Ci hanno raccontato per anni che il mercato avrebbe liberato l’uomo. Meno Stato. Meno regole. Meno vincoli. Più concorrenza. Più iniziativa privata. Più libertà.
Una parte di questa promessa era fondata. Il mercato, quando funziona dentro regole chiare, può creare ricchezza, innovazione e opportunità. L’iniziativa individuale non è un problema da correggere: è una delle forze che fanno avanzare una società. Il problema nasce quando il mercato smette di essere uno strumento e pretende di diventare il criterio di ogni cosa. È questo il passaggio dal neoliberismo all’ultraliberalismo. E le conseguenze non sono soltanto economiche. Sono sociali. Sono politiche. Sono culturali.
Sono, in ultima analisi, conseguenze che riguardano l’idea stessa di uomo e di comunità.
Quando lo Stato diventa il nemico
Nel modello neoliberista lo Stato veniva ridimensionato, ma non cancellato. Doveva garantire le regole del gioco, intervenire nelle crisi, assicurare alcune forme di protezione sociale.
Nella versione più radicale dell’ultraliberalismo, invece, lo Stato viene sempre più rappresentato come un ostacolo.
Tasse troppo alte? Ridurle.
Regole troppo severe? Eliminarle.
Servizi pubblici costosi? Privatizzarli.
Protezione del lavoro? Flessibilizzarla.
Spesa sociale? Tagliarla.
Il principio diventa apparentemente semplice: ciò che può essere affidato al mercato deve essere affidato al mercato. Ma la domanda decisiva è un’altra: chi protegge il cittadino quando il mercato fallisce? Perché il mercato può fallire. E quando fallisce, non fallisce allo stesso modo per tutti.
Chi possiede capitale può assorbire una crisi.
Chi vive del proprio stipendio spesso no.
Chi possiede una casa può affrontare un aumento dei costi.
Chi vive in affitto può essere costretto a scegliere tra abitazione, consumi essenziali e risparmio.
Chi può pagare una prestazione sanitaria privata può ridurre i tempi di attesa.
Chi non può permettersela deve affidarsi interamente al sistema pubblico.
La libertà economica, dunque, non produce automaticamente libertà sociale.
La favola dell’individuo autosufficiente
Uno dei miti più potenti dell’ultraliberalismo è quello dell’individuo completamente autosufficiente.
Ognuno è responsabile del proprio successo.
Ognuno deve investire su se stesso.
Ognuno deve essere competitivo.
Ognuno deve adattarsi.
Ognuno deve reinventarsi.
Ma una società non è composta da individui isolati. L’uomo nasce, cresce e vive dentro relazioni: famiglia, comunità, territorio, nazione. Nessuno costruisce il proprio destino completamente da solo. Un bambino dipende dalla famiglia. Un anziano dipende spesso dalle generazioni successive. Un lavoratore dipende dalle condizioni economiche del territorio nel quale vive. Un’impresa dipende dalle infrastrutture, dalla formazione, dalla sicurezza e dalla stabilità garantite dalle istituzioni. La pretesa di trasformare ogni problema sociale in una responsabilità individuale nasconde dunque una contraddizione: si chiede all’individuo di essere sempre più autonomo mentre si indeboliscono proprio quelle strutture sociali che gli permettono di esserlo.
La libertà di chi può permettersela
È qui che la disuguaglianza diventa qualcosa di più della semplice differenza di reddito. Diventa differenza di libertà. Due cittadini possono avere gli stessi diritti sulla carta, ma possibilità completamente diverse nella realtà.
Uno può scegliere dove vivere.
L’altro deve accettare ciò che può permettersi.
Uno può scegliere una scuola o un’università.
L’altro deve accontentarsi delle alternative disponibili.
Uno può curarsi rapidamente.
L’altro deve attendere.
Uno può rifiutare un lavoro sottopagato.
L’altro deve accettarlo perché non ha risparmi.
Formalmente sono entrambi liberi.
Concretamente, però, la loro libertà non ha lo stesso valore.
Questo è il grande paradosso dell’ultraliberalismo: più proclama l’uguaglianza delle opportunità, più rischia di rendere decisive le condizioni economiche di partenza.
