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La Chiesa cattolica spagnola ricorda i martiri della “Cruzada”

di Domenico Bonvegna
12 Agosto 2026
in Europae
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La Chiesa cattolica spagnola ricorda i martiri della “Cruzada”
       

Non finisce mai la beatificazione e canonizzazione dei religiosi e laici spagnoli che hanno subito il martirio durante la cosiddetta Guerra Civile, ma anche prima della guerra. Gli ultimi in ordine di tempo ad essere beatificati sono 80 religiosi, Francisco Gonzáles de Córdova e di 79 compagni: alcuni gettati in mare con mani e piedi legati e una pietra attaccata al corpo; altri scomparsi sulla nave-prigione “Alfonso Pérez”; altri ancora uccisi e bruciati; alcuni morti in una sorta di campo di concentramento. Degli 80, 67 erano sacerdoti, 3 religiosi carmelitani, 3 seminaristi e 7 laici.

Altri 20 sacerdoti diocesani delle isole di Ibiza e Formentera, uccisi in odio alla fede in Spagna durante la guerra civile degli anni ’30 del secolo scorso: saranno beatificati. Il 18 giugno scorso, Papa Leone XIV ha autorizzato il Dicastero delle Cause dei Santi a promulgare i decreti relativi al riconoscimento del martirio di Juan Torres Torres e di 19 compagni, sacerdoti. Lo studioso don Lopez Teulon intervistato da Avvenire (Andrea Galli, Martiri di Spagna, sono oltre 5mila i possibili beati, 13.8.2024) ha sostenuto che almeno in cinquemila dovrebbero essere beatificati o canonizzati dalla Chiesa. Peraltro, è una conta in continuo aggiornamento. La prima beatificazione avvenuta il 29 marzo 1987, tre carmelitani scalzi uccisi a Guadalajara. La Chiesa ha aspettato tanto, forse, per evitare scontri con i governi spagnoli, per non apparire filo franchista, ha evitato di aprire questo capitolo delicato della Storia della Chiesa spagnola. Il martirio dei religiosi durante la guerra civile spagnola (1936-1939) ha generato il più grande numero di beatificazioni di martiri nella storia della Chiesa cattolica, con oltre duemila persone dichiarate beate in cerimonie colossali.
Sacerdoti, vescovi, suore, frati e laici cattolici furono uccisi in odium fidei (in odio alla fede) dai gruppi rivoluzionari repubblicani, anarco-comunisti. Si calcola che circa 10.000 cattolici siano stati assassinati nel corso della persecuzione.


Tra le più grandi cerimonie di beatificazione, ricordiamo quella del 2001: Papa Giovanni Paolo II beatificò un primo grande gruppo di 233 martiri. Poi nel 2007: Papa Benedetto XVI proclamò beati 498 martiri in una storica celebrazione in piazza San Pietro a Roma. Nel 2013: Si tenne a Tarragona la più grande cerimonia di beatificazione di sempre, con ben 522 martiri spagnoli in un sol colpo (tra cui tre vescovi e centinaia di religiosi). L’argomento è ampiamente documentato nei registri ufficiali del Dicastero delle Cause dei Santi. «Siamo assolutamente contrari a chiamarli martiri della guerra civile. Non hanno partecipato ad alcuna guerra, ne erano al di fuori, sono stati presi dalle loro case per essere uccisi». Don Jorge López Teulón parte da questa premessa quando gli chiediamo di fare il punto sul numero impressionante di beatificazioni (e canonizzazioni) di quelli che chiameremo vittime della persecuzione religiosa scatenatasi in Spagna a partire dal 1934 e che ha avuto l’acme nel triennio della guerra civile, tra il 1936 e il 1939.

Vittime che sono già martiri per chi ne ha conservato la memoria, anche quando il riconoscimento ecclesiale non è ancora arrivato. Don López Teulón, oltre a essere postulatore della causa di beatificazione di 464 consacrati e laici assassinati nella provincia ecclesiastica di Toledo e nella diocesi di Avila, è anche uno dei massimi studiosi di quegli eventi, a cui ha dedicato numerose pubblicazioni. La Nuovabussola in occasione della festa di S. Lorenzo racconta la storia di un giovane martire spagnolo ucciso barbaramente proprio il 10 agosto 1936, festa del martire. (Federico Catani, Verso gli altari il ragazzo che morì gridando: “Via Cristo Re!”, 10.8.26) I miliziani rossi lo catturarono mentre stava difendendo un convento di suore, nella cittadina di Peñaflor, vicino Siviglia. Lo picchiarono selvaggiamente, e più volte tentarono di obbligarlo a gridare: «Morte alla religione!» e «Viva la Russia!». Ma egli rispondeva soltanto: «Viva Cristo Re!» e «Viva la Spagna!».


