Giorgia Meloni ha recentemente ricordato che esiste un rischio concreto di un ritorno alla violenza politica di sinistra. Non è un’osservazione improvvisata: da Presidente del Consiglio, e soprattutto in quanto responsabile dei servizi di sicurezza, dispone di informazioni di prima mano. E non ha torto a sottolineare questo punto. La violenza di sinistra, infatti, non è stata un fenomeno isolato e circoscritto agli anni di piombo. È proseguita anche dopo, in forme diverse, mentre quella di destra si è sostanzialmente esaurita. Il terrorismo rosso, i collettivi che inneggiavano all’odio ideologico, le aggressioni contro chi la pensava diversamente: tutto questo ha avuto una continuità storica che non può essere cancellata.
Ma c’è un aspetto ancora più grave, che non riguarda soltanto la sicurezza nelle piazze, bensì il controllo delle coscienze. Se da una parte è vero che una parte della sinistra non ha mai smesso di coltivare una cultura della delegittimazione e dell’intimidazione, dall’altra è altrettanto vero – e perfino più inquietante – che esiste una vera e propria cupola intellettuale che domina larga parte della cultura italiana.
Chi sono? Sono gli eredi, biologici e culturali, di una tradizione che non ha mai fatto i conti con le proprie responsabilità storiche. Figli di ex partigiani o di ex militanti della sinistra più radicale, di coloro che, come ormai, fortunatamente, si è largamente appurato, durante e dopo la guerra approfittarono della “caccia al fascista” per compiere vendette personali, soprusi e persino stupri su innocenti. Sono coloro che provengono da quegli ambienti che, negli anni Settanta, inneggiavano agli assassinii politici, difendevano i responsabili del rogo di Primavalle, dove bruciarono vivi, sotto gli occhi dei genitori, i due figli di Mario Mattei, segretario locale del MSI, esultavano quando spararono a Montanelli, scagliavano molotov nelle strade.
Ebbene, questi individui, o i loro eredi diretti, oggi siedono in cattedra. Occupano posizioni apicali nel mondo intellettuale e accademico, soprattutto in quelle discipline che più orientano l’opinione pubblica: la critica letteraria, la filosofia, la pedagogia, la giurisprudenza. Sono loro a stabilire chi può parlare, chi può scrivere, chi può avere accesso a una carriera accademica. Provate, oggi, a dichiararvi di destra in università o in certi ambienti editoriali: sarà la fine di ogni prospettiva.
Questi intellettuali hanno spesso costruito la propria carriera approfittando del vuoto lasciato da quei numerosissimi intellettuali ebrei che furono costretti a emigrare a seguito delle leggi razziali. Un fatto che rende la loro attuale postura “democratica” e “progressista” ancora più ipocrita. Sono loro a esercitare un controllo ferreo sul dibattito pubblico, con una mentalità che non ha nulla da invidiare, per fanatismo, a quella dei fascisti che dichiarano di combattere.
Per questo ha ragione Meloni quando invita a vigilare contro le frange violente della sinistra. Ma è necessario aggiungere che una battaglia altrettanto cruciale si gioca anche altrove: nelle università, nei giornali, nelle case editrici, nei luoghi in cui si forma il pensiero e si educano le nuove generazioni. È lì che bisogna riportare equilibrio, libertà e pluralismo, epurando quegli ambienti da chi, con il pretesto dell’antifascismo, ha imposto per decenni una dittatura culturale. Perché se i violenti delle piazze sono pericolosi, i fanatici delle cattedre lo sono ancora di più: plasmano le coscienze, legittimano un’unica visione, e perpetuano un sistema di potere che soffoca ogni vera libertà di pensiero.





