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Home Libri&LIBERI

“Marocchinate”, ovvero le nefandezze dei “liberatori”. La storia di Olimpia e di tante altre donne

di Fabio Andriola
12 Agosto 2025
in Libri&LIBERI
2
“Marocchinate”, ovvero le nefandezze dei “liberatori”. La storia di Olimpia e di tante altre donne
       

A fine luglio il consiglio comunale di Portoferraio, il comune più grande dell’Isola d’Elba, ha votato all’unanimità la concessione, il prossimo 16 settembre, della medaglia d’oro della città alla memoria di Olimpia Mibelli Ferrini, una donna morta nel 1985 a soli 62 anni. All’Elba tutti conoscevano Olimpia (che forse avrà presto anche una strada a lei dedicata) ma oltre l’isola la sua fama ha iniziato a diffondersi da pochi mesi, da quando cioè c’è stata un’accelerazione della politica locale per dare ad Olimpia quello che è di Olimpia. Almeno quello che è ancora possibile darle visto che di lei non c’è neanche più una tomba: evidentemente scaduti i termini di rinnovo, la sua salma è infatti finita in una fossa comune. Una vita, quella di Olimpia, difficile dall’inizio alla fine anche se vissuta con cipiglio e orgoglio, doti che le son tornate utili anche prima e dopo quei giorni di metà giugno 1944 quando, a modo suo, ha fatto un passo dentro la Storia. Come l’ha fatto quel passo? «Si offrì a una banda di soldati che stavano per violentare alcune ragazzine, salvandole dallo stupro – racconta Elisa Messina sul Corriere fiorentino, edizione toscana del Corriere della Sera – Un sacrificio enorme, che avrebbe potuto portarla alla morte visto che il bilancio di quella due giorni di delitti, violenze e razzie – compiute da soldataglie a cui era stato concesso un «diritto di preda» dopo lo sbarco – conta diversi morti ammazzati e almeno 200 stupri accertati. Ma il gesto di Olimpia, la scelta istintiva, immediata, di una ragazza libera, orfana, che viveva già da sola, è stato probabilmente giudicato troppo “sconveniente” per essere celebrato. Negli stessi documenti dell’epoca viene definita: “una ragazza di facili costumi”».

Una nomea, quella della ragazza, che rimane confinata alla dimensione locale fino a quando, il 17 giugno 1944 scatta l’ “Operazione Brassard” cioè lo sbarco sull’Isola d’Elba di un contingente di forze francesi al comando del generale Jean De Lattre de Tassigny comprendente anche truppe provenienti dal Senegal e dalle colonie del nord Africa. Da quel momento, e soprattutto dopo che dopo circa tre giorni i combattimenti terminarono con l’annientamento della guarnigione tedesca, iniziò il calvario della popolazione civile. Un calvario che ha lasciato un lungo ricordo visto che ancora nel 2013, l’amministrazione di Campo dell’Elba (un altro dei comuni dell’isola) annullò le previste celebrazioni per lo sbarco in considerazione del comportamento dei nuovi occupanti che, stando ad un rapporto dei carabinieri di quei giorni, si abbandonarono «a ogni sorta di eccessi, violentando, rapinando, derubando, depredando paesi e case coloniche».

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In un bel ritratto di Olimpia scritto per L’Enciclopedia delle Donne, Raimonda Lobina aggiunge alcuni dettagli sulla “fama” della ragazza, che all’epoca dei fatti aveva 21 anni: «Olimpia, secondo molte testimonianze, quando viene a sapere del comportamento dei soldati francesi, si fa avanti e si offre loro spontaneamente pur di salvare la vita, l’onore e la dignità di tantissime donne e facendo loro da scudo. A quei tempi Olimpia ha 21 anni ed è già molto conosciuta. Si dice che avesse detto “Ormai, uno più o uno meno, per me non è un problema, ma per loro sì”: in questo modo riuscì a salvare tante ragazze dalla violenza…». Elisa Messina aggiunge qualche dettaglio in più: «Olimpia attirò verso sé un manipolo di soldati che avevano già acciuffato alcune ragazzine. E non lo fece una volta sola. Forse due, forse tre volte. Non si è mai saputo con certezza. Quel che è certo è che quando la presero se ne servirono in tanti». Olimpia è sopravvissuta a tutto questo anche se, sembra, non le riuscì di salvare una delle sue sorelle che, nove mesi dopo, partorì un bambino dalla pelle decisamente scura…

