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Scuola italiana/ Arriva finalmente una buona riforma. Qualche idea per migliorarla

di Enrico Cipriani
28 Gennaio 2025
in Pòlis
0
Scuola italiana/ Arriva finalmente una buona riforma. Qualche idea per migliorarla
       

La riforma scolastica proposta dal ministro Valditara ha suscitato, come c’era da aspettarsi, polemiche e critiche hanno capziosamente voluto definire bollarla come anacronistica e nazionalista nel senso peggiore del termine. Non è la prima volta che il ministro Valditara viene attaccato, e anzi sin dalla sua nomina egli è stato colpito in ogni occasione possibile: definito da una certa stampa capziosa e da alcuni intellettuali schierati addirittura come un alfabeta incapace di scrivere un post, Valditara si è invece dimostrato un ministro deciso e capace di perseguire le sue idee anche a fronte di critiche continue, a fronte di manifestazioni che gli impedivano di esprimersi pubblicamente; e non solo: ha saputo perseguire non solo idee sporadiche e vaghe, come hanno fatto invece alcuni suoi predecessori, ma un vero e proprio programma, un programma incentrato sul tentativo di ridare alla scuola la dignità che le è propria, e di presentarla non più come un giardino d’infanzia dove regna l’anarchia ma invece come un luogo di formazione e di autodisciplina. Lo scopo generale della riforma è tentare di coniugare modernità con tradizione, cioè di mantenere un sistema formativo che guardi con attenzione al mondo del lavoro e alle competenze che esso richiede ma che al contempo ricuperi i valori fondanti della cultura italiana e occidentale.

Per giungere a tale scopo, la proposta del ministro vede un ritorno dell’insegnamento del latino alla scuola media (insegnamento di cui la famiglia dello studente può o meno decidere di usufruire), un maggior focus sull’epica non solo classica ma anche medioevale e contemporanea, e la lettura della Bibbia in classe. Tutte e tre queste decisioni sono state duramente criticate, specialmente dal mondo della sinistra. Le critiche sono facilmente intuibili: il latino alle medie è anacronistico, la Bibbia obbligatoria è una forma di imposizione ideologica che non rispetta le differenze culturali e così via. Critiche, come detto sopra, capziose e pretestuose, che non colgono la ratio della decisione di Valditara. Le tre proposte summenzionate sono infatti all’insegna dell’integrazione (reale) e dell’istruzione libera. Consideriamole singolarmente.

Chi sostiene che l’insegnamento della Bibbia sia un’imposizione culturale dimostra tutta la sua ignoranza. La Bibbia, infatti, è un testo fondante della cultura giudaico-cristiana, è un testo che permea tutta la conoscenza umana dell’Occidente ma che è estremamente rilevante anche nell’oriente, come sa chiunque conosca, anche superficialmente, la religione musulmana. La Bibbia rappresenta l’inizio di un percorso culturale-religioso che continua sino ad oggi: vederla come separata dal Corano, o vedere l’Antico Testamento come separato dal Nuovo, o ancora concepirla come qualcosa di diverso dalla filosofia occidentale significa ragionare per compartimenti stagni, ignorando l’intrinseca interdisciplinarità che caratterizza la conoscenza, quando questa supera i banali confini dell’elementare. Dalla conoscenza della Bibbia trae giovamento chiunque: l’islamico come l’ebreo come il cristiano come l’ateo, lo studioso di filosofia come quello di letteratura. E non solo. La lettura e la spiegazione dei testi sacri in classe può consentire di uscire da una visione dogmatica, rigida, mnemonica della Bibbia, una visione che si acquisisce solitamente nell’infanzia. È da notare, infatti, che buona parte delle persone, anche di coloro che frequentano le parrocchie, non ha mai analizzato i Testi Sacri, non si è mai posta in una prospettiva storico-comparativa nei confronti dei medesimi: la conoscenza della Bibbia si limita alle lezioncine impartite a catechismo, e lì si ferma; in tal modo, il contenuto della Bibbia viene banalizzato, ridotto a episodi da fumetti, e non se ne coglie, invece, la profondità filosofica, cosa che invece è possibile se la si analizza in modo più sistematico. Da ciò segue che lo studio (critico) della Bibbia non va affatto, come sostiene qualcuno, ad alimentare fanatismi religiosi, i quali spesso derivano da una lettura dogmatica e acritica, ma piuttosto va a incentivare un approccio critico-razionale al testo biblico, che consente di approcciarsi alla religione (anzi, alle religioni) in una prospettiva più ampia, trovando punti di contatto; come si diceva, una decisione all’insegna dell’integrazione culturale.