Antonio Molle Lazo aveva 21 anni e, allo scoppio della guerra civile, si era arruolato volontario con le truppe carliste, per difendere Dio e la Patria dal comunismo. Quando i rossi dissero che lo avrebbero ucciso e ne avrebbero bevuto il sangue, Antonio rispose: «Mi ucciderete, ma Cristo trionferà». Di fronte al suo rifiuto di bestemmiare e di rinnegare la fede, gli tagliarono le orecchie, gli cavarono gli occhi e gli mozzarono parte del naso. Uno dei carnefici addirittura si appuntò un orecchio del martire al petto, come trofeo. Nonostante le atroci sofferenze, il ragazzo non cedette e continuò a proclamare: «Viva Cristo Re!».
Il medico del luogo e il capo della stazione ferroviaria, entrambi cattolici, assistettero da lontano alla scena, e rimasero stupiti dalla resistenza fisica di quel ragazzo. Fra quei tormenti, la forza che sosteneva il martire non poteva essere meramente umana. Aveva qualcosa di soprannaturale. Capendo che la sua fine era ormai vicina, Antonio distese le braccia quanto più poté, formando una croce, e dispose le gambe a imitazione del Crocifisso. Lo fucilarono in quella posizione e cadde a terra proprio con le braccia aperte e la gamba destra incrociata sopra la sinistra, gridando un’ultima volta, con tutte le forze che ancora gli rimanevano: «Viva Cristo Re!». Eppure, non era ancora finita. Vedendolo agonizzante in mezzo alla strada, alcuni volevano tirargli il colpo di grazia, ma qualcuno tra gli assassini ordinò di lasciarlo stare, in modo che potesse continuare a soffrire. E molti tra gli aguzzini, con odio satanico, tornarono a colpirlo e ad accoltellarlo, finché Antonio non esalò l’ultimo respiro e rese la sua anima a Dio.


Ma chi era questo Antonio Molle Lazo, che all’inizio della guerra civile spagnola, sopportò un martirio così tremendo, cadendo vittima dell’odio marxista? In realtà, apparentemente, un ragazzo normalissimo. Era nato il 2 aprile 1915. Ma c’era qualcosa che lo distingueva: la sua profonda fede cattolica, ricevuta in famiglia e poi coltivata con una vita esemplare. Era terziario carmelitano, legato al convento della Madonna del Carmine Incoronata, retta dai Carmelitani dell’Antica Osservanza di Jerez. L’Osservatore Romano, in un articolo del 14 gennaio 1940, auspicando l’inizio della causa di canonizzazione, sottolineò che Antonio Molle Lazo portò sempre al petto lo Scapolare della Madonna del Carmelo, di cui era devoto. Frequentava assiduamente i sacramenti, passava molto tempo in adorazione all’Eucaristia, non lasciava mai la recita del Santo Rosario e viveva nella purezza. La sua era una fede granitica, virile, senza affettazioni né bigottismi. Non se ne vergognò mai, tanto che ne dava pubblica testimonianza anche negli ambienti ostili del lavoro, dominati dai socialisti.

Nel 1931, con la caduta della monarchia e l’instaurazione della II Repubblica, laicista ed anticattolica, Antonio si schierò subito apertamente dalla parte dei diritti di Dio. Aderì alla Gioventù Tradizionalista, la sezione giovanile della Comunione Tradizionalista Carlista. La simpatia per il carlismo gli proveniva dall’ambiente familiare, ma furono soprattutto la difesa della fede, della Chiesa e della Spagna cattolica a convincerlo a compiere questo passo, convinto com’era che Gesù Cristo deve regnare non solo nei cuori e nelle famiglie, ma anche nella società, secondo gli insegnamenti dell’enciclica Quas primas di papa Pio XI. A causa della sua militanza cattolica, che consisteva principalmente nella distribuzione di volantini e nell’attacchinaggio di manifesti, nel 1936 – quando già la Repubblica era stata sommersa dalla violenza del Fronte Popolare –, finì in carcere per un mese e mezzo. Ad un altro tradizionalista in prigione con lui, un giorno Antonio disse: «Sopporterò i più grandi tormenti, piuttosto che rinnegare il mio Dio». Mantenne fede a questo proposito. Allo scoppio della guerra civile, Antonio Molle Lazo si arruolò con i Requetés, la sezione di combattenti del movimento carlista. A meno di un mese dall’inizio del conflitto, quel 10 agosto di novant’anni fa, coronò la sua vita in maniera eroica con la palma del martirio, come già visto. Parliamo di martirio in odio alla fede perché l’accanimento con il quale venne torturato dai miliziani rossi non lascia spazio a dubbi. Volevano farlo bestemmiare, ma Antonio rispose inneggiando alla regalità sociale di Cristo. Subito dopo la sua morte, la gente riconobbe in lui un martire, e iniziò a pregarlo per ottenere grazie. Il corpo martoriato di Antonio venne dapprima sepolto nel cimitero di Jerez.

A un anno e mezzo di distanza, prima di spostarlo in un altro luogo dello stesso camposanto, la bara fu aperta e i testimoni constatarono che il cadavere era ancora in buonissimo stato e non emanava cattivo odore. Infine, a seguito anche dei continui pellegrinaggi sul luogo della sua sepoltura, con una speciale autorizzazione dell’arcivescovo di Siviglia, il cardinale Pedro Segura, e del Vaticano, si decise di seppellire i suoi resti nella cappella di Cristo Re, all’interno della basilica della Madonna del Carmelo Incoronata, a Jerez. Per Antonio è in corso il processo canonico per portarlo alla gloria degli altari. 

L’auspicio è che molti, anche in Italia, conoscano la sua storia e la sua figura per affrettare il giorno in cui si potrà venerarlo come beato e poi come santo. Antonio Molle Lazo è stato un martire di Cristo Re. Un martire della regalità sociale di Cristo. Un giovane uomo, un laico, un semplice fedele che non ha rinchiuso la sua fede nei limiti della vita privata, ma l’ha difesa e diffusa anche attorno a sé, in un contesto ostile, violento e persecutorio. Un modello di cattolico da troppi oggi ritenuto sorpassato. E, proprio per questo, un modello di cui abbiamo urgentemente bisogno.

Tags: guerra civile spagnolaSpagna
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