Quante previsioni sulla fine del mondo riusciamo a tollerare prima di capire che ci stanno prendendo per i fondelli? Hanno cominciato i vari santoni, profeti e mistici delle varie tribù umane. Per loro andare a caccia era faticoso e pericoloso, e anche il lavoro agricolo era pesante. Molto meglio guardare le stelle, parlare con gli spiriti, crearsi un’aura di capacità extrasensoriali, diffondere speranze e paure e vivere con gli oboli di chi lavora e produce.
Poi vennero le grandi religioni monoteiste. Le religioni abramitiche (ebraismo, cristianesimo e islam) condividono una concezione del tempo fondamentalmente lineare, in cui la storia si svolge secondo un piano divino e si dirige verso un culmine definitivo. A differenza delle cosmogonie cicliche, in cui creazione e distruzione si ripetono indefinitamente, le tradizioni abramitiche propongono un inizio, una progressione con uno scopo e un fine ultimo che risolve le tensioni morali e teologiche dell’esistenza. Questa linearità infonde alla storia un significato, trasformandola da una sequenza di eventi a una narrazione guidata dall’intenzione divina.
Sulla fine del mondo, ci hanno raccontato di tutto. Il Cristianesimo, sul libro dell’Apocalisse e sui Vangeli, vede la fine dei tempi come il ritorno glorioso di Gesù Cristo (Parusìa), il giudizio universale e la vittoria definitiva del bene sul male. Nell’Islam, la fine del mondo è chiamata Yawm al-Qiyamah (Giorno del Giudizio) o Al-Sa’a (l’Ora). È preceduta da segni minori e maggiori, tra cui l’apparizione del falso messia (Al-Masih ad-Dajjal) e il ritorno di Gesù (Isa), che sconfiggerà il male per ristabilire una fase di pace prima del giudizio finale di Allah.
Più recentemente, le previsioni apocalittiche hanno riguardato un possibile olocausto nucleare, la sovrappopolazione e l’esaurimento delle risorse, nonché i disastri climatici di origine antropica. Ultimamente, poi, sono entrati in ballo i computer e il software, prima con i romanzi di fantascienza di Asimov, poi con il dramma del cambio di millennio (Y2K) che avrebbe dovuto fermare il mondo (ed invece si rivelò un falso allarme, ma comunque costoso), ed infine con le paure odierne di un’Intelligenza Artificiale (IA) che ci distruggerà e che va, naturalmente, controllata e fermata da leggi, tasse e burocrazia.
Per quanto riguarda il possibile olocausto nucleare, potrebbe ancora avvenire, visti i larghi arsenali ancora in possesso di vari paesi (vedi sotto).

Note: 1. Nuclear Weapons Ban Monitor, 2026;

3. Federation of American Scientists, 2022
Va però sottolineato che, finora, le armi nucleari hanno fatto finire una guerra mondiale, salvando milioni di vite umane e fermando i genocidi giapponesi in Asia (checche’ ne dicano i poco informati…). Inoltre, una lettura onesta e realistica della storia europea dopo il 1945 dovrebbe convincerci che, solo grazie alla deterrenza fornita dagli arsenali nucleari occidentali, siamo riusciti a evitare guerre e invasioni di carri armati e di truppe sovietiche.
Ma veniamo al tema di oggi: le affermazioni, provenienti anche da fonti autorevoli, secondo cui l’IA potrebbe, in un prossimo futuro, distruggere l’umanità. Per esempio, Jacob Coxon – l’ex ricercatore di Anthropic, si è dimesso per avvertire che i migliori laboratori di IA stanno agendo in modo irresponsabile. Evan Hubinger, il responsabile della scienza dell’allineamento di Anthropic, ha dichiarato che c’è una probabilità del 10% di un’estinzione umana causata dall’IA entro i prossimi 10 anni. Un altro famoso esperto di Anthropic – Nate Soares – ha ribadito questo avvertimento.
Anche Bill Gates, senza parlare di fine del mondo, ha dichiarato che la rapida e incontrollata ascesa dell’intelligenza artificiale scatenerà uno dei periodi più turbolenti della storia umana, affermando senza mezzi termini che non esiste un piano per affrontare il massiccio sconvolgimento sociale che ci attende. Ricordiamo però che Bill Gates ha cavalcato la tigre dell’allarmismo climatico per decenni, per poi ricredersi recentemente con dichiarazioni razionali e saggie. Forse farà lo stesso con l’IA quando sarà per lui conveniente.
Ci sono molte reazioni contro questo nuovo allarmismo. Le reazioni coprono un ampio spettro politico. A destra troviamo il presidente Trump in prima linea, che liquida gli avvertimenti sui rischi esistenziali dell’intelligenza artificiale, definendoli una “bufala” e una “cospirazione malata”, e sostenendo che una futura supervisione governativa bloccherebbe l’innovazione americana e darebbe un vantaggio a concorrenti ostili come la Cina.
A sinistra invece, ci dicono che (1) esagerare le minacce di IA fa sembrare questo software magicamente potente, mantenendo a galla le bolle di investimento e impressionando Wall Street; (2) chiedere una rigorosa supervisione governativa permette alle grandi aziende tecnologiche di scrivere regole che escludono le startup più piccole e concorrenti; e (3) presentarsi come riluttanti custodi di un’apocalisse inarrestabile aiuta i dirigenti della grande industrial AI a evitare la responsabilità per futuri errori e denunce di utenti.
Inoltre, il fatto che molti allarmismi provengano proprio da Anthropic è fortemente sospetto, dal momento che questa ditta sta organizzando la sua offerta pubblica iniziale (IPO) a Novembre 2026. Anthropic sta cercando di raccogliere fino a 100 miliardi di dollari nell’IPO, che la valuterebbe a 2 trilioni di dollari. È giusto chiedersi se questi allarmismi di Anthropic facciano parte di una strategia parecchio ipocrita per autocelebrarsi come l’unica ditta di IA che promuove rigorosi quadri di sicurezza e esercita un intenso controllo sul potere aziendale, sulle pratiche, sui dati e sui contratti militari. Pecunia non olet.
Insomma, gli scettici sottolineano che il panico per catastrofi fantascientifiche distoglie l’attenzione dalle questioni verificabili e quotidiane. Queste includono (1) il pregiudizio di tanti utenti verso le decisioni degli algoritmi IA, specialmente quando constatano una forte influenza politica della Sinistra nelle risposte dell’IA a domande di storia e attualità; (2) il massiccio consumo energetico dei data center, che sono indispensabili per permettere all’IA di dare risposte esaurienti e veloci alle domande ricevute; (3) la vulnerabilità nella cybersicurezza; e (4) l’erosione degli standard educativi, specialmente nell’uso di IA da parte degli studenti per fare il lavoro di ricerca e scrivere compiti e tesi.
Quest’ultimo punto – lo standard educativo – è significativo. È da molti anni che esiste un mercato sotterraneo – di un miliardo di $ all’anno – che permette agli studenti universitari in Europa e negli Stati Uniti di pagare esperti nel terzo mondo (specialmente in Kenya) per svolgere parte del loro lavoro accademico. Per alcuni, scrivere saggi universitari come ghostwriter per studenti che non hanno il tempo o la voglia di scriverli può essere redditizio, soprattutto in paesi con un’alta disoccupazione tra i giovani laureati. Ebbene, ora l’IA sta rovinando questo mercato semi-legale offrendo strumenti informatici a basso costo che, in molti aspetti, possono sostituire il lavoro svolto dai ghostwriter africani.
Come al solito, ogni rivoluzione produce conseguenze inattese, sia positive sia negative.





