Un fattore che dovrebbe oggi deve dominare l’analisi della politica strategica globale è che lo Stretto di Hormuz si riaprirà solo con il consenso del Governo iraniano. Il poderoso Sea Power statunitense non può, infatti, né forzarne il passaggio né garantire la sicurezza del transito. In apparenza, l’accesso attraverso lo Stretto di Hormuz sembra essere una sfida navale che la politica di potenza e di prepotenza del Make America Great Again inaugurata dal Presidente Trump potrebbe vincere senza difficoltà, considerata la superiorità numerica e tecnologica della U.S. Navy che ha schierato un quinto della propria flotta di portaerei nella regione – la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald R. Ford – oltre a un potente contingente di scorta composto da cacciatorpediniere lanciamissili della classe Arleigh Burke, sommergibili, navi appoggio, che ha già ridotto ai minimi termini le forze avversarie, colando a picco 30 unità navali iraniane compresa la loro ammiraglia.
Ma nella dottrina navale, interdire l’accesso al mare (Sea denial) è una cosa completamente diversa da avere il controllo del mare (Sea control). La U.S. Navy può impedire agli Iraniani di operare nelle acque dello stretto ma non può acquisire il dominio dell’unico passaggio che collega il Golfo Persico con il golfo di Oman, il mar Arabico, l’Oceano indiano. L’Iran può dispiegare, infatti, inesauribili armamenti antinave a basso costo lungo il litorale del canale di Hormuz con molta più facilità di quanto un apparato militare costoso e sofisticato possa contrastare questa manovra. La lezione che abbiamo appreso durante la guerra russo-ucraina è che una massa di strumenti bellici rudimentali ma molto performanti e di rapido allestimento, come i droni, è ineluttabilmente destinata ad avere la meglio su strumenti di distruzione ad alta tecnologia necessariamente limitati nel loro numero e difficilmente e lentamente rimpiazzabili nei tempi brevi che un conflitto prolungato impone.
A riprova di questa previsione, il 12 marzo il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, ha dichiarato che la U.S. Navy probabilmente inizierà questo mese a scortare le navi mercantili attraverso lo stretto di Hormuz. Ma ha aggiunto che questa soluzione sarà sostenibile solo per un periodo molto limitato: le celle degli intercettori e i depositi di munizioni antimissile dei cacciatorpediniere e delle fregate americane si esauriranno più rapidamente e con costi molto maggiori rispetto agli arsenali iraniani. L’agenda militare-marittima di Teheran, del resto, non è molto impegnativa. L’Esercito e la Marina della Repubblica Islamica, insieme alle agguerrite e ben equipaggiate milizie dei Guardiani della rivoluzione, possono bellamente ignorare il naviglio della Quinta Flotta degli Stati Uniti, con base in Bahrein, e riservare le loro attenzioni alle petroliere che, per la loro stazza, la limitata velocità e la ridotta manovrabilità, possono essere centrate anche con mezzi di scarsa precisione.
Bastano, infatti, pochi colpi arrivati a segno su poche navi cisterna adibite al trasporto di greggio per interrompere la parte più consistente de flusso di oro nero proveniente dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita, considerando la limitata portata dell’oleodotto Abu Dhabi-Fujairah e dell’analoga infrastruttura che sfocia nel Mar Rosso. Secondo il Maritime Trade Operations Centre britannico, l’Iran ha finora attaccato e danneggiato 20 garghi di varie nazionalità nel Golfo di Oman e nel Golfo Persico. E queste incursioni hanno, di fatto, chiuso lo stretto di Hormuz, poiché le compagnie assicurative marittime sono state costrette a cancellare i loro impegni. Inoltre, considerando le forti correnti nello stretto, l’Iran può anche far galleggiare ordigni esplosivi nel canale, spingendole alla deriva dal suo litorale ed evitando la necessità di farle posizionare da navi posamine (16 delle quali, secondo il Pentagono, sarebbero state affondate). Dunque, nell’eventualità improbabile che la U.S. Navy tentasse di organizzare un sistema di convogli provvisti di scorta, dovrebbe prima distruggere le postazioni antinave attive sul lato dello stretto controllato da Teheran.
