Chiagni e fotti è l’antica strategia da sempre attuata da chi è interessato a una captatio benevolentie pelosa che spesso serve a nascondere altri aspetti. Quasi da manuale il caso delle mogli infedeli, che si atteggiano a vittime dei consorti (e non solo) salvo poi ricoprirli di corna persino più folte dei capelli che recano in capo.
Emblematica, comunque, anche la recente vicenda del cronista Adriano Cappellari che ha confessato di aver inscenato un attentato incendiario con tanto di false minacce a Enego, in provincia di Vicenza, ed ora è indagato per simulazione di reato e calunnia ed ha ammesso in lacrime le proprie responsabilità alla Procura.
Del resto subire un attentato, vero o finto, reca con sé molti vantaggi, oltre alla notorietà che ne consegue e relativi benefici economici, si può ottenere una sorveglianza gratuita per sé e i propri averi senza averne diritto.
Quanti cittadini dei quartieri in mano alla criminalità nelle città italiane implorano l’intervento di una pattuglia della polizia ma si sentono rispondere, invece, che non è disponibile magari perché gli agenti sono impegnati spesso in servizi non necessari.
Un altro effetto dell’incremento di notorietà che reca un attentato o una presunta minaccia è l’improvvisa beatificazione di chi ne è bersaglio, col relativo affannarsi della politica ad ‘appropriarsi’ del personaggio.
E’ accaduto più volte in passato, pensiamo alla glorificazione di Roberto Saviano e del suo romanzo Gomorra, per il quale è stato denunciato per plagio dai reali autori per aver riprodotto interi passaggi dalle cronache di giornali locali che parlavano di camorra, risolta pilatescamente dalla Cassazione con una condanna per lui ad un risarcimento per 10 mila euro per la semplice violazione di ‘omessa attribuzione bibliografica’.
Praticamente aveva copiato intere parti ma non aveva indicato da chi.
Il finto attentato di cui si parla di più oggi, tuttavia, è quello a Sigfrido Ranucci, cavallo di razza (sic) della scuderia di Elly Schlein, cui il suo antico amico Valter Lavitola (ora agli arresti) ha confessato ai giudici di aver ‘confezionato’ un attentato per ‘accrescerne la popolarità’ e ‘favorirne l’ascesa politica’.
Naturalmente, manca per ora la prova che sia trattato di un ‘favore’ disinteressato di Lavitola e del coinvolgimento diretto di Ranucci nella progettazione e in questo senso esistono solo illazioni.
Lo strepitio dei suoi sodali politici, tuttavia, lascia aperta l’ipotesi che si stia cercando di ostacolare le indagini nei confronti della combriccola di Lavitola, una nuova ‘banda degli onesti’ che ricorda quella di Totò ma capace comunque di attuare un piano criminoso con tanto ordigni confezionati con esplosivo da cava, e fuga all’estero di uno dei responsabili.
Staremo a vedere cosa ci riserveranno le cronache giudiziarie, per ora tra i tanti dubbi un’unica certezza: l’operazione di immagine che con la gelatina da cava doveva fare esplodere la carriera politica di Ranucci ne ha fatto deflagrare la credibilità.
Anche la levata di scudi in sua difesa pare ormai solo la classica excusatio non petita, che risulta però – come sempre – una accusatio manifesta.