Che poi la lettura della Bibbia possa consentire un recupero di una cultura, quella occidentale e cristiana, che rischia di essere persa fra ideologie varie (woke, cancel culture in primis) e scristianizzazione acritica, è un dato di fatto. E non è affatto un male. La società occidentale è infatti, anche in questi tempi di relativismo, profondamente cristiana, tuttora. Un esempio? Permangono, nel mondo occidentale, il concetto cristiano di giustizia, di equità, di carità, le istituzioni sociali cristiane, come il matrimonio (e infatti è paradossale che coloro che criticano il Cristianesimo per la sua posizione sull’omosessualità vogliano al contempo il matrimonio omosessuale) e la famiglia; le costituzioni europee sono state scritte seguendo un approccio cristiano-illuminista; le filosofie occidentali hanno sempre tenuto conto del Cristianesimo; e così via. Per capire il mondo che ci circonda – e questo vale per sia per gli autoctoni che per gli immigrati – dobbiamo capire la storia di quel mondo, poiché l’identità corrisponde alla storia (e cioè vale tanto per gli uomini quanto per le nazioni).

Stesse considerazioni valgono nel caso dell’epica, e in particolare del focus che il ministro vuole porre sull’epica medioevale oltre che classica. L’epica medioevale, improntata sui valori cristiani e occidentali, suscita emozioni e veicola contenuti che sono molto più vicini alla sensibilità del lettore moderno, come appunto dimostra il successo del fantasy medioevale, che non a caso il ministro vuole introdurre nei percorsi scolastici (Tolkien, Lewis, Riordan, ecc.), di quanto non faccia l’epica classica. In poche parole, l’Odissea è molto più distante, in tutti i sensi, da noi, di quanto non lo sia il Beowulf o la Chanson de Roland; anzi, è da notare che l’epica classica, che pure continua a restare centrale nella formazione scolastica, talvolta esalta valori che sono addirittura in contrasto con il sistema valoriale occidentale, specialmente per quanto attiene alle pratiche sessuali (come non pensare al ratto delle Sabine, uno stupro di gruppo, tanto per fare un esempio?): perché dovrebbe essere arcaico, tradizionalista, oscurantista, e chi più ne ha più ne metta, ridurre il peso di questa disciplina a favore della letteratura epica-medioevale (o concentrarsi, comunque, maggiormente sulla seconda)?

Come la lettura della Bibbia e la conoscenza dell’epica medioevale, così anche lo studio del latino, o almeno un suo “assaggio”, permettono di avere maggiore concezione della, di toccare con mano, si potrebbe dire, la base della cultura italiana. Certamente, un accenno di latino alle medie non permetterà di apprezzare la complessità di tale lingua, né di comprenderne il peso culturale. Nondimeno, poter approcciare il latino prima dell’iscrizione alla scuola superiore consentirà allo studente di scegliere con maggior giudizio, e lascerà un ricordo, comunque, in quegli studenti che sceglieranno altri percorsi, come avviene già, per esempio, per la letteratura, anche se in misura minore. Si pensi a uno studente che sceglie un istituto professionale.

Ovviamente, questo percorso formativo limita, di molto, la conoscenza teorico-teoretica a favore di una conoscenza pratica-applicativa; eppure, anche se in quantità limitata e con limiti evidenti, la scuola fa in modo che il summenzionato studente abbia un’infarinatura di letteratura e storia, discipline fondamentali la cui portata è trasversale, e che hanno un forte impatto sul piano umano; perché così non dovrebbe essere anche per il latino? Perché uno studente che, per scelta o necessità, vuole apprendere un mestiere, non deve avere il diritto di conoscere, anche se solo superficialmente, la lingua dei suoi antenati, la lingua della filosofia e della letteratura dei secoli passati? Lungi dall’essere una decisione elitaria o anacronistica, quella di introdurre il latino alle medie è anzi una decisione molto democratica, tutt’altro che classista; lo stesso, sia detto per inciso in questa sede, andrebbe fatto per la filosofia (non si capisce, infatti, perché l’educazione fisica sia obbligatoria in tutte le scuole, mentre la filosofia no, considerando la portata immensa di questa disciplina).