È a questo punto che diventa stringente l’analogia con il forzamento dei Dardanelli. L’unica ragione per cui nel 1915 venne deciso di arrivare alla conquista via terra le piazzeforti di Gallipoli fu che le più potenti marine del tempo, la Royal Navy e la Marine Nationale, non erano riuscite ad aprirsi il passaggio attraverso gli Stretti Turchi, le cui rive erano potentemente presidiate dalle forze ottomane, per raggiungere Costantinopoli. Durante i ripetuti raid, infatti, i cannoni di ben 18 Capital Ships – compresi i pezzi da 381 mm della nuovissima corazzata HMS Queen Elizabeth varata solo pochi mesi prima – non arrivarono a neutralizzare sufficientemente il fuoco di sbarramento dell’artiglieria avversaria. In acque ristrette, la combinazione di un complesso di armi da fuoco pesanti sulla terraferma e di sbarramenti di cariche esplosive poste sotto il livello dell’acqua inflisse danni tali alla Marina più avanzata del mondo e al suo alleato francese da costringerli a ritirarsi dopo aver perso 61 mila uomini di equipaggio, tra caduti e dispersi, 7 Navi da battaglia, 8 sottomarini, un cacciatorpediniere, 2 trasporti truppe, 4 bomb-ketch armati con obici a tiro parabolico e un numero imprecisato di dragamine
Un tentativo di forzare il passaggio di Hormuz porrebbe quindi gli Stati Uniti di fronte alla stessa opzione che ebbero Gran Bretagna e Francia nel 1915: conquistare il litorale con la forza attraverso lo sbarco in massa di truppe terrestri. Ma occupare la penisola di Gallipoli, obiettivo che peraltro non fu raggiunto e che comportò il quasi annientamento dell’Australian and New Zealand Army Corps, non è minimamente paragonabile all’occupazione di oltre 150 chilometri di costa iraniana. Un grande spazio che si estende dalla piccola isola di Kharg, centro nodale da cui transita il 90% delle esportazioni petrolifere di Teheran, soprannominata «isola proibita», per l’altissima presenza militare lì stanziati e la solidità degli apprestamenti difensivi, che garantisce la sicurezza delle centinaia di chilometri di oleodotti petroliferi, a ovest fino al porto di Bandar Abbas e all’insenatura di Kūh-e Mobārak, dove il corridoio di Hormuz si allarga nel Golfo di Oman in direzione dell’Oceano indiano.
In questo quadrante non esiste la possibilità di costituire alcuna linea di contenimento che le forze statunitensi potrebbero mantenere, anche con l’impiego di 100.000 uomini e pesantissime perdite in uomini e materiali. Un simile tentativo equivarrebbe a “una Gallipoli moltiplicato per dieci”, con la differenza che gli Iraniani potrebbero sempre ritirarsi su linee di difesa interne. Ed è quindi inconcepibile che gli Stati Uniti s’imbarchino in un’operazione del genere. Esistono alternative? La U.S. Air Force potrebbe continuare a ridurre la capacità dell’Iran di produrre droni e missili. Ma anche se ciò funzionasse, la Repubblica Islamica potrebbe ricevere questi ordigni dalla Federazione Russa che ha trascorso quattro anni a ridurre i cicli di sviluppo di droni a basso prezzo e missili non guidati e che può trasportarli in Iran per via aerea o attraverso il Mar Caspio.
Mosca, infatti, coltiva da molto tempo una stretta partnership politica e militare con Teheran e ha tutto l’interesse a mantenere sbarrato lo stretto di Hormuz perché i suoi idrocarburi diventano ogni giorno più preziosi e più appetibili proprio da parte di quelle Potenze europee che hanno sposato la causa dell’Ucraina. Certo l’Aeronautica militare nord-americana potrebbe interrompere o quanto meno depotenziare questo flusso di armamenti ma il farlo comporterebbe un attacco diretto a navi e velivoli russi, ipotesi questa che non rientra nella pur volatile agenda politica della Casa Bianca. Di conseguenza, l’Iran si trova in una posizione molto più forte di quanto possa apparire. Deve soltanto resistere, mentre i danni alle economie asiatiche ed europee continuano ad accumularsi.
Gli Stati Uniti, grandi esportatori di petrolio e di gas di scisto, dispongono di una vera e propria autarchia energetica. Asia ed Europa no. E questo per Washington potrebbe comportare, nel giro di qualche mese, una rottura gravida d’incalcolabili conseguenze con Pechino e un ulteriore logoramento dei già tesissimi rapporti con l’Unione Europea e il Regno Unito. Il futuro, si sa, è imperscrutabile ma proprio in questa angosciante situazione d’incertezza vale la pena di riflettere su quanto recentemente affermato dall’analista australiana Raelene Lockhorst: «La guerra non finirà quando gli Stati Uniti smetteranno di bombardare, finirà solo quando l’Iran consentirà nuovamente il libero passaggio nello Stretto di Hormuz. E non c’è nulla che l’esercito statunitense possa fare per cambiare questa equazione».
Eugenio Di Rienzo, Corriere della Sera 20 marzo 2026





