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Home Libri&LIBERI

L’Europa che amiamo, l’Europa che vogliamo. La Dichiarazione di Parigi

di Gennaro Malgieri
22 Febbraio 2026
in Libri&LIBERI
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L’Europa che amiamo, l’Europa che vogliamo. La Dichiarazione di Parigi
       

Ma l’Europa esiste ancora o è soltanto una “espressione geografica”? O meglio, si sta trasformando in  un agglomerato di nazioni che nulla hanno in comune e sembrano essersi adattate al ruolo di vassallaggio nel nuovo disordine mondiale che stanno realizzando Stati Uniti, Russia, Cina? A questi vanno aggiunti i nuovi arrivati, denominati BRICS, raggruppamento di economie emergenti fondato nel 2009 da India, Cina, Russia, Brasile ed al  quale da poco  hanno aderito Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran,  Indonesia e Sudafrica che non hanno intenzione di recitare un ruolo subalterno, ma intendono praticare una strategia particolarmente aggressiva sul piano politico ed economico potendo  contare  su rilevanti risorse naturali (come le cosiddette “terre rare”) ed il cui prodotto interno lordo è tutt’altro che insignificante e pesa non poco nel commercio mondiale in questo primo trentennio del nuovo Millennio.

Davanti a tale scenario, la Vecchia Europa sembra dedicarsi, come una attempata signora, a sferruzzare a maglia incapace di darsi un tono primario nell’ambito della politica internazionale. Brancola nel buio, schiacciata da ogni parte, sembra frastornata.  I vari “assi strategici” mutano con la velocità dei temporali d’inverno. Prima Stati che si abbracciano, poi gli stessi che mettono in mostra inimicizie e diffidenze: non fanno così, in particolare l’Italia, la Francia e la Germania? Altri devono difendersi dalle vere e proprie aggressioni esterne: la Danimarca dagli Usa in primo luogo; altri ancora si agitano nel cercare una collocazione adeguata come l’Ungheria, la Polonia ed i Paesi baltici dalla sudditanza psicologica russa e dal timore che ispira il famelico Vladimir Putin che vorrebbe essere un nuovo zar, mentre è solo un maestrino uscito dalle accademie comuniste e fattesi le ossa nei tetri meandri del KGB.

L’Europa, dunque, come soggetto unitario, coeso, ambizioso e non servile non esiste perché non ha una visione geopolitica e poche carte da giocare sullo scacchiere mondiale. Un’Europa, per di più, priva di una coscienza civile facile preda di tutte le crisi che la travolgono, non ultima la Groenlandia sulla quale non è stata capace di orchestrare una reazione comune e far sentire la sua voce: in ordine sparso ha rinunciato a schierarsi lasciando gli inuit in attesa del boccone che Donald Trump prima o poi ingoierà.

Rileggo un aureo libretto e mi si spezza il cuore: se avessimo avuto una leadership europea il nostro Continente non si troverebbe nelle condizioni descritte. È il testo che formulò, dopo un approfondito dibattito, un  gruppo di intellettuali conservatori europei a Parigi, riunito dal grande filosofo (e non solo) Roger Scruton (1944-2000) il 7 ottobre 2017. Un testo piccolo ma essenziale, lungimirante e seducente che ogni europeo dovrebbe leggere. Il titolo è “La Dichiarazione di Parigi”. Un’Europa in cui possiamo credere. In italiano è stato pubblicato da Italia storica edizioni di Andrea Lombardi (pp.56, € 9, www Italiastorica.com, 2025) e contiene i valori fondanti della civiltà europea e della sua sovranità.

L’incipit è chiaro. “L’Europa ci appartiene e noi apparteniamo all’Europa. Queste terre sono la nostra casa; non ne abbiamo altra. Le ragioni per cui l’Europa ci è cara superano la nostra capacità di spiegare o di giustificare la nostra lealtà verso di essa. Sono storie, speranze e affetti condivisi. Usanze consolidate, e momenti di pathos e di dolore. Esperienze entusiasmanti di riconciliazione e la promessa di un futuro condiviso. Scenari ed eventi comuni si caricano di significato speciale: per noi, ma non per altri. La casa è un luogo dove le cose sono familiari e dove veniamo riconosciuti per quanto  lontano abbiamo vagato. Questa è l’Europa vera, la nostra civiltà preziosa e insostituibile. L’Europa è la nostra casa”.

