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Home Appunti di viaggio

Visitando il Malta at War Museum. Tra memorie gloriose e ricordi imbarazzanti

di Massimo Weilbacher
18 Agosto 2025
in Appunti di viaggio
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Visitando il Malta at War Museum. Tra memorie gloriose e ricordi imbarazzanti
       

La banchina di Birgu, o Vittoriosa, oggi è una suggestiva ed affollata meta turistica nella quale una folla cosmopolita martellata da un sole implacabile si aggira tra barche di ogni tipo, attirate qui dalla tassazione benevola, e locali alla moda.
Nessuno nella variopinta massa dei turisti sospetta che proprio qui, a pochi metri dal tavolino dove sto sorseggiando una Cisk, la birra locale, si è compiuto uno degli avvenimenti più significativi e vergognosi della 2^ Guerra Mondiale.
La mattina dell’11 settembre 1943 sotto il Forte di Sant’Angelo, che domina questa parte del Grand Harbour di Malta, allora sede del comando navale britannico, l’ammiraglio Alberto Da Zara, in quel momento comandante della squadra navale italiana, tranquillo e sorridente, stringeva amichevolmente la mano al commodoro Royer Mylius Dick, capo di stato maggiore dell’ammiraglio Andrew Cunningham, al quale stava recapitando a domicilio l’intera flotta italiana eseguendo le umilianti disposizioni dell’Armistizio.
Guardando la fotografia che immortala quel momento nessuno direbbe che fino a tre giorni prima Da Zara e Dick erano (o per meglio dire avrebbero dovuto essere) nemici.
L’atteggiamento dell’ammiraglio italiano non è certo quello di un ufficiale che sta portando a termine un compito infame e mortificante in una delle situazioni peggiori, la resa senza condizioni, in cui possano trovarsi una nazione e le sue forze armate. 
Sembra piuttosto il cordiale incontro professionale tra due stimati colleghi o tra due vecchi amici che si ritrovano per una piacevole rimpatriata.
Invece qui, quel giorno, sotto lo sguardo incredulo degli equipaggi delle navi inglesi, la flotta più potente del Mediterraneo si era consegnata docilmente al nemico nell’illusione che lo spregiudicato passaggio da un campo all’altro, il porsi disinvoltamente al servizio del vecchio nemico dopo che erano definitivamente mutate le sorti della guerra, avrebbe fatto guadagnare chissà quali benemerenze presso i vincitori.
Osservando la rada, oggi occupata da enormi navi da crociera, non è difficile immaginarvi le grandi e temute corazzate italiane “definitivamente domate e oramai inoffensive” come racconta, incredulo, lo speaker del cinegiornale inglese di allora che gira in loop all’ingresso del Malta at War Museum.
Per una strana combinazione della storia, però, il Grand Harbour della Valletta riunisce in poche centinaia di metri i due estremi opposti della controversa guerra della Regia Marina.
Bastano pochi passi, quelli necessari a raggiungere il lato di Birgu che guarda l’imbocco della rada, per dimenticare la vergogna degli ammiragli imbelli e forse felloni e ritrovare l’eroismo più autentico degli uomini di mare italiani.
Sotto il forte di Sant’Elmo, che domina da ovest l’imbocco del porto, un pilone di ferro scuro e arrugginito spunta dal mare come un dente cariato, ultimo muto testimone della tragica ed eroica operazione Malta 2 della Decima Flottiglia MAS.
Gli Inglesi hanno ricostruito solo la sagoma del vecchio ponte, ma il pilone è rimasto come lo hanno lasciato gli incursori italiani il 26 luglio 1941.
Reduce dal successo di Suda la Decima con un piano molto audace intendeva forzare il porto della Valletta con un’azione combinata di mezzi d’assalto subacquei e di superficie: due SLC, i famosi maiali, avrebbero fatto saltare gli sbarramenti sotto il ponte di Sant’Elmo aprendo la strada a 8 barchini esplosivi MTM che si sarebbero lanciati contro le navi all’ancora.
Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1941 avvicinati all’obiettivo dai MAS 451 e 452, i mezzi d’assalto subirono alcuni inconvenienti tecnici che ritardarono le operazioni scombinando fatalmente il piano.
Teseo Tesei, ideatore con Elios Toschi del SLC, che conduceva personalmente il maiale destinato distruggere lo sbarramento e aprire la strada, era arrivato in ritardo sull’obiettivo e non era riuscito ad attivare l’esplosione all’ora prevista, le 4,30 del mattino.
I piloti dei barchini, pensando che Tesei non fosse riuscito a raggiungere lo sbarramento, avevano messo in atto il piano di riserva, scagliando alle 4,45 2 barchini, pilotati da Aristide Carabelli e Roberto Frassetto, contro lo sbarramento. L’esplosione delle due cariche, e di quella probabilmente piazzata poco prima da Tesei e dal suo secondo Alcide Pedretti, eccessiva in rapporto alla consistenza dell’obiettivo, uccide Carabelli, verosimilmente Tesei e Pedretti e fa saltare in aria il ponte di Sant’Elmo che ricadendo in acqua sbarra definitivamente l’accesso alla rada.