Il desiderio di cambiamento del ministro Valditara non si ferma qui. Conscio del fatto che è necessaria una presa di coscienza culturale, cioè che gli italiani debbono ricominciare a comprendere cosa significa essere italiani, la proposta avanzata dal ministro è che vi sia un focus particolare sulla storia italiana: conoscere la storia del Paese significa infatti comprendere le radici giuridiche, economiche e culturali del medesimo. Una decisione, questa, che si rende ancor più necessaria in uno Stato giovane come l’Italia, uno Stato che, al contrario di altri Paesi come la Gran Bretagna o la Francia, non è passato da lunghi secoli di monarchia nazionale, che ha costruito la propria identità assemblando l’identità di regioni culturali e politiche fra loro diverse, sotto l’egemonia prima della Casa Savoia e poi della Repubblica italiana; uno Stato complesso, articolato, ricco di sfumature, che non può essere compreso se non se ne conosce il percorso. A chi obietta che concentrarsi sulla storia italiana è una scelta miope, andrebbe ricordato che per comprendere la storia d’Europa è necessario prima comprendere la storia d’Italia; e per poter effettuare comparazioni storiche, è necessario prima conoscenza la storia delle realtà che si vogliono comparare. Insomma, prima si impara a camminare, poi a correre; sinora, si è fatto il contrario. Inoltre, far conoscere la storia italiana a chi arriva in Italia da altre realtà culturali – e in special modo a coloro che provengono da fuori Europa – è una strategia per favorire la loro reale integrazione nel contesto culturale italiano, poiché costoro possono imparare il linguaggio condiviso nella realtà italiana. Non è esattamente questo che si fa, quando, per esempio, si è ospiti da qualcuno, o si visita un Paese straniero? Non si cerca di comprenderne gli usi, i costumi, le abitudini, per poter meglio dialogare?

È evidente – per toccare un altro punto che è stato molto contestato – che la conoscenza della lingua è fondamentale per raggiungere tutti gli obiettivi sopra menzionati: come può un alunno che non parla una parola di italiano seguire le lezioni? Inserire un alunno in tale condizione in aule dedicate che gli consentano di recuperare in tempi consoni il suo gap linguistico non è una misura restrittiva, è anzi un vantaggio per il medesimo.

Anche sul piano della disciplina, intesa come comportamento nell’ambiente scolastico, la riforma Valditara porta alcuni cambiamenti positivi, che vanno, come d’altronde il ministro stesso ha affermato, nella direzione di una rivalutazione dell’ambiente scolastico e della dignità professionale dei docenti. Infatti, la norma prevede la bocciatura se la valutazione del comportamento risulta insufficiente, e il debito scolastico in educazione civica qualora, invece, risulti soltanto sufficiente. E non solo: se lo studente viene sospeso per uno o due giorni, egli deve impegnarsi in attività di riflessione e studio su temi stabiliti dai docenti; qualora, invece, la sospensione sia più lunga, lo studente, anziché, come prima avveniva, essere libero di non frequentare la scuola, dovrà impegnarsi in lavori socialmente utili presso strutture convenzionate.

Un’opzione, quest’ultima, che, per essere attuabile, deve prevedere le opportune coperture assicurative, e che in ogni caso potrebbe generare difficoltà anche significative: quale struttura, senza un opportuno incentivo economico, si proporrà di accogliere un minore (che in quanto tale deve essere seguito a vista), specialmente se un minore con difficoltà comportamentali? E come reagiranno le famiglie, se, per esempio, la struttura individuata si trova a una certa distanza dalla scuola? Si pensi a famiglie in condizioni di povertà, prive dell’automobile? Se una famiglia di questo tipo si dicesse indisponibile ad accompagnare il figlio minorenne (un figlio di undici anni, per esempio, e dunque non autorizzato a muoversi da solo coi mezzi pubblici), chi deve provvedere? La struttura stessa, o la scuola? E, inoltre, se sono previsti incentivi per le strutture che accolgono, di quali incentivi si tratta? Incentivi economici?

Se così fosse, il costo della sospensione potrebbe diventare significativo; non sarebbe piuttosto più opportuno far svolgere attività di cittadinanza solidale allo studente sospeso all’interno della struttura scolastica (per esempio, potrebbe affiancare il personale ATA nella pulizia dei bagni, nelle attività di organizzazione delle aule, ecc.) prevedendo nel periodo di attività una copertura assicurativa supplementare? Dettagli tecnici, certamente, ma che rischiano, se non affrontati in modo chiaro e inequivocabile, di indurre i docenti a non sospendere oltre i due giorni per evitare difficoltà che potrebbero ricadere sulla scuola.

