben noto orgoglio transalpino per cui, specie sul web, da allora fioccano elenchi di opere e infrastrutture realizzate dai francesi nella loro colonia. Quegli elenchi trovano riscontro nell’articolo di Pons che ricorda 4.300 km. di ferrovie, una decina di aeroporti, quattro porti commerciali di livello internazionale, 70 mila km. di strade e piste, 31 centrali termiche o idroelettriche, 16 dighe, 34 fari, un numero enorme di tunnel, viadotti, ponti, edifici pubblici, scuole e tre grandi ospedali ad Algeri, Orano e Costantina: «Si può passare sotto silenzio la dilapidazione di questo patrimonio da parte del regime che si insediato nel 1962?» chiede Pons.
Al netto delle ombre che ogni dominazione coloniale porta con sé, un dato in particolare colpisce e cioè che per chiudere velocemente la partita con una guerra che non si voleva vincere anche perché anacronistica (la Francia aveva da poco perso anche l’Indocina, cioè il Vietnam, il Laos e la Cambogia) e costosa, il generale De Gaulle, presidente della Repubblica francese, concesse molto agli algerini con il celebre trattato di Evian del 18 marzo 1962. L’origine dell’attuale presenza in massa di algerini sul suolo francese nasce anche da quegli accordi che attribuivano agli ex coloniali di poter entrare e circolare liberamente in Francia e di poter portare con sé le proprie famiglie. Ma De Gaulle concesse anche altro: due milioni di chilometri quadrati di deserto del Sahara francese ricchi di petrolio e gas. Di colpo il neonato stato algerino si trovò con una superficie aumentata dell’80%. E da questa insperata ed enorme acquisizione nascono anche le tensioni col Marocco per il Sahara occidentale con la differenza che il Marocco ha una storia plurisecolare e qualche diritto in più su quelle zone che l’Algeria, senza alcun merito o diritto particolare, si è vista finire tra le braccia poco più di sessant’anni fa.
Non è certo possibile ricostruire qui, dettagliatamente, i vari passaggi della storia dei rapporti tra Algeria e Francia. Ma un’ultima cosa va detta a proposito della lunga guerra che, iniziata nel 1954, portò alla fine del dominio coloniale francese nel 1962. E quello che va detto è che la sconfitta francese fu dettata più dalla politica interna transalpina che dalla forza dei “partigiani” algerini del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) che la dura guerra di controguerriglia condotta dal generale Maurice Challe aveva messo alle corde tra il 1959 e il 1961. Alla fine delle ostilità, infatti, i militanti del FLN e dell’alleata Armata di Liberazione Nazionale (ALN) erano circa 10 mila: negli anni precedenti il fronte antifrancese aveva perso la bellezza di 26 mila uomini mentre altri 10.800 erano stati catturati. Sul fronte opposto c’erano invece ben 220 mila algerini di religione musulmana schierati con le forze armate e con l’amministrazione francese: erano i cosiddetti “harkis” che, quando sfuggirono alla morte e alle persecuzioni dei “vincitori”, dovettero emigrare in massa in Francia con le loro famiglie. La propaganda di Stato ha in seguito indicato in almeno un milione e mezzo le vittime della guerra di liberazione algerina mentre una stima più realistica riduce la cifra di due terzi: 500 mila morti, un numero – comunque enorme – che include i caduti di entrambe le parti (incluse alcune migliaia di civili europei) anche dopo la fine delle ostilità e l’inizio delle inevitabili rappresaglie e vendette.
Per quanti siano stati, quei morti algerini non sono stati gli ultimi. Tra gli anni Ottanta e i Novanta l’ex colonia francese ha conosciuto rivolgimenti e guerre civili che hanno prodotto una lunga scia di sangue: lo scontro tra gli eredi del FLN (che nasce con un impronta “sovietica” per il sostegno avuto dal KGB nel quadro della Guerra Fredda) alleati con i militari in opposizione alle formazioni islamiste ha causato, tra il 1992 e il 2002 tra le 150 mila e le 200 mila vittime. Uscito vincente dalla guerra civile, l’attuale regime ha unito ad un giro di vite sulle libertà civili il rilancio della polemica anti francese, utile come si è detto a compattare il fronte interno e ottenere vantaggi economici per puntellare i bilanci statali.
Due gli strumenti principali, interconnessi tra loro, usati dal governo di Algeri: la manipolazione della Storia e l’uso spregiudicato dei propri connazionali in Francia. L’inchiesta del programma Complément d’enquête di pochi giorni fa ha suscitato le ire di Algeri anche perché ha ricordato quanto i servizi di sicurezza francesi hanno rilevato più volte e cioé l’intensa attività dei servizi segreti algerini sul suolo transalpino, il peso della diaspora, l’attivismo di influencer algerini sul web e la complicità di alcuni settori intellettuali e politici francesi che tradizionalmente si schierano apertamente con Algeri. Un esempio lo si è avuto con le conclusioni della commissione storica mista franco-algerina istituita dal presidente francese Macron nel 2020 e affidata allo storico di origini algerine Benjamin Stora. Le conclusioni della commissione – con varie proposte pratiche che impegnavano, in modo diseguale ovviamente, entrambi i governi – sono rimaste lettera morta anche per le successive crisi politiche. Il caso più recente di quella che Pons definisce “algerofilia benpensante” ha per protagonista Segolene Royal, ex candidata socialista all’Eliseo, ex moglie dell’ex presidente socialista François Hollande, dallo scorso dicembre a capo dell’Associazione Francia – Algeria. In questa veste si è recata nei giorni scorsi ad Algeri – senza concordare il viaggio con il ministero degli Esteri di Parigi – per appianare le divergenze tra i due Stati. Una “normalizzazione” che, secondo Royal, richiede more solito molti sforzi da parte della Francia: «Dobbiamo porre fine alle impuntature politiche, alle provocazioni e alla retorica divisiva di coloro che non vogliono che l’Algeria vada avanti e che si rifiutano di riconoscere la sovranità nazionale algerina». Parole dolci come il miele per il presidente Tebboune che ha ovviamente accolto cordialmente la Royal, felice di aver trovato un’altra alleata nella infinita “guerra dell’informazione” che è anche “guerra della memoria”. Non a caso, tra le poche proposte pratiche avanzate dalla Royal c’è l’immancabile richiesta alla Francia di restituire all’Algeria “beni culturali e archivi”.
Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/





