Bologna, 1946: un ragazzo (del quale non è mai specificato il nome) che parla con i defunti, reduce dal manicomio, aspirante romanziere, mentre è dal barbiere offre delle indicazioni a un’infermiera dell’esercito USA: ne resta irrimediabilmente affascinato, e pur non pensando di poterla reincontrare si giura legato per sempre a lei. Si trasferisce nell’Iowa, dove per una macabra coincidenza incappa in un mistero che coinvolge proprio la bella americana.
Per la recensione del romanzo eponimo, strenna pubblicata da Solferino Libri per Halloween, si veda il nostro articolo “Pupi il terribile: compie 85 anni, gira un nuovo film e scrive un romanzo” (3 novembre 2023, in concomitanza col genetliaco – centrale in L’orto americano – di Avati); la nostra testimonianza dalle riprese del film è invece riportata in “Cronache dal set. Il patibolo ferrarese di Pupi Avati” (15 gennaio 2024).

Il bravissimo Filippo Scotti è protagonista dell’ennesimo episodio del Gotico Padano (sottogenere dell’horror inventato dallo stesso Pupi Avati), attorniato dalla consueta sfilata di volti avatiani (Chiara Caselli – Doris la pensionante; Massimo Bonetti e Romano Reggiani – il giudice istruttore di Ferrara e il pubblico ministero; Cesare S. Cremonini e Andrea Roncato – Ugo l’oste e il maresciallo dei carabinieri di Comacchio), e il ritorno di Rita Tushingham (la madre di Arianna e Barbara), caratterista inglese che in atmosfere affini a quelle avatiane si è già cimentata in Gran Bollito (Mauro Bolognini, 1977); nuovi arrivati sono, oltre a Scotti, il caratterista televisivo Roberto De Francesco e il teatrante svizzero Armando De Ceccon (i fratelli Emilio e Glauco Zagotto). Barbara (l’ausiliaria americana) è la fotomodella svedese Mildred Gustafsson; la voce fantasma è di Katie McGovern. Veterani di Pupi impegnati anche alla fotografia in bianco e nero (Cesare Bastelli) e al montaggio (Ivano Zuccon). Ampio ricorso, in omaggio allo stile “Hammer horror”, al theremin nella colonna sonora di Stefano Arnaldi e Pompeo Iacquone. Un’ora e tre quarti: solitamente Avati supera di poco l’ora e mezza (a volte nemmeno ci arriva).
Riprese cominciate tra Cinecittà e l’Emilia Romagna nell’autunno 2023 e terminate (nonostante un uragano) a Davenport, negli USA nel marzo ’24; il film è stato presentato alla Mostra di Venezia in settembre, con un’accoglienza entusiasta (grazie anche alla sostituzione del protagonista – Scotti al posto di Lodo Guenzi) ai fratelli Avati cui hanno fatto seguito recensioni per lo più negative. Quando invece, settimana scorsa, il film è stato distribuito nei cinema, lo hanno accompagnato pareri molto positivi.
Non c’è nulla di nuovo in L’orto americano: vi si ritrovano i tratti consueti dei romanzi e dei film di Pupi Avati – l’autobiografismo (il protagonista prima di dormire saluta le foto dei parenti defunti, come fa lo stesso Pupi; l’oroscopo del serial killer corrisponde con quello del regista), l’ambientazione negli scorci più tetri dell’Emilia e del Polesine, la storia d’amore impossibile e la vicenda di curiosità punita. Sin da La casa dalle finestre che ridono, i film dell’orrore del cineasta bolognese seguono il medesimo schema: un personaggio irregolare (dal seminarista rinnegato di L’arcano incantatore al dipendente ministeriale incapace di Il signor diavolo; dopo Lavia in Zeder, Scotti interpreta il secondo scrittore che nessuno intende pubblicare), spesso con un passato torbido e a volte affetto da patologie psichiche (il personaggio di Scotti è un alter ego di quello di Laura Morante in Il nascondiglio – anch’esso ambientato a Davenport), incappa suo malgrado (ma nemmeno tanto) in un mistero e si intestardisce nel risolverlo, a costo di rischiare la ghirba. Il protagonista che, ferito (come in L’arcano incantatore, a badilate), scappa da un cascinale e cerca rifugio nella caserma dei carabinieri in una Comacchio silenziosa è ripreso pari pari da La casa dalle finestre che ridono, al quale si richiama anche lo spaventosissimo finale aperto.

Non c’è nulla di nuovo, L’orto americano è l’ennesimo film del Gotico Padano, con la stessa trama e le stesse atmosfere e le stesse facce, e va bene così. Dopo Il signor diavolo (2019), quasi degno di La casa dalle finestre che ridono, Avati aveva inanellato: uno dei sui drammi migliori, Lei mi parla ancora (2021, il suo unico film – su 44 considerando solo le regie per il grande schermo – da un soggetto altrui); il tonfo, nonostante i proclami trionfalistici (tanto tuonò che alla fine… non piovve), di Dante (2022) e l’ennesima autobiografia agrodolce (La quattordicesima domenica del tempo ordinario, 2023). Se si guardano insieme i film di questo lustro, ci si rende conto che Avati ha fatto l’unico passo falso quando ha fatto qualcosa per lui nuovo (la biografia sui generis del Sommo poeta): può sembrare paradossale, ma la ripetitività gli giova. Avati è l’anti-Bowie: la geniale rockstar britannica non poteva fare due dischi simili tra loro, l’ex jazzista convertito al cinema varia più volte gli stessi temi. Il film L’orto americano registra un netto miglioramento rispetto al romanzo (dove l’inquietudine era schiacciata dall’esibizione morbosa – consueta all’Avati romanziere – del malessere dei personaggi, e lo spavento finale giungeva soltanto dopo attorcigliamenti e buchi narrativi); seppur in tono minore rispetto a Il signor diavolo (uno dei migliori horror del cinema italiano), si colloca nella parte alta della filmografia del regista felsineo.
Non mancano i momenti deboli (così come nel romanzo, la dinamica del rapporto fra Arianna, Barbara e Mr. Green non regge; il sogno del barattolo è tanto raccapricciante quanto di cattivo gusto; i dialoghi fra il protagonista e la pensionante sono sconclusionati; Avati, che con molta intelligenza prima di scrivere qualcosa consulta specialisti del settore – medici, storici, giuristi – è sicuro che negli anni ’40 gli internati nei manicomi fossero trattati con tanta simpatia?), ma il risultato finale è di qualità: L’orto americano è un film inquietante e avvincente, nonostante segua i consueti schemi si riserva una certa originalità (l’incontro con l’ausiliaria americana; nella sua forzata assurdità, la coincidenza per cui il protagonista finisce oltreoceano proprio vicino alla di lei madre è un gran colpo di teatro); anzi, proprio perché si mantiene entro “le solite cose” mantiene una cifra personale e stilistica alla quale si finisce per guardare con affetto.