Con i bombardamenti a tappeto sulle città e le foibe quello della violenza subita da migliaia di donne italiane durante la Seconda guerra mondiale è uno dei grandi tabù della memoria collettiva nazionale. E, dei tre, è quello che ancora fatica a farsi largo anche se non mancano le ricostruzioni storiche, qualche saggio documentato e addirittura un’associazione – l’ANVM, Ass. nazionale vittime delle “marocchinate” – che dal 2007 mira a far conoscere i contorni di un dramma sepolto spesso anche nelle memorie famigliari. Eppure, a differenza di altre tragedie quello delle violenze sessuali perpetrate per lo più dalle truppe coloniali francesi (ma ci sono vari casi attribuiti anche a reparti dell’esercito americano come ai cosacchi arruolati nell’esercito tedesco, stanziati in Friuli ma che si “distinsero” con le loro “mongolate” nel Pavese, nel Piacentino e nelle valli interne della Liguria) ha avuto una spinta mediatica potente. Del 1957 è uno dei più celebri romanzi di uno scrittore noto in tutto il mondo come Alberto Moravia e del 1960 è invece l’omonimo film di Vittorio De Sica con Sophia Loren che grazie al suo ruolo di protagonista vinse l’Oscar nel 1962 (oltre a vari altri premi come la Palma d’Oro a Cannes, il Golden Globe, il David di Donatello…). L’ immagine della Loren in lacrime dopo lo stupro della giovane figlia è diventata l’icona del dramma di un popolo anche se il film restituisce in minima parte il clima che travolse l’Italia, dalla Sicilia alla Toscana, tra il luglio 1943 e l’estate successiva.

Una mostra attualmente in corso a Londra presso l’Imperial War Museum è dedicata proprio alla violenza sessuale nelle guerre. Si intitola Unsilenced: sexual violence in conflict, spazia dalla Prima guerra mondiale ai giorni nostri ma non dedica neanche un pannello o una foto alle vicende che hanno travolto decine di migliaia di donne italiane, soprattutto tra il 1943 e il 1944. Conferma della tradizionale ignoranza-non curanza che affligge molta storiografia (soprattutto ma non solo) anglosassone quando si parla di cose italiane. Ma se la mostra fosse stata allestita a Parigi le cose non sarebbe andate meglio probabilmente, vista la storica resistenza transalpina ad ammettere i fatti o, nel migliore dei casi, accettarli nella loro esatta dimensione

Se all’Elba si trattava di truppe coloniali francesi reclutate soprattutto in Senegal, il grosso dei crimini passati alla storia come “marocchinate” sono imputabili, come facile intuire, a reparti dell’esercito francese formati da maghrebini inquadrati a loro volta nel Corp Expeditionnaire Français(CEF). Come si legge sul sito dell’ANVM, il CEF era «costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni. Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate (mitra Thompson cal. 45 mm e mitragliatrice Browning 12.7 mm) ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin, nato in Algeria che, da collaborazionista dei nazisti, era passato alle dipendenze di De Gaulle».

Questi reparti iniziarono a distinguersi, sia per il valore militare che per l’accanimento sulle popolazioni civili, fin dallo sbarco in Sicilia nel luglio 1943. Gli eccessi – saccheggi e stupri su donne di qualunque età ma anche bambini e uomini – iniziarono subito. A Capizzi, presso Messina, la reazione popolare portò all’uccisione di alcuni soldati. Episodi di vendetta che si ripeteranno anche nei mesi successivi ma certo non sufficienti a fermare le violenze di questi reparti che, va ricordato, avevano ufficiali (e spesso anche sottufficiali) francesi che furono conniventi se non complici perché parteciparono anche loro agli stupri. L’apice del fenomeno – se così vogliamo chiamarlo – si registrò come è noto in Ciociaria (dove era sfollato anche Moravia), a sud di Roma, nel maggio 1944. Sono documentati migliaia e migliaia di casi e già all’epoca le notizie dovevano essere abbastanza precise se il Vaticano intervenne presso gli alleati per impedire che le truppe coloniali francesi entrassero con inglesi e americani a Roma il 4 giugno 1944. IL CEF passò così oltre la Capitale ma solo per ripetersi poco più a nord: nel viterbese, nel grossetano, nel senese… I resoconti sono una infinita galleria degli orrori che non sfigurerebbe in un film di Tarantino: un flagello che risale lentamente il lato occidentale della penisola e non risparmia cose e case, bestiame e raccolti, gioielli e vestiti, donne e uomini: dai dati raccolti dall’ANVM i casi di violenza (quasi sempre plurima, anche con decine di soldati alla volta) spaziano dalle bambine di otto anni alle anziane di 85 anni, dalle suore alle portatrici di handicap, ma anche ragazzini e uomini. Padri, mariti, fratelli, figli magari intervenuti per cercare di difendere le proprie donne e picchiati, seviziati (molte le sodomizzazioni anche con pali e bastoni) e uccisi, in almeno un migliaio i casi, stando ai documenti.

