Agli idioti che hanno inneggiato all’assassinio di Charlie Kirk, tra i volti più noti del mondo politico conservatore statunitense e fondatore, assieme a Bill Montgomery, dell’associazione Turning Point Usa, reo di professare idee diverse dalla sinistra; a quelle canaglie pseudo pacifiste e filo Hamas che nell’ateneo di Pisa hanno aggredito Rino Casella, docente di diritto accusato di essere “sionista” per il solo fatto di aver detto che l’Università, in quanto luogo del sapere e della cultura, deve restare neutrale rispetto ai devastanti ideologismi; a quelli che accusano la Meloni di fomentare l’odio e che, invece, si spellano le mani ascoltando le farneticanti parole del matematico Piergiorgio Odifreddi il quale si è messo a discettare in Tv sul fatto che “sparare a Martin Luther King e sparare ad una rappresentante Maga (n.d.r. Charlie Kirk, appunto) non è la stessa cosa”; a quegli studenti che nel nome di Gaza e della Palestina inscenano cortei, assaltano i poliziotti, mettono a ferro fuoco le città e organizzano scioperi ad oltranza bruciando bandiere e issando cartelli contro il governo italiano e i suoi rappresentanti; a quegli esponenti di un mondo politico/partitico che non riescono a fare altro che minimizzare i fenomeni di violenza o, peggio, se ne restano in silenzio al cospetto di una disumanità crescente nella quale stanno miseramente naufragando i valori fondanti della nostra civiltà; a quel mondo intellettuale che se ne sta pigro ad osservare il declino senza muovere ciglio e neppure abbozzare una qualche reazione che aiuti a scuotere le coscienze; a quei navigatori in cerca di gloria dalle parti del Mediterraneo, portatori di pace e di vettovaglie in zone di guerra, che però hanno tanto a cuore la democrazia e il rispetto per le idee altrui da espellere dal naviglio una giornalista de La Stampa, un giornale che non mi sembra proprio si possa definire di destra; a tutti questi personaggi, ma la lista sarebbe più lunga, permettetemi, cari lettori , di raccontare due o tre cose.
Premetto che non ho alcuna simpatia per i terroristi di Hamas, che considero anzi i maggiori responsabili della condizione di sofferenza e povertà che attanaglia non da oggi il popolo palestinese, oltre ad essere stati la causa della guerra dichiarata da Israele, dopo l’incursione del 7 ottobre di due anni fa, quando, in un solo giorno, furono uccisi 859 civili israeliani, 278 soldati, 57 membri delle forze dell’ordine, brutalmente assassinati 364 giovani che partecipavano ad un festival musicale e rapite e prese in ostaggio circa 250 persone, di cui circa 30 bambini, con donne stuprate e violentate, né tantomeno trovo la benché minima giustificazione alla ferocia e al cinismo con cui Netanyahu sta radendo al suolo Gaza City permettendo all’esercito israeliano di colpire donne, uomini e bambini indifesi ed inermi, costringendo una intera popolazione a fuggire da quella striscia di terra, dopo averla ridotta alla fame. Aggiungo che mi sottraggo all’idea di voler fare di tutta l’erba un fascio o di indulgere nel manicheismo tipico di chi vede le colpe e il male solo da una parte. Aborro il vittimismo almeno quanto l’autoesaltazione di sé. E trovo francamente stucchevole, per non dire indecente, questa gara a mettersi in evidenza rincorrendo parole che lasciano il segno nella mente della gente, in un mondo dove le parole attraversano l’etere con la velocità della luce e spaccano orizzonti, creano fratture, provocano abissi.
Né mi piace l’azzardo dei paragoni tra epoche diverse e mondi differenti, questa tendenza a cercare similitudini che lascia il tempo che trova e rischia di creare soltanto confusione.
La prima riflessione che vorrei proporre è sulla mostruosità del linguaggio in alcuni commenti che non è unicamente frutto della terribile e sempre meno controllabile invasività dei social network, quel campo aperto e smisurato dove i leoni da tastiera scaricano frustrazioni, debolezze, perversioni, anoressie mentali, ancestrali paure e rancorosi pensieri. Per non dire altro. No, mi riferisco all’uso di un lessico e a quella mostruosità verbale frutti di un modo di pensare, di un ragionare malsano, di una posizione meditata e interiorizzata. Insomma, quel parlare non a caso, ma con la convinzione di essere nel giusto anche quando nel giusto non si sta. Ritenendo che il solo fatto di vivere in democrazia autorizzi a dire quel che si vuole, anche quando c’è consapevolezza che quelle parole possano ferire qualcuno, o, peggio ancora, alimentare un orribile circuito di disumana violenza.