Il lavoro senza futuro
La questione diventa ancora più drammatica quando riguarda il lavoro. Una società non può chiedere ai propri giovani soltanto di essere flessibili. Deve permettere loro di costruire un futuro. Un contratto stabile non è semplicemente un documento amministrativo. Significa poter prendere decisioni: comprare una casa, avere figli, accendere un mutuo, progettare il futuro. Se invece il lavoro diventa una successione infinita di contratti brevi, incarichi temporanei e prestazioni occasionali, la precarietà smette di essere una condizione economica e diventa una condizione esistenziale. E una generazione che non riesce a immaginare il proprio domani difficilmente potrà costruire il domani della nazione.
Il mercato contro la comunità
La conseguenza più grave, tuttavia, potrebbe essere un’altra. L’ultraliberalismo rischia di erodere il concetto stesso di comunità.
Se ogni individuo viene incoraggiato a considerare l’altro soprattutto come un concorrente, il legame sociale si indebolisce.
Se ogni rapporto viene valutato sulla base dell’utilità, la solidarietà diventa inefficiente.
Se ogni servizio deve produrre profitto, ciò che non produce profitto viene considerato inutile.
Ma una nazione non può vivere soltanto di ciò che è redditizio.
Una famiglia non è redditizia.
Un anziano non è redditizio.
Un bambino non è redditizio.
Un ospedale che cura chi non può pagare non è necessariamente redditizio.
Una scuola che recupera un ragazzo in difficoltà non è necessariamente redditizia.
Eppure sono proprio queste realtà a definire il grado di civiltà di una società.
La destra non deve avere paura della parola “sociale”
È arrivato il momento che la destra affronti senza complessi questa questione.
Difendere la proprietà privata non significa difendere ogni forma di speculazione.
Difendere l’impresa non significa accettare qualsiasi precarizzazione.
Difendere la libertà economica non significa lasciare il cittadino solo davanti ai poteri economici.
Difendere la concorrenza non significa consegnare i servizi essenziali alla logica del profitto.
Una destra autenticamente comunitaria deve avere il coraggio di dire che la libertà senza responsabilità diventa arbitrio e il mercato senza limiti può diventare dominio.
Lo Stato non deve occupare ogni spazio. Ma non può neppure abbandonare quelli che contano. Deve essere forte dove serve: nella sicurezza, nella giustizia, nella difesa dell’interesse nazionale, nella tutela dei servizi fondamentali, nella protezione del lavoro e nella garanzia di condizioni minime di dignità. Non uno Stato padrone. Uno Stato garante.
Prima l’uomo, poi il mercato
La questione, alla fine, è semplice. Non siamo chiamati a scegliere tra capitalismo e socialismo. Non è questo il problema del nostro tempo. La vera scelta è tra un’economia che rimane strumento della comunità e un’economia che pretende di diventare padrona della comunità. Il mercato deve produrre ricchezza. La politica deve stabilire come quella ricchezza contribuisce al bene comune.
L’impresa deve essere libera.
Il lavoratore deve essere tutelato.
La proprietà deve essere difesa.
La famiglia deve essere sostenuta.
I servizi essenziali devono rimanere accessibili.
La nazione deve conservare la capacità di decidere.
Questa non è una guerra contro il mercato. È una guerra contro l’idea del mercato assoluto. Perché quando il mercato diventa la misura di tutto, ciò che non ha prezzo finisce per non avere valore. E una società che non riconosce più il valore della famiglia, della solidarietà, del lavoro, della comunità e della patria può essere ricca. Può essere efficiente. Può essere competitiva. Ma rischia di non sapere più perché esiste. Il mercato è uno strumento.La comunità è il fine. E l’uomo viene prima di entrambi.






Il neoliberismo ha concentrato troppa ricchezza nelle mani di pochi folli criminali e pervertiti (Epstein vedi)che si comprano governi di qualsiasi colore e costringono i più deboli ad accettare tutto dalle pandemie alla globalizzazione alle privatizzazioni e relativi cartelli all’immigrazione al degrado sociale e morale. Non solo siamo stati traditi ma siamo tutti in grave pericolo