Una violenza continuata e sistematica che dà la certezza di una “regia” dall’alto anche se sembra da annoverare tra le “fake news” il testo di un proclama del comandante del CEF, il generale Alphonse Juin, nel quale si dà campo libero ai coloniali africani per due giorni. Lo storico Pierluigi Romeo di Colloredo, firma di Storia In Rete, ha dimostrato in lungo articolo dedicato alle “marocchinate” (Storia In Rete n. 156, ottobre 2018) l’inconsistenza del documento pur sottolineando l’estrema gravità del dramma nel quale si è cercato di inserirlo. Insomma, una maldestra e posticcia riedizione dell’antico “diritto di saccheggio” che non sarebbe stato però mai concesso, almeno apertamente. Anche se è difficile immaginare che i comandanti davvero non sapessero cosa facevano d’abitudine i loro uomini. Un altro caso in cui un falso cerca di confermare e rafforzare una realtà già chiara ma non completamente definita. Un’apparente contraddizione che nasconde una dimensione spesso trascurata: sono molte le cause che hanno impedito un’indagine completa sui crimini di guerra delle truppe coloniali francesi in Italia, tra queste quelle di ordine culturale e psicologico non sono certo le ultime.

Essere violate da decine di uomini, di un’altra razza, davanti ai propri cari, in un contesto di violenza generalizzata e di assoluta incertezza sanitaria e sociale ha portato molte donne – e le loro famiglie – a nascondere il più possibile l’accaduto anche quando non era possibile celarlo del tutto. Non solo perché conosciuto e condiviso da tutti nei paesi travolti dalla tragedia (ad Esperia, ad esempio, nel frusinate, si registrarono stupri su 700 donne su una popolazione di 2.500 anime) ma anche perché le conseguenze si sono fatte presto sentire: gravi problemi psicologici ed emotivi, malattie veneree, lesioni e ferite difficili o impossibili da guarire. E poi le gravidanze: un problema di suo, ingigantito poi dal fatto che, vista l’epoca, gestirlo senza conseguenze sociali, in un contesto rurale, era una impresa praticamente impossibile. Il fatto che molti traumi si siano trascinati nel silenzio degli anni successivi ha avuto una conseguenza anche pratica perché molte richieste di indennizzo e molte denunce non vennero mai fatte, autorizzando così stime al ribasso, utili alla politica nel dopoguerra per smussare le polemiche post belliche e facilitare la normalizzazione e il rientro a pieno titolo dell’Italia nel consesso internazionale

Ad una piena consapevolezza del dramma delle marocchinate non contribuirono certo le autorità militari e politiche francesi. Di fronte ad una tragedia come abbiamo visto immane la risposta dei militari francesi fu la seguente: 207 militari a processo con 185 condanne per stupro; nel 55% dei casi sono state riconosciute delle “attenuanti” mentre c’è stata una sola condanna capitale perché la vittima era sicuramente morta; le assoluzioni sono state quindi poco più di una ventina. In alcuni rari casi i superiori dei “goumiers” intervennero tempestivamente e questo portò a 28 esecuzioni sommarie sul posto per i colpevoli colti in flagranza. Inoltre, i francesi riconobbero, a guerra finita, 1.488 risarcimenti ma non versarono un solo franco perché, in base a quanto disposto dal Trattato di Pace del 10 febbraio 1947, venne imposto all’Italia di pagare.

Il primo caso di una lunga serie visto che, in anni molto più recenti, ci siamo accomodati a pagare anche i risarcimenti per le stragi naziste poiché i tedeschi – prodighi e solerti con altre nazioni – si sono rifiutati di farlo. Nessun ufficiale francese, più o meno alto in grado, è stato mai chiamato a rispondere dell’accaduto. Il sito dell’esercito francese non fa alcun riferimento ai fatti mentre in genere i pochi storici transalpini che hanno sfiorato l’argomento hanno tentato di ridimensionare e negare tutto. Ad esempio Jean Christophe Notin, biografo del generale Juin e autore di un saggio sulla campagna d’Italia, ha dichiarato sfacciatamente che negli archivi francesi non si trovano tracce di stupri in Ciociaria. Fa eccezione il bel lavoro della storica Julie Le Gac che nel 2013 ha pubblicato Vaincre sans gloire (Belle Lettres, pp. 624) che ha documentato con precisione i crimini del CEF in Italia.

Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/

Tags: Isola d'ElbaOlimpia Mibelli FerriniSeconda guerra mondialestoria
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Commenti 2

  1. Francesco says:
    1 anno fa

    La vendetta per tutto questo deve ancora essere consumata ma presto o tardi arriverà. Che gli italiani si sveglino, il prima possibile, anche perché di casi di molestie, violenze e stupri, ad opera di immigrati, oggi, non ne mancano, purtroppo. Ci sono maghrebini che inneggiano alle “marocchinate” sui social.

    Rispondi
  2. Francesco says:
    1 anno fa

    “Tedescate” o “nazistate” in Ciociaria mi pare non ne risultino. A parte la difesa di Montecassino. Mi è capitato più volte, in zona, di sentire testimonianze tramandate a proposito dei soldati tedeschi a difesa della popolazione civile. Ma sai, vox populi. La storia vera la scrivono i buoni, cioè i vincitori.

    Rispondi

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