Luca Ricolfi nel saggio “Il follemente corretto”, una indagine coraggiosa e stringente in cui analizza minuziosamente l’uso delle parole e la manipolazione del pensiero, ricorda che la cosa sconcertante è che l’idea di alterare il pensiero modificando il linguaggio, che Orwel vedeva come una minaccia mortale alla nostra libertà, viene oggi vista come una risorsa per ampliare i diritti individuali e promuovere la giustizia sociale. Niente di più folle. Jonathan Haidt, uno dei più autorevoli psicologi del mondo, con le sue ricerche ha dimostrato come il progressivo spostamento dal mondo fisico a quello virtuale con il proliferare delle interazioni in rete abbia avuto esiti catastrofici mettendo a rischio il benessere mentale e l’equilibrio psichico, a partire dalle giovani generazioni. Un fenomeno inquietante. Che sta determinando una “riconfigurazione” dell’infanzia, lasciata sola e senza difese nel mondo online.
Si tratta di fenomeni che incidono profondamente nella psiche umana e nello sviluppo sociale. Cui dovrebbe anteporsi una robusta chiamata alle armi di genitori, insegnanti, aziende tecnologiche, governi.
Perché non accade nulla di tutto questo? E’ la domanda che più di ogni altra dovremmo porci. Se non siamo refrattari a capire cosa ci sta succedendo, dovremmo cercare di dare un nome, una configurazione al male che sta corrodendo l’umanità, il potere e di riflesso il mondo. Per Marcello Veneziani la radice di questo male si chiama: nichilismo. Non viviamo probabilmente nel peggiore dei mondi possibili, spiega il filosofo: l’epoca del nichilismo che segna il nostro tempo non sarà probabilmente il punto più basso nella storia dell’umanità ma si avvicina probabilmente al punto di non ritorno. La stessa parola “nichilismo”, intuita da Goethe, accarezzata da Giacomo Leopardi, rivendicata da Max Stirner, esaltata da Ivan Turgenev al tempo della rivolta giovanile e studentesca nella sua Russia e incarnata nei tratti di alcuni personaggi nei racconti di Fedor Dostoevskij, trova in Nietzsche la sua sublimazione come “destino dell’umanità, pensiero dominante del futuro, esito di una civiltà e di una religione perduta”.
Se ci guardiamo intorno con occhi attenti percepiamo in effetti una sorta di vuoto, una insensata caduta di valori, la perdita progressiva di fiducia che porta al non credere più a nulla. Una spirale abissale, che spinge verso il fondo. Verso il Nulla. Nietzsche prevedeva il Nulla come esito finale, come avvento, come “storia dei prossimi due secoli”. Ma ora ci siamo dentro. Purtroppo, fatichiamo a prenderne piena coscienza. Per Veneziani, “Il nichilismo è al potere, è nella cultura e nell’arte, è nella vita e nei costumi, è nella tecnica e nella finanza. Non c’è più motivazione ma solo pulsioni, non c’è più un perché ma automatismi, non c’è una proiezione nel passato, nel futuro, nell’eterno o nel mito; non c’è una memoria e una speranza, c’è solo l’espansione illimitata di una certa volontà di potenza, per usare l’espressione di Nietzsche”.
Nel Nulla affoga la disumanità. Quella stessa disumanità che riscontriamo nelle parole pronunciate in alcuni ambienti dopo l’assassinio di Kirk, nella raccapricciante vulgata di alcuni pseudo intellettuali. Quella disumanità che si registra a Gaza, nelle trincee e nelle città bombardate da Putin in Ucraina e nelle tante dimenticate sanguinose guerre che si combattono in ogni angolo del Globo.
Nel 1929, al culmine dei ruggenti anni Venti, dopo decenni di sviluppi economici e tecnologici, il celebre giornalista americano Walter Lippmann scrisse un best seller intitolato Una prefazione alla morale in cui l’autore sostenne che il problema decisivo di quell’epoca, segnata dall’avvento della vita moderna, fosse nel contraccolpo seguito al venir meno della fede, della tradizione e della comunità, da tempo immemorabile saldi punti di riferimento. “La dissoluzione delle concezioni ancestrali – scrive Lippmann – ha privato gli uomini del sentimento di certezza circa il perché della loro venuta al mondo, del loro dovere di lavorare e di amare, di ciò che essi devono onorare e di ciò cui volgersi nel dolore e nella sconfitta”. Il suo libro inizia con un’epigrafe tratta da Aristofane: “Non esiste Zeus e al suo posto comanda il vortice”. Quelli che chiamava gli “acidi della modernità”, secondo Lippmann, sono così potenti da non consentire la cristallizzazione di idee che possano servire da nuova ortodossia in cui gli uomini trovino rifugio. In questo spaesamento e nella ricerca di qualcosa che possa colmare quel senso di perdita, quel vuoto che Blaise Pascal definiva un “abisso infinito”, si può forse trovare la chiave per decidere se il nichilismo, una volta riconosciuto come la radice del male, debba risolversi nell’implacabile destino del mondo o, al contrario, trasformarsi in pulsione feconda per ridare senso all’essere e per decretare ciò che rende una vita significativa.