Il regolamento appena menzionato va nella giusta direzione, ed è certamente un tentativo di ridare alla scuola la dignità che nel corso degli ultimi decenni ha perduto, al punto che oggi essa viene percepita, talvolta, più come un esercizio commerciale che come un luogo di formazione. Ciò che si può contestare alla proposta, quindi, non è di essere troppo severa, ma semmai di esserlo troppo poco; si poteva, forse, osare un po’ di più, specialmente se si considera il tema sicurezza. Infatti, ad oggi la categoria degli insegnanti è quella che subisce più aggressioni dopo la categoria dei medici (aggressioni anche molto violente); i medici sono opportunamente tutelati grazie alla presenza di personale qualificato (guardie giurate, agenti delle forze dell’ordine) nelle strutture; perché ciò non dovrebbe avvenire anche nelle scuole? Vi sono istituti scolastici che operano in realtà (si pensi alle periferie delle grandi città, si pensi ai contesti di povertà educativa e sociale) che comportano dei rischi concreti e quotidiani significativi per i docenti. Per quale motivo non si può prevedere una figura specializzata nelle scuole, una figura che, in caso di aggressione, possa agire in difesa dell’aggredito? Si è già fatto un passo avanti inasprendo le pene contro chi aggredisce gli insegnanti; ora si dovrebbe agire per prevenire concretamente tali episodi.

Il tema della presenza di figure esterne che operino nel contesto scolastico a supporto dell’attività dei docenti si pone anche quando si considera il (delicato) tema della disabilità. Vi sono infatti casi nei quali la disabilità di uno studente è così grave da richiedere l’intervento di figure specializzate, che possano venire incontro alle sue esigenze e che possano, come purtroppo talora accade, svolgere attività di contenzione nel caso di atti violenti dovuti alla disabilità specifica. Si pensi a un alunno la cui disabilità comporta aggressioni e assenza di controllo dell’ira. Come si può pensare che, in un caso simile, il docente o l’addetto personale ATA possano contenere tale alunno in modo opportuno, senza essere opportunamente formati? Una figura formata, invece, che sappia come agire in determinate circostanze (per esempio, fermando l’alunno senza fargli del male e senza farsene), che sappia eventualmente quali misure di emergenze prendere (per esempio, nel caso in cui l’alunno si ferisca), garantirebbe una gestione professionale e mirata di questi episodi, episodi che forse possono sembrare immaginari ma che sono invece pane quasi quotidiano per coloro che operano nel mondo scolastico.

Altra questione legata alla disabilità è la presenza in classe dell’alunno disabile. Da decenni si ritiene infatti che l’integrazione passi dall’inserire indiscriminatamente un alunno disabile, quale che sia la gravità della sua disabilità, in classe. Ora, sebbene non si debba escludere né isolare, è necessario comunque considerare la forma di disabilità. Si pensi a un alunno non autosufficiente, incontinente, che assume comportamenti incontrollati, che non ha un senso dell’igiene ecc. (insomma, un alunno con una disabilità molto grave): inserire questo alunno in una classe, magari una classe di ragazzi molto giovani, è davvero un modo per favorire la sua integrazione, è davvero dignitoso nei suoi confronti, e nei confronti dei compagni?

Queste sono domande da porsi in modo molto serio. Come si sentirà quell’alunno a vedersi inserito in un contesto nel quale mancano gli spazi e gli strumenti adeguati per lui? Come si sentirà la famiglia? E, non ultimo, come si sentiranno gli altri alunni? Sì, perché, se è vero che l’accettazione passa dalla conoscenza, è anche vero che la conoscenza deve essere graduale, procedere per tappe. La disabilità, pur da non condannare, può suscitare, in un bambino che non sia psicologicamente pronto, sentimenti controversi o anche sofferenza, così come la malattia, la morte, il dolore, la sessualità; e allora, perché vi è, giustamente, molta attenzione nel far conoscere ai giovani determinati aspetti (per esempio, gli aspetti legati alla morte o alla sessualità appunto) in modo graduale, e invece la disabilità viene mostrata spudoratamente, senza tenere conto dell’età e della sensibilità, a qualsiasi alunno di qualsiasi età della scuola italiana? È davvero propedeutico, questo, per la crescita degli alunni, oppure è una violenza psicologica che rischia, addirittura, di causare nei discenti, nei confronti della disabilità, sentimenti di rifiuto e odio? Non sarebbe più opportuno inserire il bambino gravemente disabile in classe in modo graduale, e prevedere per lui dei luoghi, interni alla scuola ovviamente, dedicati, nei quali possa apprendere o comunque interagire con maggiore comodità, nel quale vengano svolte attività specifiche per lui?

Finora, la censura in nome del politicamente corretto e della inclusione a tutti i costi (anzi, inclusione disorganizzata) ha impedito di porre queste domande; ora, invece, si spera che il clima culturale sia cambiato, e che il legislatore non solo rifletta su questo tema, ma agisca in modo oculato per porre fine a una difficoltà effettiva che, anche se non esplicitata (per paura, appunto, dell’etichettatura morale), è percepita da molti.

Tags: Ministero dell'Istruzionescuola italiana
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