A quel punto si scatena un inferno di fuoco che investe gli altri incursori: qualche ora prima i radar dell’isola avevano avvistato i movimenti dei MAS e le difese inglesi erano già in allarme. La reazione, immediata e letale, colpisce tutti gli assaltatori e i loro mezzi.
I due MAS, una volta constatato che non vi erano superstiti da raccogliere, iniziano la manovra di rientro, ma è troppo tardi: il sole è sorto e vengono intercettati facilmente dagli Hurricane della RAF decollati per dar loro la caccia.
Il percorso di rientro, in realtà, avrebbe dovuto essere protetto dalla caccia italiana, ma la Regia Aeronautica, che già non era riuscita a mettere in atto con efficacia i bombardamenti diversivi di copertura dell’operazione, aveva fatto decollare solo 10 caccia Macchi MC 200 che si erano ritrovati a fronteggiare tutti i 30 Hurricane dell’isola. In quelle condizioni per gli inglesi mitragliare i MAS 451 e 452 facendo strage degli equipaggi è un gioco da ragazzi.
Al di là dell’eroismo individuale l’operazione Malta 2 finisce in un disastro: 15 morti e 18 prigionieri, i migliori operatori della Decima MAS spazzati via in una notte, inclusi il comandante Vittorio Moccagatta e il comandante dei MAS Giorgio Giobbe uccisi sul MAS 451, oltre alla gravissima perdita del già citato Teseo Tesei.
Quello che rimane dell’Operazione Malta 2 è oggi conservato nel Forte di Sant’Elmo, divenuto museo: un barchino MTM originale, che non è però l’MT16 catturato quella notte, le insegne e qualche pezzo del MAS 452, pezzi sparsi delle tute e delle attrezzature degli incursori.
La guerra aveva assegnato ai maltesi un curioso destino: italiani per etnia e cultura (fino al 1934 l’italiano era la lingua ufficiale, abolita dagli Inglesi e sostituita con la loro), mal sopportavano lo status di colonia inglese, le conseguenti limitazioni politiche e l’eccessiva tassazione. Un forte movimento irredentista aveva sempre propugnato ipotesi di ricongiungimento all’Italia, giungendo anche ad episodi di aperta ribellione come quello del 7 giugno 1919 represso dagli occupanti, come d’abitudine, sparando sulla folla e uccidendo 4 persone.
La guerra, però, mischia le carte e schiera i Maltesi contro gli Italiani.
L’Isola è sottoposta a pesantissimi bombardamenti principalmente tedeschi – quelli italiani, blandi e inefficaci, sono ricordati come “mild bombings”- che mettono in ginocchio l’isola e la sua popolazione che, però, resiste e non si piega restando orgogliosamente al fianco di Re Giorgio.
Alla fine i Maltesi festeggeranno la vittoria come fedeli sudditi di Sua Maestà e l’isola sarà decorata con la Croce di George che verrà inserita anche nella bandiera nazionale: “Per onorare le sue coraggiose persone conferisco la Croce di George alla fortezza dell’isola di Malta per testimoniare un eroismo e una devozione che saranno famosi a lungo nella storia”.
Dopo il 1945 nessuno a Malta guarderà più all’Italia; l’isola resterà una fedele e tranquilla colonia inglese fino al 1964, anno dell’indipendenza.
Carmelo Borg Pisani, ventottenne irredentista maltese filo italiano impiccato il 28 novembre 1942 dagli Inglesi con l’accusa di tradimento e cospirazione contro il governo di Sua Maestà britannica,  è considerato un traditore anche dai suoi concittadini, come spiega il pannello del Malta at War Museum che, esponendo l’ordine di esecuzione firmato dal governatore britannico Lord Gort (spedito a Malta dopo il disastro della spedizione britannica in Francia nel giugno 1940 da lui comandata), racconta la sua tragica storia meravigliandosi del fatto che per l’Italia sia un eroe decorato con medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria.
Sepolto in una fossa comune del carcere di Corradino, i suoi resti ora riposano, anonimi, nell’ossario del cimitero di Paola, dopo che per anni le autorità inglesi si erano rifiutate persino di indicare il luogo della sepoltura.
Andò meglio al gruppo di irrendentisti maltesi, una ventina, che avevano aderito alla RSI. Estradati a Malta dagli Inglesi a guerra finita perché fossero processati e condannati per tradimento dai tribunali locali, furono invece considerati prigionieri di guerra e assolti.
I più influenti personaggi della folta fazione nazionalista filo italiana, 49 persone, erano invece stati deportati in Uganda, da dove rientrarono nel 1945.

Tags: MaltaSeconda guerra mondialestoria
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