Se è così – e non potrebbe essere altrimenti – i leaders europei dovrebbero mostrare interesse, volontà e capacità di mettersi al lavoro per costruire la “vera Europa”, con il “sangue di tutte le genti”, avrebbe detto Pierre Drieu La Rochelle, al fine di recitare sul palcoscenico del mondo il ruolo che le compete per i motivi addotti nella “Dichiarazione di Parigi”.

Ma è possibile tutto ciò o è soltanto un’utopia? Di fronte alla qualità della classe dirigente europea propenderei per la seconda ipotesi, tuttavia la speranza è come sempre l’ultima a morire.

“L’Europa, in tutta la sua ricchezza e la sua grandezza, si legge ancora nell’ “Dichiarazione” , è minacciata da un falsa concezione di se stessa. “Questa Europa falsa immagina di essere la realizzazione della nostra civiltà, ma in verità sta requisendo la nostra casa. Si appella alle esagerazioni, alle distorsioni delle autentiche virtù dell’Europa, e resta cieca d fronte ai propri vizi. Smerciando con condiscendenza caricature a senso unico della nostra storia, questa Europa falsa nutre un pregiudizio invincibile contro il passato. I suoi fautori sono orfani per scelta e danno per scontato che essere orfani ‒ senza casa ‒sia una conquista nobile. In questo modo, l’Europa falsa incensa se stessa descrivendosi come l’anticipatrice di una comunità  universale che però non è né universale né una comunità”.

Insomma un falsa Europa ci minaccia e reca pregiudizio alle generazioni future che aspirerebbero giustamente a vivere in una terra, in una casa, in una comunità che sentono propria. Da qui la disfatta europea, ottant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. E neppure tanto pacificamente se si considera l’invasione terzomondista, islamista e di disperati assortiti ed il dilagare della violenza in ogni contrada del Continente.

Ma c’è un’altra Europa. È quella che non si rassegna a legittimare la “falsa Europa” fondata sullo statalismo, sull’ingegneria sociale, sull’indottrinamento culturale, sul pensiero unico, sulla cancel culture, sul blasfemo mondo woke. E per quanto non su rassegni è fragile e impotente, complici i ceti intellettuali e tecnocratici che l’influenzano.

Questa Europa vera “si aspetta e incoraggia la partecipazione attiva al progetto  di una vita politica e culturale comuni. Quello europeo è un ideale di solidarietà basato sull’assenso a un corpo di leggi che si applica a tutti, ma che è limitato nelle pretese. Questo assenso non ha sempre assunto la forma della democrazia rappresentativa. Ma le nostre tradizioni di lealtà civica riflettono un assenso  fondamentale alle nostre tradizioni politiche e culturali,quali che ne siano le forme. Nel passato, gli europei hanno combattuto per rendere i propri sistemi politici più aperti alla partecipazione popolare e di questa storia andiamo giustamente orgogliosi. Pur facendolo, talora con modi apertamente ribelli,hanno vigorosamente affermato che, malgrado le ingiustizie e le mancanze, le tradizioni dei popoli di questo continente sono le nostre. Questo zelo riformatore rende l’Europa un luogo alla costante ricerca di una giustizia sempre maggiore. Questo spirito di  progresso è nato dall’amore e dalla lealtà verso le nostre patrie”

Così dicevano e scrivevano nove anni fa, guidati da Roger Scruton, Philippe Bénéton,Rémi Brague, Chantal Delsol, Roman Joch, Lánczi András, Ryszard Legutko, Pierre Manent, Jeanne H. Matlary, Dalmacio N. Pavon, Robert Spaemann, Bart Jan Spruyt, Matthias Storme.

Oggi? Con le  idee di questi intellettuali la buona battaglia per un’Europa vera può essere combattuta.

Tags: EuropafilosofiaRoger ScrutonSovranità
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